Burundi

In due anni, tra aprile 2015 e maggio 2017, la crisi politica vissuta dal Burundi ha causato almeno 1.200 morti e oltre 400mila sfollati, secondo le stime della Corte penale internazionale. Nel 2020, si sono svolte le elezioni politiche che il 18 giugno hanno portato Evariste Ndayishimiye ad assumere l’incarico di Presidente della Repubblica e Capo del Governo. Il suo predecessore, Pierre Nkurunziza, non si è ricandidato. E così il generale in pensione Ndayishimiye ha stravinto, raccogliendo il 68% dei consensi. Il suo principale oppositore, Agathon Rwasa, ha contestato il risultato denunciando frodi e irregolarità. Il voto è stato preceduto e segnato da vari atti di violenza, anche a opera delle forze di polizia, denunciati soprattutto dai partiti di opposizione.

Secondo il rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite, “numerose gravi violazioni dei diritti umani sono state documentate da maggio 2019, connesse con le elezioni del 2020. Gli autori di queste violenze miravano prima di tutto a colpire i partiti di opposizione”. Le Nazioni Unite denunciano anche la partecipazione a questi atti di violenza da parte di forze di polizia, servizi segreti e persino del potere giudiziario. Corruzione e flussi finanziari illeciti hanno un impatto negativo sul rispetto dei diritti umani nel Paese. Il rapporto stilato dalla Commissione d’inchiesta della Nazioni Unite conclude che “nonostante la transizione politica in corso, permangono ancora la maggior parte dei fattori di rischio e sono necessarie profonde riforme per migliorare la situazione nel medio e lungo termine”. Il Burundi continua a essere segnato da imboscate e attentati. Il 25 maggio 2021 sono state lanciate almeno quattro granate nel mercato centrale della capitale Bujumbura, che hanno ucciso due passanti.

Dopo il fallito colpo di Stato del 2015, il Paese è segnato da sporadici attacchi e attentati su base etnica o condotti dall’ala giovanile del partito di Governo, denominata Imbonerakure. Un anno prima delle elezioni, a marzo 2019, molti giornalisti stranieri che lavoravano in Burundi sono stati espulsi. Fra questi, i corrispondenti locali della BBC e di Voice of America. Anche molte testate locali, accusate di aver collaborato con i promotori del colpo di Stato del 2015, sono state sospese. In alcuni casi, le redazioni e gli uffici di queste testate sono stati distrutti e dati alle fiamme. A gennaio 2021, il Presidente ha chiesto al Consiglio nazionale dei media di invitare i giornalisti a tornare a lavorare in Burundi. La pandemia non sembra aver aggravato le già difficili condizioni di vita di questo piccolo Paese, uno dei più densamente popolati dell’Africa, con tre quarti della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. A un anno dall’accertamento del primo caso di Coronavirus, a marzo 2020, secondo i dati ufficiali i casi registrati di Covid-19 sono stati 2.618 (su 12milioni di abitanti) con 6 morti.