Thailandia

“Il cambiamento potrà verificarsi quando la società thai riconoscerà la sua incapacità nella gestione dei conflitti. Da un lato c’è il mito della ‘Terra dei Sorrisi’ dove la gente vive felice e in pace. Dall’altro, quando non si riesce più a evitare il conflitto, si ricorre alla violenza per eliminare la causa del conflitto”. Così ha scritto Pravit Rojanaphruk, giornalista impegnato nella difesa della democrazia e dei diritti civili (più volte arrestato e detenuto dopo il colpo di stato del 2014, nel 2017 ha vinto l’International Press Freedom Award). Un’analisi che vale per tutti i possibili conflitti thilandesi. Lo confermano i dodici colpi di stato susseguiti dal 1932 (anno della prima costituzione e fine della monarchia assoluta) ma ancor più la crisi politica degli ultimi dieci anni, che ha portato al colpo di stato del 2014. La crisi non si è risolta con le elezioni del marzo 2019. I risultati hanno confermato la profonda divisione del Paese nei due schieramenti “tradizionali”, ultraconservatore e populista, con l’aggiunta di una nuova variabile: il Future Forward, partito del giovane miliardario Thanathorn Juangroongruangkit, che proponeva una moderna alternativa progressista. Secondo molti analisti, si poteva prevedere un Governo di unità nazionale: conservatore ma che troncasse i legami con i militari e lasciasse spazio all’opposizione. Invece, dopo due mesi di opache manovre (volte soprattutto a contrastare il Future Forward e il suo leader, destituito dalla carica di parlamentare per vaghe accuse di violazione della legge elettorale), il generale Prayuth Chan-ocha, artefice del colpo di stato e capo del successivo Governo militare, è stato eletto primo Ministro. Ciò è accaduto grazie alla nuova costituzione elaborata ad hoc dai militari, ma soprattutto per quello che è stato definito “il cancro della politica thai”, ossia la volontà di mantenere o acquisire privilegi, cariche e posizioni di potere. Le elezioni non sono state uno strumento della democrazia bensì un mezzo per legittimare l’esistente in forma diversa: la “democrazia fiorente nella disciplina”. Una disciplina che potrebbe essere dimostrata con la misteriosa scomparsa di almeno otto dissidenti.

L’incapacità di gestire i conflitti si manifesta anche sull’altro fronte di crisi, quello nelle tre Province a maggioranza musulmana di Narathiwat, Pattani e Yala, una striscia di terra incuneata nella penisola malese. Il conflitto tra Governo thai e terroristi, o ribelli, islamici ha radici antiche ma si è riacceso 15 anni fa, nel gennaio 2004. Da allora ha provocato oltre 7000 morti e 13mila feriti, in maggioranza civili. Il 2018 ha segnato il minor numero di incidenti, che però sono ripresi con gli attentati del maggio 2019, durante il Ramadan. A quanto pare i cosiddetti “dialoghi di pace” tra il Governo e il Mara Pattani (organizzazione “ombrello” di diversi gruppi) non hanno avuto effetto. Intanto nelle tre Provincie sono stati dispiegati circa 58mila mila militari e altrettanti paramilitari, mentre nuovi gruppi (in particolare salafiti) vanno ad affiancare lo storico Barisan Revolusi Nasional. Una situazione ulteriormente complicata dai criminali che operano nella regione di confine. «Raccontano che il problema nasca duecento anni fa, con la conquista thai ma il problema è lo stesso che si crea ovunque tra gli esseri umani ed è creato dalle tre “R”: razza, religione, risorse» spiega Sukree Langputeh, della Yala Islamic University.

Qualcuno comincia a pensare che la risoluzione dei conflitti possa trovarsi solo in nome di un principio superiore: quello del Devaraja, il Dio-re. Quello incarnato in Rama X, sua maestà Maha Vajiralongkorn, re di Thailandia. succeduto al padre Bhumibol Adulyadej, scomparso nel 2016. Spiega uno studioso locale: “Per Sua Maestà la conservazione è un obiettivo primario e lui è un uomo dalle idee forti. Il precedente re non è sostituibile se non da qualcuno che incarni l’idea della monarchia”.