Afghanistan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il 14 aprile 2021 il presidente Usa Joe Biden ha annunciato che le residue truppe statunitensi – allora circa 3mila – sarebbero state ritirate entro l’11 settembre 2021, in occasione del ventennale dall’attacco alle Torri gemelle di New York. Pochi giorni dopo, Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato, ha confermato il calendario del ritiro anche per le truppe degli altri Paesi-Nato. La data scelta da Biden posticipa di circa quattro mesi quella concordata tra Talebani e Washington nell’Accordo di Doha. Firmato nella capitale del Qatar il 29 febbraio 2020, l’Accordo prevedeva il ritiro delle truppe straniere entro il 30 aprile 2021 a condizione che i Talebani rispettassero alcuni impegni, tra cui la rottura con i gruppi terroristici internazionali e la disponibilità sul processo di Pace. L’Accordo di Doha è stato l’esito dei negoziati inaugurati nel settembre 2018 da Zalmay Khalilzad su iniziativa del presidente Usa Donald Trump, il quale ha forzato la mano rispetto alle Amministrazioni precedenti, puntando sul dialogo bilaterale. L’accordo bilaterale ha però escluso e indebolito il Governo di Kabul, mentre ha rafforzato i Talebani, che hanno ottenuto, almeno in parte, la legittimità internazionale a cui ambiscono da anni.

La scelta di Biden di non rispettare il calendario del ritiro concordato dal suo precedessore ha offerto un’altra occasione ai Talebani, i quali hanno rifiutato di partecipare a una conferenza di Pace sotto l’egida dell’Onu che si sarebbe dovuta tenere tra aprile e maggio 2021 a Istanbul, in Turchia. Forti sul fronte militare e diplomatico, i Talebani osservano i crescenti dissidi all’interno del “fronte repubblicano”, l’ampio spettro politico che raccoglie, oltre al Governo di Kabul, tutti i principali attori locali. Diviso al proprio interno, il fronte repubblicano fatica a trovare una posizione diplomatica univoca. Per ora, si limita a invocare la difesa dell’architettura istituzionale attuale. I Talebani si dicono contrari alla Costituzione, ma non hanno ancora fatto sapere con cosa vorrebbero sostituirla. Anche il loro fronte è destinato a subire importanti scosse di assestamento nei prossimi mesi. Tutti condividono l’obiettivo ultimo di liberare il Paese dalle forze di occupazione, ma le varie anime del movimento potrebbero avere idee diverse sull’alternativa da costruire. Per ora, ci sono ripetute dichiarazioni ufficiali secondo le quali i Talebani non cercano il monopolio politico e sono pronti a condividere il potere con altri soggetti. Ma nei territori da loro controllati, le pratiche quotidiane sembrano smentirli.

La svolta di agosto

Il 15 agosto, completato ormai in anticipo il ritiro americano deciso a Doha, Kabul cade in mano dei Talebani, ultima di una serie di grandi città (Herat, Kandahar, Jalalabad) e città minori conquistate nelle settimane precedenti. L’ingresso a Kabul, in capo alla fazione Haqqani, lascia stupefatti gli stessi Talebani mentre il Presidente Ashraf Ghaniè già fuggito, tra le polemiche, dalla capitale. Tra il 14 agosto e il 31 agosto, gli Stati Uniti e i loro partner della coalizione evacuano più di 120.000 persone dall’Afghanistan tramite ponti aerei dall’aeroporto internazionale della capitale “Hamid Karzai”. I Talebani si mettono al lavoro e, nonostante le promessa di un governo inclusivo, agli inizi di settembre nominano il nuovo esecutivo con a capo  Mohammad Hasan Akhund, stretto collaboratore del defunto fondatore del gruppo, mullah Omar. Un posto di rilievo è destinato a Sirajuddin Haqqani (Interno) mentre Viceprimo ministro viene indicato mullah Ghani Baradar, il negoziatore di Doha. Agli esteri mullah Yakoob. L’esecutivo (ad interim) viene criticato poiché non inclusivo e senza alcuna presenza femminile. E anche se le temute ritorsioni nei confronti di collaborazionisti e attiviste non avvengono in realtà con la temuta estensione che si paventava (pur se le notizie di esecuzioni sommarie si susseguono),  i Talebani reimpongono una stretta lettura della Sharia, discriminano le donne e sono diverse le azioni contro la minoranza hazara. Il Paese precipita intanto in una crisi economica senza precedenti per mancanza di fondi e circolante, motivo dovuto anche al congelamento dei beni della Banca centrale afgana (circa 9 miliardi) bloccati negli Usa. Con l’avvento dell’inverno la tragedia umanitaria si aggrava mentre i fondi per l’emergenza arrivano con lentezza e le Nazioni Unite mettono in guardia su un possibile futuro  alto bilancio  di vittime per la fame e il freddo.

