Israele-Palestina

Situazione attuale e ultimi sviluppi

È partita da Gerusalemme l’ultima guerra israelo-palestinese. Prima, il 6 maggio 2021, le proteste e gli scontri per una decisione della Corte Suprema di Israele in merito allo sgombero di alcuni residenti palestinesi a Sheikh Jarrah, un quartiere di Gerusalemme Est. Poi, scontri tra palestinesi e bande di giovani israeliani davanti alla Porta di Damasco e un assalto della polizia ai manifestanti arabi che si erano asserragliati nella moschea di Al Aksa, sulla spianata nel cuore dell’antica città. E infine l’esplosione che ha sorpreso persino i servizi segreti di Tel Aviv: Hamās, da Gaza, dopo aver minacciato di intervenire militarmente se non fosse stato “tolto l’assedio” ai luoghi santi dell’Islam, ha lanciato due missili in direzione di Gerusalemme e altri razzi contro le comunità israeliane lungo la Striscia. La risposta, massiccia, era scontata. La guerra è andata avanti fino al 21 maggio con uno scambio di devastanti bombardamenti su Gaza e di razzi e missili, in buona parte intercettati, su Israele. Quindi, la tregua. Tra i palestinesi, 256 morti (di cui 66 minorenni). Tra gli israeliani, 13 civili (2 bambini).

Il quadro emerso dall’operazione, che i militari israeliani hanno chiamato “Guardiani delle mura”, è uno di grande incertezza su molti fronti. All’inizio dei combattimenti, la guerra assomigliava ai numerosi precedenti scontri avvenuti a Gaza e dintorni. Però, è stato presto chiaro che qualcosa di importante era accaduto all’interno di Israele tra i palestinesi israeliani. Per la prima volta, hanno protestato a sostegno dei loro fratelli di Gerusalemme Est, della Cisgiordania occupata e di Gaza e contro la loro condizione di “cittadini di seconda classe”. Per molti analisti si è trattato di un importante ricambio generazionale con possibili conseguenze – positive, negative? – sui loro coetanei ebrei. Altro elemento sotto il microscopio: la cautela di una parte della comunità ebraica americana e di molti esponenti del Partito democratico americano rispetto al loro sostegno acritico di Israele. Tutto ciò si riflette sull’incerto assetto politico israeliano e sulla direzione che vorrà prendere la nuova Amministrazione Usa dopo il fallimentare approccio al Medio Oriente della Presidenza Trump, con (soprattutto) i suoi “Accordi di Abramo”, i quali volevano premiare Israele e formalizzare i “bantustan” nei territori occupati, che molte organizzazioni internazionali hanno definito simili a quelli esistenti quando l’apartheid regnava nel Sudafrica razzista.

Per cosa si combatte

Due popoli in lotta per la stessa terra: un lembo minuscolo del Vicino Oriente, 26.625,600 km², poco più della Sicilia o del Piemonte. Le origini dell’attuale conflitto sono radicate nella nascita del movimento sionista come risposta al crescente antisemitismo contro gli ebrei in Europa alla fine del X secolo. Con la sconfitta dell’Impero ottomano nella Grande guerra, le spoglie – terre e popoli – furono divise tra le potenze coloniali e con gli Accordi Sykes-Picot (nomi dei rappresentanti di Londra e Parigi) del 1916 fu istituito il mandato britannico sulla Palestina, mandato che permise al Regno Unito di governare su quel Territorio tra il 1920 e il 1948. Il 2 novembre 1917, il Governo britannico rilasciò una breve dichiarazione, conosciuta con il nome del ministro degli Esteri Arthur James Balfour, impegnandosi a sostenere la costituzione di un “focolare nazionale” per il popolo ebraico in Palestina: una potenza europea, nella logica coloniale dell’epoca, decideva le sorti di una terra dove viveva una minoranza ebraica. I giusti sensi di colpa dell’Europa (e non soltanto) per il suo antisemitismo, per l’Olocausto e la morte di sei milioni di ebrei nei campi nazisti portarono l’Onu (con il voto favorevole di 33 nazioni, quello contrario di 13, tra cui gli Stati arabi, e l’astensione di 10 nazioni) a decidere la spartizione della Palestina in due Stati (uno arabo e uno ebraico), il controllo dell’Onu su Gerusalemme e la fine del mandato britannico entro il primo agosto 1948.

