Libia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nella primavera-estate del 2019, la guerra è diventata frontale, fra due coalizioni – quella che fa capo a Khalifa Haftar e al “Governo” di Tobruk, e quella che ha il suo punto di riferimento in Fayez Mustafà al Serraj, Presidente del Consiglio presidenziale della Libia – che mirano alla conquista dell’intero Paese.

Nel conflitto un ruolo fondamentale lo giocano le potenze straniere, sia occidentali che arabo-islamiche.

Ma nel tempo lo scacchiere degli appoggi esterni è cambiato. Se all’inizio la comunità internazionale era in larga maggioranza dalla parte di Serraj, Haftar è stato capace di rompere questa vasta alleanza, portando dalla propria parte l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti, la Russia, l’Arabia Saudita, e soprattutto la Francia, che in questo gioco di contrapposizioni si trova in modo sempre più palese a mettere in atto una strategia anti italiana (naturalmente l’obiettivo è il posizionamento rispetto alle risorse petrolifere, che poco ha a che vedere con gli interessi della popolazione libica).

Quanto agli Stati Uniti, per lungo tempo schierati col Governo di Tripoli, sembra che vi sia un riposizionamento per un riavvicinamento ad Haftar.

Alla metà di aprile, l’uomo forte della Cirenaica ha lanciato una forte offensiva per la conquista definitiva di Tripoli. Un attacco con ogni probabilità sostenuto e caldeggiato da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, che ha vanificato lo sforzo di mediazione internazionale sostenuto dall’Unione Europea, dall’Unione Africana e dagli Stati Uniti, oltre che da António Guterres, il Segretario generale dell’Onu.

Haftar, mentre scriviamo, è nel momento di sforzo massimo per ottenere la vittoria militare, anche attraverso l’arruolamento di migliaia di mercenari di Paesi africani. Molti analisti, tuttavia, ritengono che nessuna forza in campo sia tale da ottenere una soluzione per via bellica, e che invece l’unica via d’uscita per ottenere la pace nel Paese africano sia il compromesso politico e la condivisione del potere.

Le cifre della guerra sono intanto drammatiche: nella sola prima metà del 2019 i morti sono stati 1.200, 6mila i feriti, 110mila i nuovi sfollati.

In tutto questo, il gran timore europeo è che l’escalation bellica possa avere conseguenze sui flussi migratori: in Libia sono presenti più di 640mila stranieri, nella quasi totalità africani, intrappolati nell’inferno dei centri di detenzione.

Di fronte a una situazione fuori controllo, l’ingente numero di migranti potrebbe riprendere la via del Mediterraneo. E questo è l’incubo di molti leader del Vecchio Continente.

Per cosa si combatte

Gli obiettivi degli attori di questa guerra civile sono tanti e diversi. Ci sono quelli dei leader politici e militari, quelli dei (numerosi) Paesi stranieri che hanno mire sulle risorse energetiche libiche, quelli – anch’essi stranieri – che puntano a vantaggi di alleanze e influenze geopolitiche, infine l’Europa, nel suo insieme, che ha il problema di frenare i flussi migratori dal Nord Africa. All’origine, il conflitto libico, scoppiato il 17 febbraio 2011 insieme a diverse altre ribellioni arabe (la scintilla è stata la repressione della manifestazione di protesta contro le cosiddette “magliette blasfeme”), aveva lo scopo primario di mettere fine alla quarantennale dittatura di Gheddafi, diventato scomodo non solo per gli equilibri interni al Paese, ma anche (si potrebbe dire soprattutto) per Francia e Stati Uniti, che ne volevano fortemente l’eliminazione. L’intervento internazionale a sostegno dei ribelli ha portato rapidamente all’eclissi del regime, ma ha creato un vuoto di potere enorme, per cui la lotta si è trasformata in una spartizione del Paese per bande e clan, mentre rimaneva preminente però il controllo dei pozzi petroliferi (la Libia fino al 2011 era stata il decimo Paese al mondo per riserve provate di petrolio, e il primo in Africa). Sul piano interno, si è riacceso in tutta la sua forza, il conflitto tra le diverse componenti della società libica, “congelata” per 40 anni. La divisione tra islamisti e anti-islamisti, infatti, non è tanto (o solo) ideologica, quanto piuttosto attinente alle storiche rivalità regionali, tribali e sociali di un Paese bloccato nel suo cammino post-coloniale dalla peculiare forma di Governo che Gheddafi aveva escogitato e teorizzato nel suo Libro Verde.

Quadro generale

La storia post-coloniale della Libia inizia con l’imposizione, nel 1947, all’Italia di rinunciare a tutte le sue colonie, dopo la Seconda Guerra Mondiale. Finiva così l’epoca del dominio italiano (1912-1947) e cominciava il breve periodo delle due amministrazioni: Tripolitania e Cirenaica sotto gli inglesi, Fezzan alla Francia.

