Thailandia

La terza ondata di Covid-19, che tra aprile e giugno 2021 ha fatto dieci volte più vittime che in tutto il periodo precedente, ha infranto quel che restava del mito con cui si alimenta l’establishment thai: quello dell’inviolabilità, quasi il segno di un favore sovrannaturale. Per quanto le cifre siano molto contenute rispetto a quelle dell’epidemia nei Paesi occidentali, il Covid-19 ha aggravato la crisi che attanaglia la seconda economia dell’Asean da circa quindici anni e che è stata istituzionalizzata il 22 maggio di sette anni fa, quando il generale Prayut Chan-o-cha assunse il potere con un golpe. Potere che è ancora nelle sue mani come Primo ministro di un Governo “civile”: nel Sud-est asiatico, si compie così l’ennesima manifestazione di una “democrazia limitata”, detta anche kakistocracy, un’aristocrazia in divisa. Il colpo di Stato, la monarchia, la crisi, l’epidemia rappresentano ciò che è stato definito un “critical interregnum” in un saggio curato da Pavin Chachavalpongpun, uno dei maggiori esponenti del dissenso thai. Eppure, per uno dei paradossi che governano la politica thai, la situazione sembra destinata a mantenersi in equilibrio caotico sino alle prossime elezioni del 2023. E ancor oltre: il nuovo re Maha Vajiralongkorn non è amato quanto il padre Bhumibol, ma è riuscito ad accentrare in sé un potere che questi non aveva mai avuto (compreso il controllo del patrimonio della Corona e delle truppe che presidiano Bangkok). Il movimento giovanile che sembra trarre ispirazione dai gruppi della Milk Tea Alliance formati dai netizen di Hong Kong e Taiwan (Paesi, come la Thailandia e il Myanmar, in cui il tè viene mescolato al latte, a differenza della Cina) appare contenuto dal Covid-19, dalla repressione e dalle divisioni interne tra “libertari”, neo-marxisti e antimonarchici. Il più forte partito d’opposizione, quel Future Forward il cui successo alle elezioni del 2019 aveva fatto sperare in una stagione di cambiamento, non ha dimostrato reale resilienza dopo il pretestuoso scioglimento da parte del Governo. Protagoniste delle clamorose manifestazioni di piazza del 2010 (che avrebbero portato al golpe del 2014), le camicie rosse dell’ex premier Thaksin Shinawatra, deposto dal golpe del 2006, potrebbero determinare un cambiamento di scenario nel caso si unissero ai movimenti giovanili.

Ma anche loro sono state bloccate dal Covid-19, sia per le norme anticontagio (dal divieto di assembramento al coprifuoco) che per la paura di un virus che troverebbe il Paese del tutto impreparato. Sempre che la collera per la cattiva gestione dell’epidemia non superi la paura. In termini di conflitti reali, la Thailandia è impegnata nelle Province meridionali, dove dal 2004 l’esercito combatte i movimenti separatisti dell’insorgenza islamica. Dopo oltre 7.000 morti e ripetuti tentativi di accordo, la situazione è ancora una volta in stallo. Il pericolo maggiore appare quello sul fronte occidentale, lungo i confini con il Myanmar, dove si confrontano le Ethnic Armed Organisations, le milizie etniche, e il Tatmadaw, l’esercito birmano. Sino a giugno, il flusso di profughi verso la Thailandia è stato tenuto sotto controllo: se i bombardamenti e gli scontri dovessero intensificarsi, sarebbe incontenibile. Inoltre, qualora l’Asean decidesse un intervento di peacekeeping, la Thailandia si troverebbe nella paradossale situazione di prima linea contro un Governo come quello dei militari birmani, che hanno affermato d’ispirarsi ai thai.

Nel gennaio del 2022 il dialogo tra il Governo tailandese e il principale gruppo ribelle muslmano che combatte nel Sud del Paese  ricomincia nuovamente in Malaysia dopo la pausa Covid19. Nella stessa settimana Bangkok decide  l’acquisto di quattro jet da combattimento a partire dal prossimo anno fiscale: budget di 13,8 miliardi di baht (413,67 milioni di dollari).