Costa d’Avorio

Sulla Costa d’Avorio aleggia una nuvola grigia: Laurent Gbagbo. La Corte penale internazionale ha liberato l’ex Presidente, imponendogli la residenza in un Paese che ha stipulato con essa un accordo di collaborazione. Questa è senz’altro un’incognita della politica ivoriana, che da mesi si sta riposizionando, costruendo alleanze, disfacendone altre, in un clima non privo di tensioni che da qui alle elezioni previste per il 2020 saranno destinate a crescere. Non è chiaro se si ripresenteranno gli scenari disastrosi e di crisi come nel 2011, quando si è combattuta una guerra proprio perché Gbagbo, perdute le elezioni, non voleva lasciare il timone del Paese. Una guerra che, appunto, gli è costata l’incarcerazione all’Aja. Ma ora tutto diventa più complicato. Tutti gli attori della politica ivoriana stanno affilando le armi. La Costa d’Avorio è un Paese che occorre monitorare con molta attenzione. Un Paese, questo è innegabile, che ha trovato la via della crescita economica, anche se rimane molto da fare, e una battuta d’arresto – come è accaduto nel 2011 – manderebbe in frantumi uno sviluppo che ha solo bisogno di stabilità. Non c’è dubbio che il Fronte Popolare Ivoriano, il partito di Gbagbo, rappresenti una grande incognita. È una realtà consistente nello scenario politico, con un sostegno notevole in ampi strati della popolazione, e molto dipenderà da cosa deciderà di fare, se continuare a optare per il boicottaggio o tornare alle urne, in un quadro politico che non si è semplificato, ma anzi è diventato ancor più complesso. Il nodo è cosa farà il partito di Gbagbo e cosa succederà se, quest’ultimo, fosse riabilitato dalla Corte penale internazionale con un’assoluzione anche in appello. Se dovesse accadere, se Gbagbo fosse definitivamente assolto all’Aja, le autorità al Governo della Costa d’Avorio dovranno venirne a patti. È vero anche che l’ex Presidente è stato condannato a 20 anni di reclusione in Costa d’Avorio, ma se fosse assolto all’Aja questo avrebbe certamente delle ripercussioni politiche interne. Non bisogna dimenticare che Gbagbo è stato il primo Presidente africano ad essere affidato al giudizio dalla Corte Penale Internazionale, un’istituzione giudiziaria che non gode di molta popolarità in Africa. Sarebbe quindi controproducente se fosse giudicato non colpevole all’Aja e non gli si consentisse di rientrare nel suo Paese, dove gode ancora di un notevole sostegno. Questo potrebbe portare ad un ritorno alle urne del Fronte Popolare e quindi a una sua partecipazione alla contesa elettorale per le presidenziali del 2020. In questo quadro la politica ivoriana si è ingarbugliata ancora di più. L’attuale Presidente Ouattara non ha ancora deciso se ricandidarsi o meno, lui stesso ha auspicato un passaggio di consegne generazionale. Ma il quadro politico è mutato, la coalizione di Governo si è scissa e ciò rimette in discussione tutto. Ad oggi, nessuno può escludere una candidatura sia di Bédié che di Gbagbo. In tal caso, per Ouattara fare un passo indietro potrebbe diventare difficile. E poi c’è il Pdci, ossia il partito di Henri Konan Bédié che ha rotto la coalizione di Governo, a cui fa riferimento una componente etnica numericamente molto importante nella Regione Baulè. In questa Regione l’appartenenza etnica ha una forte rilevanza anche dal punto di vista politico. In ogni caso anche Bédié, al pari di Ouattara, non ha chiarito se si candiderà o meno alle presidenziali. Difficile dire oggi se la rottura tra i due sia insanabile. La Costa d’Avorio ci ha abituato a continue sorprese. E poi c’è Guillaume Soro che ha un enorme seguito soprattutto tra i giovani. Anche lui ha rotto l’accordo che lo legava all’attuale Presidente, tanto che è stato costretto alle dimissioni dalla Presidenza dell’Assemblea nazionale. Molti sono gli osservatori che vedono in lui l’astro nascente, ormai già nato, della politica ivoriana. Un personaggio che potrebbe ambire alla presidenza della Costa d’Avorio. Soro ha delle buone carte da giocare. Rappresenterebbe il ricambio generazionale da molti invocato, ha un forte sostegno tra i giovani, con un grande seguito sui social. Non solo, ha dei buoni contatti nelle forze di sicurezza, alle posizioni apicali. La sua presenza internazionale è di tutto rispetto. Da non dimenticare che prima delle dimissioni era stato nominato Presidente dell’Assemblea Parlamentare della Francofonia ed ha anche ottimi rapporti con molti Presidenti africani. Dopo le sue dimissioni, ha fatto sapere di voler consacrare il suo tempo allo studio, si è anche iscritto a un dottorato di finanza all’università di Harvard, ma è credibile? Difficile sostenerlo. Di certo c’è che ha fondato un suo comitato politico per redigere un programma politico per il Paese e gode del sostegno di numerosi movimenti che fanno riferimento a lui e ne invocano la candidatura nel 2020. Se questo rappresenta il preambolo a una sua candidatura per le presidenziali dell’anno prossimo, vedremo. Se non sarà nel 2020 di certo sarà un protagonista per le prossime presidenziali a venire. Rimane la Francia. Potenza ex coloniale che ha sostenuto e sostiene Ouattara, anche se pare che la luna di miele sia finita. La Costa d’Avorio rimane per la Francia un pilastro in Africa Occidentale e Parigi ha bisogno di un Paese stabile e affidabile. A seguito della scissione tra i due principali partiti della coalizione di governo, il Pdci e l’Rdr, la preoccupazione è che, anche se le urne sancissero un Governo forte, ne possa venire fuori una Costa d’Avorio meno stabile e molto divisa. In un contesto di crescente tensione questo crea instabilità. La tensione, nel Paese, sembra destinata a crescere di mese in mese con l’avvicinarsi delle presidenziali e la partita a scacchi che si sta giocando potrebbe avere esiti imprevisti e imprevedibili. Gli osservatori internazionali ritengono improbabile, tuttavia, che possa ripetersi ciò che è accaduto nel 2011: ci potrebbero essere limitate violenze, territorialmente circoscritte, come accaduto per le scorse elezioni locali, ma non molto di più. A chi volesse alzare il livello dello scontro mancherebbe il sostegno internazionale, soprattutto dei Paesi confinanti.