Israele-Palestina

Situazione attuale e ultimi sviluppi

L’ormai più che ultradecennale conflitto tra Israele e Palestina si combatte a Gaza. Le elezioni politiche dell’aprile 2019 in Israele hanno riconfermato alla guida del Paese il premier uscente Benjamin Netanyahu, che tuttavia non è riuscito a trovare un accordo di governo nei tempi previsti dalla legge nonostante il trionfo elettorale. Netanyahu era destinato a diventare il primo Ministro più longevo della storia di Israele. Ma la legge sul servizio militare per gli ebrei ultraortodossi e gli scandali legati alla corruzione hanno messo i bastoni tra le ruote. Dopo sei settimane di consultazioni per trovare una maggioranza di 61 seggi alla Knesset, lo stesso premier incaricato ha decretato l’autoscioglimento a un mese dall’insediamento. Sullo sfondo di questa incerta situazione politica il fronte del conflitto ormai definito a basso impatto ha registrato innumerevoli episodi di recrudescenza. Soprattutto a Gaza, dove la tensione è tornata a salire più volte ricalcando un copione già letto. Da un lato i palloncini incendiari e i razzi che dalla Striscia vengono lanciati nel deserto del Negev, e che a volte hanno colpito edifici civili israeliani. Dall’altro la dura risposta dello Stato ebraico, con i suoi raid aerei. La situazione a Gaza continua a essere drammatica, con l’embargo navale israeliano che ha privato circa 4mila pescatori di Gaza della loro unica fonte di sussistenza e li ha fatti entrare nelle fila dei disoccupati. A ciò si aggiunge la pesantissima situazione sanitaria, la crisi elettrica e idrica. E la guerra interna ai palestinesi che vede contrapposti Hamas e Fatah. Anche a Gerusalemme periodicamente la tensione torna a salire. Al centro della questione c’è, ancora una volta, la Spianata delle Moschee o Monte del Tempio che diventa teatro di continue incursioni da parte dei fondamentalisti legati ai movimenti messianici, alle quali seguono proteste e scontri tra la polizia israeliana che li scorta e i palestinesi. Questi estremisti ebraici invocano la distruzione della moschea di Al Aqsa e della Cupola della Roccia, per far spazio al Terzo Tempio. Tali incursioni hanno ormai minato in maniera pesante lo status quo che regola l’accesso alla Spianata, e che secondo molti analisti potrebbero portare a una situazione esplosiva destinata a sfociare in guerra religiosa. Secondo i membri dell’Islamic Endowment (o Waqf), i custodi del terzo luogo sacro per importanza dell’islam, fondazione religiosa controllata dalla Giordania, gli israeliani vogliono che il luogo santo sia sotto l’autorità del loro ministero per le Antichità. Se ciò dovesse realmente avvenire le conseguenze potrebbero essere disastrose.

Per cosa si combatte

Quella che viene considerata la “madre di tutte le guerre” ha in nuce il basilare concetto del territorio e della sua amministrazione. Non si tratta, dunque, di una disputa a carattere religioso, anche se a fronteggiarsi sono gli israeliani, prevalentemente ebrei, e i palestinesi, per lo più musulmani. L’unica soluzione al conflitto che le diplomazie internazionali da anni perseguono è quella dei due popoli e due stati, ed è considerata l’unica in grado di garantire la pace. Ma un accordo in tal senso è assai complicato poiché le parti in causa non la vedono allo stesso modo. Da parte palestinese si chiede il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel 1967 (compresa Gerusalemme Est indicata come capitale del futuro Stato Palestinese), il diritto al ritorno per i profughi e lo stop alla costruzione di colonie israeliane, illegali per il diritto internazionale, che minano la continuità territoriale e il controllo delle risorse del futuro Stato. Ma dal canto suo Israele, in nome della “sicurezza” per il suo popolo, prosegue nella realizzazione degli obiettivi del 1948, gli stessi che hanno portato alla prima guerra arabo-israeliana dopo la creazione dello Stato di Israele: e cioè la costituzione di uno Stato ebraico che vada dal fiume Giordano fino al Mar Mediterraneo. Un progetto meglio noto come la Grande Israele di cui si parla anche nella Bibbia. Quello stesso territorio che i palestinesi, Olp e Hamas insieme, rivendicano come Palestina. Ufficialmente non esiste un confine riconosciuto a livello internazionale tra Israele e Palestina.

