Nigeria

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il Presidente Muhammadu Buhari, del partito Apc (All Progressives Congress) ha ottenuto la vittoria alle presidenziali del febbraio 2019. Governerà la Federazione nigeriana fino al 2023. Musulmano, non certo giovanissimo (76 anni al momento dell’elezione), nel primo mandato aveva passato più tempo all’estero a curarsi che a governare. Nonostante ciò l’ha spuntata sul principale rivale, Atiku Abubakar, del Pdp (People’s Democratic Party). Buhari ha ottenuto il 56% dei consensi, Abubakar il 41. Ma se guardiamo alle cifre assolute si evidenzia un problema: l’astensionismo e il disinteresse per il voto. Buhari ha vinto con 15,2milioni di voti, il candidato perdente ne ha avuti 11,3. Su 84milioni di aventi diritto. Alle urne si è recato il 35% degli elettori (nel 2015 la percentuale era stata del 44%). Disaffezione, perché? Probabilmente per la mancata realizzazione delle promesse fatte dal Presidente nella scorsa tornata: sconfiggere definitivamente i terroristi di Boko Haram, combattere la dilagante corruzione, ridurre i preoccupanti livelli di criminalità e di povertà.

Impegni non mantenuti. Nonostante il reiterato annuncio di aver eradicato il gruppo terrorista, gli attentati e gli attacchi armati sono continuati durante tutto il suo primo mandato (anche se qualche successo in effetti è stato ottenuto: Boko Haram è meno forte di 4 anni fa). Altrettanto si può dire sul versante della corruzione: pochi i risultati, tanto che in campagna elettorale Buhari ha dovuto dire e ripetere che la battaglia proseguirà nei prossimi anni.

La povertà estrema resta un problema drammatico: sono 87milioni (sul totale di 200) i nigeriani che sono sotto il limite dell’euro al giorno.

Altri nodi sono da sciogliere: in tutta la fascia centrale della federazione, nel cosiddetto Middle Belt, si ripetono le violenze fra le comunità agricole e gli allevatori; nel Delta del Niger sono sempre in attività (anche se meno intensa) i gruppi di guerriglia che mettono in atto sequestri e atti di violenza a danno delle compagnie petrolifere, come pure azioni di pirateria (il cui numero è aumentato nel corso del 2018). Infine, giusto per completare il quadro delle questioni di sicurezza interna, aumentano le pressioni dei due partiti indipendentisti del Biafra, la Regione Sud-Est della Nigeria che da sempre anela all’indipendenza dalla Federazione.

Ingenti risorse occorrerebbero per la dotazione infrastrutturale, di cui il Paese ha estremo bisogno, come pure per migliorare i livelli di accesso all’acqua potabile e all’energia elettrica. Ma tutto ciò non è semplice, in questa fase di prezzo basso del petrolio, che significa anche minori royalties e tasse incamerate dallo Stato. Una buona notizia è l’adesione della Nigeria (che in un primo tempo sembrava voler rifiutare) al grande progetto di area di libero scambio africano (Afcfta, l’African Continental Free Trade Area), che è stato sottoscritto da quasi tutti i Paesi del Continente.

Per cosa si combatte

Così come la Nigeria è un coacervo di etnie, lingue e religioni, lo è anche per le ragioni per cui si combatte. Nel Nord-est (Stato del Borno e limitrofi) scontri e attentati sono sempre dovuti alla presenza dei terroristi islamici. Nel Middle Belt (tutta la fascia centrale della Federazione) le tensioni e le violenze sono causate dalla contrapposizione fra gli allevatori e le comunità agricole. E ancora, nel Delta del Niger – la Regione petrolifera – continua l’attività di guerriglia di gruppi ribelli che combattono la dominazione delle compagnie di estrazione, mentre sporadici episodi di ribellione e conseguente repressione avvengono nel Biafra, per le rivendicazioni di indipendenza. Ma non è tutto. Un ulteriore elemento preoccupante è la crescita generalizzata di criminalità, più o meno organizzata, in tutto il Paese, specie nelle grandi e sovrappopolate città (come la megalopoli Lagos, capitale economica e commerciale del Paese africano, ma anche delle attività criminali). È significativo lo studio di The Global Terrorism Index 2018, dal quale risulta che la Nigeria è il Paese africano dove il terrorismo ha colpito di più. Si colloca al terzo posto nel mondo dopo Iraq e Afghanistan, contendendosi il (triste) primato nel Continente con la Somalia degli Shabab. Un clima di instabilità e violenza diffuse che rischiano di peggiorare in una fase che si presenta recessiva: la proiezione di crescita della Nigeria fra il 2018 e 2019 si è ridotta dal 2,1% all’1,9%, specie a causa del basso prezzo del greggio e della contrazione della produzione agricola.

