Libia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

L’accordo di cessate il fuoco del 23 ottobre 2020 ha portato a una distensione politica e diplomatica e a una relativa calma. Con le elezioni del 5 febbraio sotto l’egida dell’Onu, la Libia si e data un nuovo esecutivo guidato da Abdul Hamid Dbeibah e Mohamed al-Menfi a capo del Consiglio presidenziale. Il “Governo di tutti i libici”, chiamato a guidare il Paese nel percorso di transizione democratica fino alle elezioni del 24 dicembre 2021, ha formalmente posto fine alla separazione tra quello di Fayez Al Serraj a Tripoli, noto come Governo di Accordo Nazionale (Gna) e riconosciuto a livello internazionale, e quello fedele al maresciallo Khalifa Haftar, con sede a Tobruk. La situazione a meta 2021 e fluida. Procedono bene gli incontri tra le nuove autorità libiche e rappresentanti esteri, come il Primo ministro italiano Mario Draghi che si e recato a Tripoli il 6 aprile per la sua prima visita di Stato, ma la situazione sul terreno resta delicata e potrebbe esplodere.

I trafficanti di esseri umani e le milizie che li sostengono hanno accelerato le loro attività (con il caldo, sbarchi e tragedie in mare sono aumentati), cercando di incassare il più possibile prima di una possibile blocco. Altro nodo ancora non risolto e quello dei mercenari stranieri che non solo non hanno aderito all’appello di lasciare il territorio, ma che in alcune località avrebbero rafforzato le loro posizioni. A Bengasi, il generale Khalifa Haftar, il “feldmaresciallo” amico della Cia che ha guidato la seconda guerra civile e tentato invano di conquistare Tripoli e il resto del Paese con le armi, cerca di riguadagnare terreno.

Si preparerebbe a presentarsi alle elezioni di dicembre, ma ha perso molto del suo sostegno popolare. I capi tribù della Cirenaica lo accusano di aver fatto uccidere molti dei loro figli per niente. Pur di non abbandonare il campo, potrebbe tentare di destabilizzare il nuovo corso che vede un rinnovato, e apparentemente più serio, impegno dell’Unione Europea. “Siamo pronti a lavorare con la Libia per la sua sicurezza e per il suo sviluppo”: queste le parole del commissario Ue per il Vicinato e l’Allargamento Oliver Varhelyi, durante la sua visita a Tripoli del 28 maggio insieme al ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio e il collega maltese Everist Bartolo. Tema come sempre in primo piano quello dei migranti e dei centri di detenzione in Libia che Tripoli, per bocca del ministro responsabile del settore Ajdid Maatuq Jadid, si sarebbe impegnato a chiudere se “l’Europa fornirà dei dispositivi moderni per monitorare e seguire questa marea di persone”.

Per cosa si combatte

Per Gaetano Salvemini, contrario alla guerra italo-turca del 1911, la Libia era solo uno “scatolone di sabbia” privo di interessi. Nel 1939 fu il geologo Ardito Desio a dimostrare che il politico italiano aveva torto scoprendo giacimenti di magnesio e potassio e l’indicazione della presenza di idrocarburi nell’oasi di Marada, 120 chilometri a Sud di El Agheila, dove Graziani aveva allestito il più grande campo di concentramento per i ribelli libici. Furono le compagnie americane, dopo la guerra, a confermare l’enorme ricchezza nascosta sotto il suolo del Paese. Secondo una stima della Energy Information Agency degli Usa, la Libia possiede la più grande riserva di greggio dell’intero Continente africano, con 48miliardi di barili (6,5miliardi di tonnellate), e la quarta riserva di gas naturale, dopo Nigeria, Algeria ed Egitto, con 55trilioni di piedi cubici (circa 2miliardi di metri cubi). La qualità del petrolio, definito “dolce”, e considerata la migliore del Mondo, il suo costo di estrazione e basso, la vicinanza all’Europa fa si che l’85% venga esportato ai nostri mercati. E una torta che fa gola a molti e che e alla base del vasto interesse di attori esterni e interni confermato più volte dagli schieramenti nel conflitto civile. Grazie alla presenza dell’Eni, il legame tra Libia e Italia (che compra il 21,1% di petrolio e gas libico) non si e mai interrotto.

