Zimbabwe

Tutto deve cambiare perché nulla cambi. Il principe di Salina si troverebbe a suo agio oggi in Zimbabwe. A distanza di due anni dalla morte e a quattro dalla destituzione di Robert Mugabe, non sembra esserci stata una vera svolta. Tutti i drammi delle sua gestione dissennata rimangono intatti: povertà assoluta, un sistema economico allo sbando, tensioni sociali. Tutto è iniziato nel 2000. Fino ad allora, Robert Mugabe è stato considerato il padre nobile della patria. Certo, alle sue spalle ha già seminato migliaia di morti tra i ribelli ndebele, la corruzione inizia a infiltrarsi nei gangli dell’amministrazione pubblica, così come l’odio etnico. Su di lui c’è però ancora l’aura del leader ribelle che ha portato il Paese all’indipendenza e ha scardinato un regime di apartheid forse ancora più rigido di quello sudafricano. Un regime dal quale, però, ha ereditato un sistema economico e infrastrutture di primo livello. La svolta arriva quando Mugabe decide di mettere mano alla riforma agraria per redistribuire la terra alla popolazione nera. Un intento giusto ma realizzato in modo disastroso: dopo aver tolto la terra ai bianchi, non l’affida ai contadini neri ma ai gerarchi del Regime, incapaci di gestirla e farla rendere. L’economia del Paese, considerato il granaio dell’Africa, crolla. Da allora, non si è ancora rialzata. Di fronte a questa situazione, il neopresidente Emmerson Mnangagwa, un tempo fedelissimo di Mugabe, cerca un riavvicinamento con i farmer bianchi, promettendo loro risarcimenti e, in alcuni casi, la restituzione delle terre.

Un provvedimento estremo, così come la promozione delle attività estrattive, per rilanciare un’economia vacillante. Poco, molto poco, di fronte alle necessità del Paese. L’iperinflazione si mangia la ricchezza della classe meda. L’appropriazione indebita, la malversazione di denaro pubblico, la corruzione dilagano. Il Paese deve affrontare tassi endemici di disoccupazione. Più del 73% della popolazione ormai vive al di sotto della soglia di povertà. Molti cittadini emigrano all’estero (soprattutto nel vicino Sudafrica) in cerca di lavoro. Ma, soprattutto, Mnangagwa cerca di stringere ancora di più le maglie del Regime. Gli ultimi emendamenti alla Costituzione potrebbero dare al Presidente la possibilità di scegliere non solo i suoi vicepresidenti ma anche i giudici di grado più elevato.

I costituzionalisti hanno descritto la riforma voluta dal Presidente come “incostituzionale” e “mal redatta”. Secondo le organizzazioni della società civile e l’opposizione, questa riforma sarebbe “un segno che lo Zimbabwe sta tornando all’autoritarismo”. Mnangagwa va però oltre. Nel 2020 è stato accusato di utilizzare le norme sanitarie non solo per contenere la pandemia del Covid-19, ma anche per chiudere ogni spazio democratico. Secondo le organizzazioni della società civile, dozzine di oppositori sono stati messi in prigione per presunta violazione delle norme di blocco. Ciò si aggiunge a una costante azione di repressione. In questi ultimi anni, centinaia di attivisti della società civile e dell’opposizione sono stati rapiti e torturati per aver organizzato proteste contro il Governo. Il presidente Mnangagwa è stato anche accusato di aver tentato di creare uno Stato monopartitico dopo che è stato revocato il mandato a 48 parlamentari e 80 consiglieri comunali dell’Mdc, alleanza di opposizione. L’Occidente ha reagito imponendo nuove sanzioni. Basteranno a portare la democrazia in Zimbabwe?