Quadro generale

Un buon segno è che anche l’elezione del 23 febbraio 2019 – che ha portato al secondo mandato di Muhammadu Buhari – si è svolta pacificamente e senza particolari contestazioni. Significa che i tempi dei continui colpi di Stato e dei regimi militari è sempre più lontano. Ciò non vuol dire, però, che i problemi della Nigeria siano pochi, né di facile soluzione. Nodi che, in un modo o nell’altro, affondano molte delle radici nella sua storia coloniale. La Nigeria è una federazione di Stati creata nel 1914 dai colonialisti inglesi che, alla fine dell’era coloniale, ne hanno disegnato i confini secondo i propri interessi. Di fatto hanno creato una sorta di “mostro” sociale, economico e politico avendo riunito all’interno della stessa nazione il Nord povero, semidesertico, abitato da hausa e fulani nomadi, dediti alla pastorizia e tutti storicamente di religione musulmana, e un Sud densamente popolato da popolazioni stanziali appartenenti a due etnie principali, Yoruba e Ibo, di religione cristiana. Pur essendo la Nigeria il primo produttore di petrolio del continente africano e l’ottavo al mondo (1.870milioni di barili al giorno), La Nigeria è un Paese povero e – come spesso si dice – la sua ricchezza si è trasformata in una sorta di maledizione: il 70% dei suoi abitanti infatti vive sotto la soglia di povertà, l’aspettativa di vita è di 53 anni, oltre un terzo della popolazione è analfabeta, il 42% non ha accesso all’acqua potabile, e la mortalità infantile sotto i 5 anni è al livello record del 143 per mille. Eppure, il Paese è ricco di risorse naturali: petrolio e prodotti petroliferi (che contano per il 95% dell’export) gas naturale, stagno, materiali di ferro, carbone, calcari, niobio, piombo, zinco. In agricoltura ha un buon terreno per il cacao, arachidi, olio di palma, mais, riso, sorgo, miglio, cassava, yam e caucciù, un bene che nel 2017 ha reso alla Nigeria oltre 40miliardi di dollari. Il Paese alleva ed esporta bestiame, ovini, caprini, maiali. La vendita di animali vivi gli ha reso l’anno scorso oltre 35miliardi di dollari.

La Federazione nigeriana è composta da 36 Stati e un territorio (l’area di Abuja, capitale della federazione) abitati da 250 etnie differenti con tre gruppi dominanti: gli Hausa-Fulani in tutta la parte Settentrionale, gli Yoruba nel Sudovest, gli Ibo nel Sudest. L’estrema eterogeneità di culture, economie, storia, lingue, realtà climaticoambientali, religioni, rende difficile la crescita di un forte senso di identità nazionale. I primi 40 anni della sua storia di Paese indipendente sono una catena quasi ininterrotta di colpi di stato e regimi militari. Fino al 1999, quando per la prima volta i nigeriani hanno potuto votare liberamente, eleggendo alla guida del Paese Olusegun Obasanjo, che ha poi governato la federazione per due mandati. La Nigeria è considerata uno dei giganti africani, insieme al Sud Africa, non tanto per la sua forza economica, quanto per la concentrazione di popolazione – che ormai si avvicina ai 200milioni di abitanti in un territorio relativamente piccolo (quasi tre volte l’Italia) – e per le sue riserve di greggio, per le quali si colloca fra i primi dieci produttori mondiali, e si contende il primato africano con l’Angola.

È in questi ultimi venti anni, con l’avvento della democrazia, che sono scoppiate le principali contraddizioni del Paese. La prima delle quali è la questione petrolifera: a fronte degli enormi introiti legati alle concessioni per l’estrazione del greggio (che costituiscono il maggior bene esportato, l’80% delle entrate fiscali e il 40% del Pil), la grande maggioranza della popolazione nigeriana (il 70%) vive con meno di un euro al giorno ed è proprio il Delta del Niger, l’area petrolifera del Paese, una delle Regioni più povere. La seconda grande contraddizione è legata alle tensioni religiose. Gli scontri fra cristiani e musulmani sono iniziati improvvisamente all’indomani dell’elezione di Obasanjo, intorno al 2000-2001, in particolare lungo la fascia di coabitazione nel Centro-Nord del Paese. Da allora vi sono state ricorrenti crisi che talvolta hanno provocato anche migliaia di vittime. Tensioni che, dopo decenni di pacifica e tollerante convivenza fra cristiani e musulmani, sembrano essere state utilizzate più come elemento strumentale di pressione politica che come reale contrapposizione di fedi. Sempre sul versante delle questioni di matrice religiosa, poi, da diversi anni il Paese combatte con la guerriglia e il terrorismo di Boko Haram, formazione estremista islamica che opera nel Nord-Est del Paese, dove ha la sua roccaforte nello Stato del Borno. Infine, terzo grave problema, l’inurbamento selvaggio, che ha creato caotiche megalopoli. Prima fra tutte Lagos, capitale economica e commerciale del Paese, che ha ormai superato i 20milioni di abitanti. La popolazione urbana, che nel 2017 sfiorava ormai il 50% del totale degli abitanti, vive in enormi città dove all’estrema povertà delle periferie si somma anche un elevato tasso di criminalità.

Infine, si deve aggiungere il problema degli sfollati e dei rifugiati: solo nel Nord, a causa di Boko Haram, sono circa 2milioni.