Quadro generale

Il passato e tornato come un fantasma a tormentare il presente in Libia. Non tanto il ricordo di quello antico quando Tripolitania e Cirenaica furono conquistate e colonizzate da Roma e Leptis Magna era una delle tre città più importanti di tutta l’Africa del Nord, quanto le diverse fasi della competizione tra potenze musulmane e cristiane. Conquistare allora, come oggi, significava dividere e la Libia che conosciamo oggi non fu mai uno Stato unitario nemmeno nei lunghi anni del dominio bizantino o di quello arabo e ottomano. Fu sotto il fascismo che i confini attuali furono più o meno tracciati e dopo la Seconda guerra mondiale, col beneplacito di Londra e Washington, il Paese divenne il “Regno Unito di Libia”, monarchia ereditaria e costituzionale sotto re Idris al-Sanusi. Con Muammar Gheddafi si ebbe il primo vero tentativo di unificare le popolazioni di Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Le entrate del petrolio consentirono al giovane ufficiale diventato leader di sviluppare le infrastrutture del Paese, ma se gli interventi a pioggia alzarono il livello di vita della popolazione, non eliminarono le gelosie storiche tra gli abitanti della Libia. Bengasi si sentiva in diritto di essere la capitale e i suoi abitanti ritenevano di essere trascurati rispetto a quelli di Tripoli, istante un migliaio di chilometri. Gli uni e gli altri, con atteggiamenti spesso razzisti, non prendevano nemmeno in considerazione chi abitava nelle oasi del deserto (spesso ricche di idrocarburi) o nelle montagne più a Sud.

Negli anni ’70, con i tre volumi del suo “Libro verde”, Gheddafi aveva indicato una complessa via al socialismo che sposava filosofia occidentale e letture laiche del Corano. Proposte che andavano contro la tradizione musulmana e la realtà arcaica della società tribale locale. Come modello di sviluppo citava spesso quello del kibbutz israeliano. I petrodollari gli garantirono ampi consensi ma le sue posizioni antioccidentali, il sostegno economico e talvolta militare ai più disparati movimenti rivoluzionari furono considerati da molte cancellerie e anche da numerosi capi locali una minaccia. Schiacciava con mano ferma il dissenso interno, in parte fomentato dal clero islamico. Fu il primo a mettere in guardia Washington dalla pericolosa radicalizzazione degli ex-combattenti (molti libici) andati a combattere in Afghanistan contro le truppe sovietiche e che formarono al-Qaeda. Negli anni subito precedenti l’assalto al suo Regime, quando aveva chiuso il suo contenzioso con l’Occidente (accuse di terrorismo, poi embargo), era nuovamente corteggiato da Washington e Londra. Spronato da uno dei figli (Seif), lancio segnali di cambiamento, in gran parte respinti da gruppi di potere economico e dallo stesso establishment che aveva creato favorendo le tribù (ve ne sono 140, 30 le maggiori) e i loro potenti capi spesso contrari all’unità stessa del Paese.

Moti di protesta si manifestarono sull’onda della “primavera araba” ma con motivazioni diverse rispetto ai Paesi limitrofi e divergenti tra Regioni e strati della popolazione. Il primo focolaio si ebbe a Bengasi il 16 febbraio 2011. La cronaca fu ricca di verità e bugie. I disordini divennero guerra civile, l’Onu intervenne a sostenere i rivoltosi attaccando le truppe fedeli al Regime. Sette mesi dopo, il 21 ottobre, il leader libico (che si era rifugiato a Sirte) venne catturato e assassinato in un’operazione coordinata dai servizi segreti francesi e Usa. Il fallimento di ogni accordo tra coloro che avevano partecipato ai moti anti-Gheddafi porto dopo tre anni alla seconda guerra civile e all’aggiunta di nuovi attori, tre cui i combattenti dell’Isis: una partita sempre più confusa. Si formarono due Governi rivali, poi uno fallimentare accordo nazionale. Nel 2017 era chiaro che interessi tribali, vecchi odii e antagonismi e il coinvolgimento sempre più attivo di attori esterni avevano preso il sopravvento sui tentativi di riconciliazione nazionale. Dall’agosto 2020 e in atto un processo di Pace mentre si cercano di quantificare i danni. Secondo alcune stime, il numero di libici espatriati in Tunisia dall’inizio della guerra civile nel 2011 e 1,8milioni, circa un terzo della popolazione. Decine di migliaia sono gli sfollati interni. Le cifre riguardanti morti e feriti gravi in dieci anni di conflitto variano da 3 a 25mila. L’Onu ha sollecitato un’inchiesta su crimini di guerra dopo la scoperta di fosse comuni con almeno 200 cadaveri a Tarhuna, che era sotto il controllo del generale Haftar.