Il 13 gennaio, dopo che tre giorni prima l’On u ha lanciato un appello per oltre 5 mld di dollari (la cifra più alta mai richiesta in un singolo Paese) il Segretario generale Antonio Guterres chiede espressamente lo scongelamento anche dei fondi della Banca centrale afgana chiusi a chiave nella casse della banche americane dall’avvento al potere dei Talebani.

Per cosa si combatte

L’opinione pubblica ha molto spesso chiesto il motivo per cui si combatte ai Governi dei Paesi impegnati in una guerra che, con fasi alterne, va avanti dal 1979, sebbene l’ultima fase del conflitto sia iniziata nel 2001 con la reazione degli Stati Uniti all’attacco alle Torri gemelle. Quest’ultima fase del conflitto può essere letta come una sorta di reazione muscolare e di vendetta statunitense contro il Governo talebano, accusato di ospitare Osama bin Laden e al-Qaeda. Ha rappresentato anche l’inizio del paradigma bellico della “War on Terror”. Alcuni analisti hanno proposto la chiave delle risorse come matrice del conflitto, ma l’Afghanistan non ha petrolio e ha riserve limitate di gas e può essere bypassato da oleodotti e gasdotti lungo altre coordinate. Possiede giacimenti di minerali, che restano però di difficile estrazione. Negli ultimi anni, questo mercato si è comunque espanso, con la Cina tra gli attori più interessati. La chiave geopolitica continua dunque a reggere. Quello afghano è infatti un territorio di “profondità strategica” per il Pakistan (in caso di guerra con l’India) e uno snodo cruciale tra Asia centrale, Medio Oriente e Subcontinente indiano. Con il ritiro delle truppe straniere nel settembre 2021 viene meno un fattore che per alcuni analisti alimentava il conflitto: la presenza degli americani, il vero dominus della politica afghana, e il loro controllo sulle basi aeree afghane per poter controllare l’Iran e il confine Sud dell’ex Urss.

Quadro generale

Nato formalmente come una coalizione di tribù pashtun guidata da Ahmad Shah Durrani (1722 ca – 16 ottobre 1772, fondatore dell’Impero Durrani e considerato il creatore nel 1747 del moderno Stato dell’Afghanistan), il Paese non ha sbocco al mare ed è assai più piccolo di quanto non fosse all’epoca di Ahmad Shah o ancora prima, quando fu dominato da una reggenza di origine turco-mongola. Finiti nelle mire zariste e britanniche, gli afghani hanno combattuto tre guerre con l’Impero britannico ma, con il Trattato anglo-afghano del 1919, il re modernista Amanullah ha potuto proclamare l’indipendenza dallo status di protettorato britannico effetto della sconfitta nella seconda guerra anglo-afghana. L’ultimo conflitto, iniziato dopo l’attacco alle Torri gemelle di New York nel 2001, ha conosciuto alti e bassi e un diverso tasso di intensità ,ma è ancora in corso e continua a mietere vittime nonostante l’accordo del febbraio 2020 tra i Talebani e gli Stati Uniti e l’inizio, nel settembre dello stesso anno, del cosiddetto dialogo “intraafghano”.

