Afghanistan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il 2019 è l’anno dei negoziati. Con una maratona segreta di avvicinamento, che si è intensificata ed è stata resa pubblica nel 2018, gli americani hanno iniziato colloqui di pace diretti coi Talebani a Doha, nel Qatar, dove questi hanno una sorta di ambasciata. A giugno 2019 si è concluso il settimo round negoziale che per ora ha registrato convergenza su due punti: ritiro delle truppe straniere contro la garanzia che l’Afghanistan non sia mai più terreno ospite per attività terroristiche e/o di minaccia agli Stati Uniti. I colloqui, da cui è escluso il Governo di Kabul, sono gestiti da Zalmai Khalilzad, diplomatico afgano-americano già ambasciatore degli Stati Uniti alle Nazioni Unite (2007-2009), in Iraq (2005-2007) e in Afghanistan (2003-2005), che rappresenta la parte statunitense nei colloqui. I Talebani sono rappresentati invece da Sher Mohammad Abbas Stanikzai, a capo dell’ufficio di Doha, e dal capo negoziatore mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore del movimento, rilasciato nell’ottobre 2018 da una prigione pachistana e considerato una “colomba”.

Il negoziato che si prevede lungo e difficile si svolge mentre in Afghanistan stazionano ancora (giugno 2019) oltre 17mila soldati stranieri di cui oltre la metà statunitensi inquadrati dalla Nato più altri 5mila circa sotto diretto comando Usa nell’operazione Freedom’s Sentinel (Ofs). Gli Usa in totale hanno circa 14mila uomini nel Paese di cui 8.500 sotto insegne Nato. La guerra continua e le vittime civili sono salite dell’11% dal 2017 con 3.804 persone uccise, tra cui 927 bambini, e altre 7.189 persone ferite, secondo l‘ufficio Onu di Kabul (Unama). Anche il tributo militare è elevato: secondo Kabul, le forze di sicurezza afgane avrebbero perso 45mila uomini. La situazione politica interna è in stallo: il Presidente Ashraf Ghani, che guida un esecutivo bicefalo con Abduallah Abdullah, si è molto indebolito anche per essere stato escluso dal negoziato; le elezioni – legislative e presidenziali – oggetto di continui rinvii. Le legislative si sono tenute nell’ottobre 2018 e le presidenziali erano previste a settembre 2019. L’opposizione a Ghani si è invece molto rafforzata anche grazie al ruolo che sia Russia sia Pakistan hanno dato a diversi politici afgani (tra cui Karzai) invitati in Russia e in Pakistan a più riprese come tassello di un possibile negoziato diretto intra afgano tra talebani e istituzioni di Kabul. La situazione economica, in un Paese dove l’economia di guerra è finanziata in gran parte dall’aiuto esterno e quella informale dal traffico di oppiacei, continua a peggiorare.