Quadro generale

Alla base del conflitto, che dura ormai da 70 anni, c’è il progetto sionista di dare una patria agli ebrei, soprattutto a quelli della diaspora. La dichiarazione di Balfour, che nel 1917 sancisce che il Governo di Londra dichiara di appoggiare una “patria nazionale ebraica in Palestina”, diede la spinta decisiva alla formazione dello Stato di Israele, che avvenne 30 anni dopo, nel 1947. In particolare è il passaggio in cui la dichiarazione recita “Il Governo di sua maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”. Al termine della seconda guerra mondiale, dopo che gli ebrei uscirono dalla tragedia dell’Olocausto, nel 1947 una risoluzione dell’Onu accoglie le rivendicazioni del popolo ebraico, assegnandogli il 73% del territorio dell’ex mandato britannico, preludio alla costituzione dello Stato di Israele che avvenne l’anno seguente. Una decisione che portò gli Stati arabi a muovere guerra al nascente Stato di Israele. Palestinesi, Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq subirono una pesante sconfitta e Israele ampliò la sua sovranità anche sulla Galilea a Nord e verso il Negev a Sud. Per i palestinesi il 14 maggio 1948 è il giorno della Nakba, cioè della catastrofe che si abbatte sul loro popolo, costretto ad abbandonare le proprie case e rifugiarsi nei campi profughi. Alla prima guerra arabo israeliana ne seguirono altre: nel 1956 quella contro l’Egitto in seguito alla nazionalizzazione del canale di Suez, la terribile guerra dei Sei Giorni nel 1967, che portò all’occupazione militare di Gerusalemme Est, di Gaza, del Sinai e del Golan, e poi nel 1973 la guerra del Kippur. Ma è proprio la guerra del 1967 a incrinare forse in maniera definitiva le possibilità di una pace duratura e a gettare le basi di quella situazione che ancora oggi domina le recrudescenze violente che periodicamente sfociano. I palestinesi, insieme alla comunità internazionale, fanno pressione su Israele affinché si ritorni ai confini precedenti al 1967, richiesta che lo Stato ebraico rimanda al mittente. L’altro grande problema, che impedisce la realizzazione di uno Stato palestinese, è l’estrema frammentazione del territorio, sul quale le colonie ebraiche si espandono a macchia di leopardo rendendo praticamente impossibile un collegamento omogeneo tra le varie regioni palestinesi. Da allora a oggi due grandi rivolte palestinesi, nel 1987 e nel 2000, note come prima e seconda Intifada, in seguito alla quale si cominciò a costruire il muro di separazione tra Israele e i territori Palestinesi, condannato anche dalla Corte Internazionale di Giustizia. Negli ultimi anni qualche tentativo di bollare le violenze che periodicamente esplodono come una nuova Intifada, ma il popolo palestinese sembra non aver più né la forza né la voglia di combattere. Complice anche una leadership frammentata e corrotta. Qualche tentativo di pace è stato fatto, su tutti gli Accordi di Oslo del 1993, siglati tra il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) Yasser Arafat, che riconosce lo Stato di Israele, e il primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, che a sua volta riconosce l’Olp come rappresentante del popolo palestinese (ruolo che dal 1995 spetterà all’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese). Un processo di pace naufragato definitivamente con il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme deciso dal Presidente Usa Donald Trump, ma i cui passi sono stati messi a dura prova già durante la seconda Intifada e nel 2005 quando il primo Ministro israeliano Ariel Sharon decise il ritiro unilaterale di Israele della Striscia di Gaza. A questo seguì due anni dopo l’affermazione a Gaza del movimento islamico palestinese Hamas, che uscì vittorioso dalle elezioni politiche del 2006, e cacciò l’Olp dalla Striscia. Da allora Gaza è isolata e Israele più volte lancia offensive militari per indebolire e sconfiggere Hamas. È stato così nel 2009, con l’Operazione Piombo Fuso, nel 2012 con l’operazione Colonna di Nuvole e nel 2014 con l’operazione Margine di Protezione, e con gli ormai consueti raid aerei che imperversano su Gaza. Operazioni lampo che hanno causato un numero altissimo di perdite civili palestinesi, tra cui molti bambini, e quasi nessuna vittima israeliana.