Il piccolo Paese, chiamato anche il “crocevia dell’Asia”, è il centro di un conflitto locale, regionale e internazionale dall’invasione sovietica del dicembre 1979 conclusasi dieci anni dopo, nel 1989, e diventata il manifesto dell’ultimo grande conflitto della Guerra fredda tra Usa e Urss. Già nell’Ottocento, l’Afghanistan era comunque stato il perno del Grande Gioco (Great Game) tra Russia zarista e Impero britannico per il controllo dell’Asia centrale e dei valichi che portano nel Subcontinente indiano. Da ormai vent’anni, l’ultimo conflitto vede contrapposto il Governo di Kabul e il movimento dei Talebani (di ispirazione islamica e fedele alla scuola di pensiero deobandi) fondato da mullah Omar negli anni Novanta e attualmente guidato da mullah Haibatullah Akhundzada. Il movimento talebano, di ispirazione nazionalista e che combatte per l’istituzione di un emirato islamico, è in parte sostenuto dal Pakistan e finanziato da attori molto diversi e variabili: dagli iraniani agli Emirati del Golfo, ai sauditi.

Il Governo di Kabul, retto dal presidente Ashraf Ghani, è invece appoggiato dagli Stati Uniti, presenti nel Paese con la missione Enduring Freedom, sostituita poi da Freedom’s Sentinel, e dalla Nato con la missione Resolute Support che ha sostituito Isaf, conclusasi nel 2014. Tutte le truppe straniere vengono ritirate dall’Afghanistan entro l’11 settembre 20201. L’esecutivo afghano, nato da contestate elezioni presidenziali nel 2019, può contare su una forza di circa 175mila soldati inquadrati nell’Afghan National Army (Ana) e circa 150mila uomini nelle forze di polizia. Il budget delle forze armate è garantito da fondi internazionali, assicurati – almeno nel breve periodo – anche dopo il ritiro degli Usa e degli altri Paesi che partecipano alla missione Nato. Il livello di scontro tra guerriglia e forze di sicurezza è elevato in quasi tutte le aree del Paese ma soprattutto nella Regione Sudorientale e, da qualche anno, anche nel Nord. La guerriglia è attiva soprattutto nelle campagne, mentre il Governo esercita l’autorità nelle aree urbane. Tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 si è iniziata a far sentire anche la presenza della cosiddetta “Provincia del Khorasan”, la branca locale dello Stato Islamico.

Il nome rimanda allo storico “Grande Khorasan”, un’area che comprendeva anche parti dell’Iran, del Pakistan e di alcuni Paesi dell’Asia centrale. Il sedicente Stato Islamico ha a lungo avuto la propria roccaforte nella valle di Achin, nella Provincia orientale di Nangarhar, al confine con il Pakistan, prima di esserne allontanato con un’operazione congiunta delle forze speciali statunitensi e afghane e, in parte, dei Talebani, i quali vedono nello Stato Islamico un gruppo antagonista. Nell’aprile 2017, proprio nella valle di Achin gli Stati Uniti hanno sganciato una bomba da 11 tonnellate (Gbu-43/B, o Moab – Mother of all bombs) per colpire i santuari dello Stato Islamico. Dal punto di vista del negoziato di Pace, il cosiddetto dialogo “intra-afghano”, iniziato ufficialmente nel settembre 2020 a Doha, in Qatar, ha prodotto soltanto un accordo preliminare sulle regole da seguire nel caso di controversie. L’offensiva diplomatica statunitense iniziata nel marzo 2021 non ha prodotto risultati significativi, tanto che la conferenza di Pace sotto l’egida dell’Onu, prevista tra aprile-maggio 2021, è stata poi annullata. I Talebani hanno infatti rifiutato di partecipare.