Quadro generale

Quando nel 2017 l’Amministrazione americana guidata dall’allora presidente Trump riconobbe Gerusalemme come capitale d’Israele, era chiaro ai dirigenti così come alla popolazione palestinese che Washington aveva sposato la politica espansionista israeliana. Il resto del Mondo, compreso quello arabo, rimase in silenzio. Vecchi documenti desecretati negli ultimi anni hanno confermato che, alla vigilia della guerra araboisraeliana del 1967, Tel Aviv aveva messo a punto piani per gestire i territori che sarebbero stati “sicuramente” conquistati vista la superiorità delle sue forze armate. I due elementi dimostrano come il progetto di uno Stato ebraico dal Mediterraneo al fiume Giordano, fino a qualche anno fa parte della piattaforma del Likud, era anche nella mente del gruppo dirigente laburista isreaeliano. In Cisgiordania, allora, c’era una popolazione di un milione di arabi. I pochi ebrei che vi si erano insediati prima della fondazione d’Israele erano stati costretti, nel 1948, a scappare o furono cacciati, come successe a centinaia di migliaia di palestinesi nelle terre conquistate dalle truppe ebraiche. Con il consenso dell’allora Governo laburista (1968), un gruppo di ebrei messianici vi creò la prima colonia. Oggi circa 430mila ebrei vivono in 132 insediamenti riconosciuti ufficialmente e in 121 avamposti non ufficiali. Per il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, l’Unione Europea, Amnesty International e Human Rights Watch, gli insediamenti sono una violazione del Diritto internazionale. Secondo la IV Convenzione di Ginevra, “la potenza occupante non potrà mai procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della propria popolazione civile sul territorio da essa occupato”.

Nel 1987, la rivolta popolare palestinese, cominciata nella striscia di Gaza (allora territorio occupato con 10mila coloni israeliani) e allargatasi alla Cisgiordania, portò la questione in primo piano. Un passo verso l’accettazione da parte di Israele di uno Stato palestinese in Cisgiordania e Gaza fu compiuto con gli Accordi di Oslo nel 1993. Firmati sul prato della Casa bianca dal premier israeliano Yitzhak Rabin, dal ministro degli Esteri Shimon Peres e, per l’Organizzazione della liberazione della Palestina, dal suo leader storico Yasser Arafat, essi offrivano una road map per la Pace. Fu creata l’Autorità nazionale palestinese. Arafat e gli altri leader rientrarono dall’esilio accolti da una situazione già esplosiva, dopo l’attacco di un fanatico ebreo contro i musulmani che pregavano nella Tomba dei patriarchi a Hebron e l’inizio di una campagna terroristica di Hamās nei centri abitati israeliani. Il centro-destra israeliano, con i futuri premier Ariel Sharon e Binjamin Netanyahu in testa, si mobilitò contro i “traditori” laburisti. Il 4 novembre 1995, al termine di una manifestazione a favore degli Accordi di Oslo, Rabin venne assassinato da Yigal Amir, un giovane colono ebreo estremista. La seconda Intifada ebbe inizio nel settembre 2000 dopo un contestata visita di Sharon sulla Spianata delle moschee, luogo santo sia per i musulmani che per gli ebrei.

Considerato un falco, Sharon venne eletto Premier, si disse pronto a riprendere i negoziati e nel 2003 sorprese tutti dichiarando che “l’occupazione dei territori palestinesi non poteva continuare senza fine”. Arafat morì un anno dopo e Sharon decise il ritiro unilaterale israeliano da Gaza. Il nuovo leader palestinese Mahmūd Abbās (Abu Mazen) lo supplicò affinché l’operazione fosse concordata con l’Autorità nazionale palestinese, ma Sharon non volle sentire ragioni tanto che la fine dell’occupazione militare e degli insediamenti israeliani nella Striscia consolidarono l’immagine di Hamas. Con la spaccatura netta tra il movimento islamico e i laici dell’Autorità nazionale, Israele in mano alla destra sionista poté respingere ogni nuova trattativa e far crescere gli insediamenti. Da Gaza assediata partirono numerosi attacchi (soprattutto razzi e missili). Israele rispose con massicci bombardamenti e azioni armate di terra, ma evitò di colpire a morte la struttura di Hamas, che nel frattempo aveva trovato il sostegno (soldi e armi) del Regime iraniano. In Cisgiordania, l’Autorità nazionale palestinese, sostenuta dalla comunità internazionale, ha perso credibilità: da molti è considerata corrotta e al servizio di Israele. Le elezioni politiche sono state più volte rinviate per il timore, giustificato, di una vittoria di Hamas.