L’accelerazione del ritiro

Il 14 aprile 2021 il presidente Usa Joe Biden ha annunciato che le residue truppe statunitensi – allora circa 3.000 – sarebbero state ritirate entro l’11 settembre 2021, in occasione del ventennale dall’attacco alle Torri gemelle di New York. Pochi giorni dopo, Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha confermato il calendario del ritiro anche per le truppe degli altri Paesi della coalizione Nato. La data scelta da Biden posticipa di circa quattro mesi quella concordata tra Talebani e Washington nell’accordo di Doha. Firmato nella capitale del Qatar il 29 febbraio 2020, l’accordo prevedeva il ritiro delle truppe straniere entro il 30 aprile 2021, a condizione che i Talebani rispettassero alcuni impegni, tra cui la rottura con i gruppi terroristici internazionali e la disponibilità sul processo di pace. L’accordo di Doha è stato l’esito dei negoziati inaugurati nel settembre 2018 dall’inviato Zalmay Khalilzad su iniziativa del presidente Usa Donald Trump, il quale ha forzato la mano rispetto alle amministrazioni precedenti, puntando sul dialogo bilaterale. L’accordo bilaterale ha però escluso e indebolito il governo di Kabul, mentre ha rafforzato i Talebani, che hanno ottenuto, almeno in parte, la legittimità internazionale a cui ambiscono da anni. La scelta di Biden di non rispettare il calendario del ritiro concordato dal suo precedessore ha offerto un’altra occasione ai Talebani, i quali hanno rifiutato di partecipare a una conferenza di pace, sotto l’egida dell’Onu, che si sarebbe dovuta tenere tra aprile e maggio 2021 a Istanbul, in Turchia. Forti sul fronte militare e diplomatico, i Talebani osservano i crescenti dissidi all’interno del “fronte repubblicano”, l’ampio spettro politico che raccoglie, oltre al governo di Kabul, tutti i principali attori locali. Diviso al proprio interno, il fronte repubblicano fatica a trovare una posizione diplomatica univoca. Per ora, si limita a invocare la difesa dell’architettura istituzionale attuale. I Talebani si dicono contrari alla Costituzione. Ma non hanno ancora fatto sapere con cosa vorrebbero sostituirla. Anche il loro fronte è destinato a subire importanti scosse di assestamento nei prossimi mesi. Tutti condividono l’obiettivo ultimo di liberare il Paese dalle forze di occupazione, ma le varie anime del movimento potrebbero avere idee diverse sull’alternativa da costruire. Per ora, ci sono ripetute dichiarazioni ufficiali secondo le quali i Talebani non cercano il monopolio politico e sono pronti a condividere il potere con altri soggetti. Ma nei territori da loro controllati, le pratiche quotidiane sembrano smentirli.

La vittoria dei Talebani

Le cose (con ipotesi e previsioni) precipitano però a una velocità che lascia stupefatti quando, agli inizi di agosto 2021 e dopo l’abbandono americano della base militare di Bagram, i Talebani lanciano un’offensiva su una serie di città e distretti minori che cadono in molti casi anche senza combattere. Pur avendo affermato di non voler attaccare le città maggiori, i Talebani le conquistano una a una con un effetto domino inarrestabile che culmina il 15 agosto nella presa della capitale. Le cose precipitano mentre ci si domanda come sia possibile che un esercito di circa 300mila uomini (comprese le forze di polizia) si sia in molti casi arreso o abbia mostrato una resistenza debolissima, a parte l’impegno delle forze speciali in numero ridotto. Conclusasi la presa della capitale, abbandonata dal Presidente Ghani, e avviato il percorso di formazione di un nuovo Governo, che si delinea solo nei primi giorni di settembre, scatta il piano di evacuazione dei collaboratori delle forze di occupazione che chiedono di lasciare il Paese. Si tratta di decine di migliaia di persone che “assaltano” praticamente l’aeroporto di Kabul, lasciato dall’ultimo soldato americano a fine agosto giorno in cui i Talebani festeggeranno la liberazione dell’Afghanistan. Se l’operazione in parte riesce (solo l’Italia evacua 4.900 afgani), molti restano a  terra mentre sale la preoccupazione di ritorsioni dei Talebani non solo verso chi ha collaborato ma verso donne, giornalisti/e e attivisti. La leadership politica che ha negoziato con gli americani a Doha rassicura ma si teme che, da una parte sia solo un’ambigua imbiancatura della facciata, dall’altro che il vertice non riesca a controllare le forze guerrigliere locali che fanno capo a bande e capibastone, la cui azione si colora di aspetti drammatici: caccia all’uomo (e alle donne), vendette, violenze e persino esecuzioni. Sfortunatamente, la chiusura di tutte le ambasciate lascia gli afgani senza quel minimo di protezione  che la diplomazia potrebbe garantire anche se alcuni Paesi inviano delegati a Doha, in Qatar, dove ha sede l’Ufficio politico dei Talebani il cui potere è però ormai a Kabul. E’ proprio il Qatar a segnare con il primo volo commerciale la riapertura dello scalo della capitale afgana per il quale i Talebani negoziano con la Turchia affinché se ne garantisca la reale riapertura, minata dall’incompetenza del personale talebano e dagli investimenti necessari a farlo ripartire. Tutto ciò mentre il Paese affronta la crisi economica e l’emergenza umanitaria con 500mila sfollati interni, pressione alla frontiere, mancanza di denaro in un Paese dove 7 afgani su 10 vivono sotto la soglia di povertà e, dice l’Onu, uno su tre non avrà a breve di che mangiare. Quanto alle vittime civili,  erano 3.050 i morti, 5.785 i feriti registrati nel corso del 2020, secondo Unama, la missione dell’Onu a Kabul. Quelli più recenti, resi pubblici ad aprile 2021, registrano nei primi 3 mesi dell’anno 573 morti e 1210 feriti, per una crescita complessiva del 29% rispetto allo stesso periodo del 2020. Per le donne, l’aumento è del 37%, del 23% per i bambini. Le ultime stragi di civili sono da imputarsi al sedicente Stato islamico nella Provincia del Khorasan (Iskp), che ha rivendicato l’attentato all’aeroporto di Kabul del 26 agosto che uccide quasi 200 civili afgani e 13 marine americani. La minaccia del califfato di Raqqa incombe dunque anche sul nuovo regime talebano.