L’indipendenza arriva nel 1951, la Libia è il primo Paese africano a ottenerla. Sale al potere re Idriss I (primo e unico Re di Libia), ma anche il suo regno non dura a lungo: nel settembre 1969, il giovane ufficiale Muhammar Gheddafi, insieme ad altri ufficiali, attua un incruento colpo di stato. Nel 1975 Gheddafi pubblica il Libro Verde, il suo pensiero politico alternativo tra comunismo e liberalismo, una sorta di mix tra socialismo reale e democrazia ateniese, mescolato con gli interessi tribali e gestito dai “Comitati popolari”, una forma di organizzazione per esprimere la volontà della base.

Sul piano internazionale Gheddafi viene accusato, negli anni ’70 e ’80, di finanziare i gruppi terroristici internazionali e gli Stati Uniti lo dichiarano nemico numero uno, tentando più volte di ucciderlo, con bombardamenti aerei (1986) e attentati. Negli anni ’90, dopo la prima guerra del Golfo (1991), il leader nordafricano inizia un lento avvicinamento all’Europa e anche agli Stati Uniti, operazione che sfocia nella ripresa delle relazioni diplomatiche con Washington e con la ripresa degli affari con il Vecchio Continente, mentre nel contempo il dittatore veste sempre più di frequente il ruolo di interprete e difensore dei diritti e dello sviluppo del continente, nella fase della sua cosiddetta “svolta panafricana”.

Nulla sembra turbare il regime, sino alla primavera del 2011, quando le rivolte nel Maghreb danno fiato a una opposizione interna che sembrava sconfitta. Sulla fine del regime libico, però pesa principalmente l’intervento esterno. Al divampare della guerra civile, nel conflitto intervengono militarmente diversi Governi stranieri tra cui, appunto, la Francia e gli Stati Uniti in appoggio alle milizie ribelli. Si arriva presto alla caduta di Muhammar Gheddafi (che viene ucciso il 20 ottobre 2011). Chi ha voluto la fine del regime libico, tuttavia, non ha preparato la sua successione. Alla morte di Gheddafi, il Paese si ritrova con centinaia di milizie armate e rivali, senza un Governo in grado di controllare tutto il territorio, e con una comunità internazionale interessata più a prendere – o a non perdere – posizioni di vantaggio rispetto alle risorse di gas e greggio che a favorire un processo di transizione verso la democrazia. Il caos libico si trasforma sempre più in un coacervo inestricabile di scontri, gruppi armati, alleanze continuamente fatte e disfatte. Il vuoto di potere porta il Paese ad avvitarsi in una crisi senza fine. Nel 2014, dopo i ripetuti, falliti tentativi di avviare un processo democratico, si tengono le seconde elezioni dall’inizio del conflitto civile, con l’appoggio della comunità internazionale. Ma subito dopo il voto, nuovi scontri fra gruppi armati nella stessa capitale Tripoli, spingono la neoeletta “Camera dei Rappresentanti” e il nuovo Governo a spostarsi a Tobruk. Tripoli, così, finisce sotto il controllo di un agglomerato di milizie musulmane, compresi i gruppi dell’estremismo islamico. È in questa fase che entra in scena Khalifa Haftar, già sostenitore di Gheddafi, caduto poi in disgrazia e fuggito negli Stati Uniti. Haftar, che era rientrato in Libia con l’inizio della guerra civile nel 2011, diventa il principale avversario degli islamisti. Il suo obiettivo dichiarato è liberare il Paese dalla loro presenza. Su iniziativa delle Nazioni Unite (ma l’Italia ne ha una parte rilevante) viene favorita la nascita di un Governo di unità nazionale, guidato da Fayez al Serraj, che riesce con fatica e molto tempo (diversi mesi) a estromettere il Governo precedente e a insediarsi a Tripoli. In base alla road map dell’Onu, la “Camera dei Rappresentanti” di Tobruk dovrebbe riconoscere il Governo di Serraj e diventare il suo braccio legislativo. Ma questo non avviene.

Di fatto si cristallizza una situazione bicefala: a Tripoli il Governo di Serraj, riconosciuto dalla maggior parte della comunità internazionale, ma non eletto; a Tobruk la “Camera dei Rappresentanti”, eletta, ma non riconosciuta. E con il crescente peso, sia militare che diplomatico, di Haftar, che in breve tempo fa dell’intera Cirenaica la sua roccaforte e stringe alleanze con diverse altre milizie, anche nel Sud, nella Regione del Fezzan. Ma, ancora una volta, un peso determinante viene assunto dalle potenze straniere e dalla loro forte ingerenza negli schieramenti pro o contro il Governo di Serraj (Gna) o l’esercito di Haftar (Enl). I due leader diventano presto nemici in guerra aperta e polarizzano lo scontro.