Per cosa si combatte

È una domanda che molto spesso è stata rivolta dall’opinione pubblica ai Governi dei Paesi impegnati in una guerra che nel dicembre 2019 compie quarant’anni di conflitto ininterrotto. L’ultima in ordine di tempo è nata come una sorta di vendetta statunitense contro il Governo talebano dopo l’11 settembre 2001. Alcuni analisti hanno proposto la chiave delle risorse, ma l’Afghanistan non ha petrolio e riserve limitate di gas e può essere bypassato da oleodotti e gasdotti che provengono da altrove. Possiede giacimento di minerali che restano di difficile estrazione benché, negli ultimi anni, questo mercato sia in espansione e tenuto sotto controllo soprattutto dalla Cina. La chiave geopolitica continua a reggere (territorio di “profondità strategica” per il Pakistan in caso di guerra con l’India, snodo tra Asia Centrale, Medio Oriente e subcontinente indiano) ma molte altre se ne aggiungono: quella ad esempio secondo cui gli americani, il vero dominus della politica afgana, non intendano mollare il controllo sulle basi aeree afgane per poter controllare l’Iran e il confine Sud dell’ex Urss. Karzai si era opposto all’accordo sulle basi poi accettato dal Governo Ghani-Abdullah. L’Italia nel 2019 è ancora presente con un contingente di circa 900 uomini inquadrato nella missione Nato Resolute Support forte di 17.148 soldati comandati dal generale americano Austin Scott Miller.

Quadro generale

Nato formalmente come una coalizione di tribù Quadro generale pashtun guidata da Ahmad Shah Durrani (1722 ca – 16 ottobre 1772), fondatore dell’impero Durrani e considerato il creatore nel 1747 del moderno Stato dell’Afghanistan, il Paese non ha sbocco al mare ed è assai più piccolo di quanto non fosse all’epoca di Ahmad Shah o ancora prima quando fu dominato da una reggenza di origine turco mongola. Finiti nelle mire zariste e britanniche, gli afgani hanno combattuto tre guerre con l’Impero britannico ma – con il Trattato anglo-afghano del 1919 – il re modernista Amanullah poté proclamare l’indipendenza dallo status di protettorato britannico effetto della sconfitta nella seconda guerra anglo-afghana.

L’ultimo conflitto, iniziato dopo l’attacco alle Torri gemelle di New York nel 2001, ha conosciuto alti e bassi e un diverso tasso di intensità ma è ancora in corso e continua a mietere ogni anno più vittime nonostante nel 2019 siano entrati nel vivo i negoziati di pace con la guerriglia talebana. Il piccolo Paese chiamato anche il “crocevia dell’Asia” è praticamente il centro di un conflitto locale, regionale e internazionale dall’invasione sovietica del dicembre 1979 conclusasi dieci anni dopo, nel 1989, e diventata il manifesto dell’ultimo grande conflitto della Guerra fredda tra Usa e Urss. Già nell’Ottocento, l’Afghanistan era comunque stato il perno del Grande Gioco (Great Game) tra Russia zarista e Impero britannico per il controllo dell’Asia centrale e dei valichi che portano nel subcontinente indiano.

Da ormai più di 18 anni l’ultimo conflitto vede contrapposto il Governo di Kabul e il movimento dei talebani – di ispirazione islamica e fedele alla scuola di pensiero deobandi – fondato da mullah Omar negli anni Novanta e attualmente guidato da mullah Akhundzada. Il movimento talebano, di ispirazione nazionalista e che combatte per l’istituzione di un emirato islamico, è in parte sostenuto dal Pakistan e finanziato da attori molto diversi e variabili: dagli iraniani agli emirati del Golfo, dai cinesi ai sauditi. Il Governo di Kabul, retto dal Presidente Ashraf Ghani, è invece appoggiato dagli Stati Uniti, presenti nel Paese con la missione Freedom’s Sentinel, continuazione di Enduring Freedom, e dalla Nato con la missione Resolute support che ha sostituito Isaf, conclusasi nel 2014.

L’esecutivo afgano, nato da contestate elezioni presidenziali nel 2014, può contare su una forza di circa 175mila soldati inquadrati nel Afghan National Army (Ana) e circa 150mila uomini nelle forze di polizia. Il budget delle forze armate è garantito da fondi internazionali.

Il livello di scontro tra guerriglia, forze di sicurezza e alleati è elevato in quasi tutte le aree del Paese ma soprattutto nella regione Sudorientale e, da qualche anno, anche nel Nord. La guerriglia è attiva soprattutto nelle campagne e, secondo un’inchiesta della Bbc, vedrebbe i talebani controllare completamente solo il 3% del territorio (contro il 30% dell’esercito regolare) ma avrebbe comunque una notevole influenza in oltre la metà almeno del Paese dove la presenza militare governativa resta sotto schiaffo anche se controlla però i maggiori centri urbani. A partire dal 2015 si è iniziata a far sentire anche la presenza del sedicente Stato Islamico che vorrebbe fare dell’Afghanistan una parte del “Grande Khorasan”, area amministrativa che comprenderebbe anche parti dell’Iran e del Pakistan. Il sedicente Stato Islamico è presente soprattutto con attentati stragisti nelle città (specie contro la comunità sciita) ma non è in grado di controllare territori anche per la strenua opposizione dei talebani, in questo bizzarramente alleati del Governo. Gli Stati Uniti, che hanno recentemente aumentato i raid aerei, il 13 aprile del 2017 hanno sganciato una bomba da 11 tonnellate (Gbu-43/B, o Moab – mother of all bombs) nella Provincia del Nangarhar proprio per colpire i santuari delsedicente Stato Islamico. La sua presenza  è tuttora in essere con attentati stragisti da cui i Talebani si sono spesso smarcati. Un ulteriore elemento di destabilizzazione si deve al rientro forzato dall’Europa e dal Pakistan di migranti e richiedenti asilo rimpatriati spesso obtorto collo.

Dal punto di vista del negoziato di pace le cose hanno iniziato a muoversi verso la metà del 2018, ma i Talebani continuano a rifiutare le proposte di pace avanzate da Ghani e dall’Alto consiglio di pace, istituito dal Governo. Una novità importante da segnalare è invece l’attività di un recente movimento pacifista nato a Lashkar Gah nel marzo 2018 e che ha già percorso il Paese in lungo e in largo.