Sudan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Per il Sudan il 2019 è l’anno della svolta. I mesi di protesta sono infatti culminati, in aprile, nel ritiro dal potere di Omar Hassan al Bashir, Presidente- dittatore in carica del 1989 e ricercato dalla Corte Penale Internazionale per i crimini commessi nella Regione del Darfur. Dalla fine del 2018 larghe fette della popolazione si erano mobilitate contro la decisione del Governo di triplicare il prezzo del pane. Nel giro di poco tempo le ragioni si sono fatte di più largo respiro: la piazza è quindi arrivata a richiedere a gran voce le dimissioni di Bashir. Nel tentativo di bloccare la protesta il Presidente ha sciolto il Governo, decretato lo stato d’emergenza e oscurato i social network. Mosse che però non gli sono servite. Con il ritiro dalla scena di Bashir – che comunque non è stato consegnato alla giustizia internazionale – si è aperta la fase delle trattative tra i componenti della giunta militare e la società civile che chiedeva di avere peso nella transizione. I negoziati tra le due parti, mediati da Etiopia e Unione Africana, hanno avuto un andamento ondivago e a tratti sono stati segnati da violenze e repressione. La resistenza dei manifestanti e dell’opposizione civile riunita nelle Forze per la libertà e il cambiamento è stata epica: per mesi migliaia di persone hanno partecipato a Khartoum, e non solo, a sit-in a oltranza. Il 3 giugno 2019 le forze di sicurezza, hanno aperto il fuoco sui manifestanti disarmati. Almeno quaranta corpi sono stati ritrovati nel Nilo, utilizzato per occultare i cadaveri. Migliaia sono poi gli arrestati in vere e proprie retate a Khartoum e nella vicina città gemella sull’altra sponda del Nilo, Omdurman. Le violenze sono proseguite nei giorni successivi, provocando centinaia di morti. Nel luglio 2019 è stato raggiunto l’accordo. Le parti hanno concordato, per il periodo di transizione che porterà alle elezioni, una rotazione al vertice del Consiglio sovrano, il massimo organo dello Stato, che dovrebbe durare per almeno tre anni. Al termine di questa transizione, verranno indette le elezioni. Accolta anche la richiesta avanzata dalle “Forze per la libertà e il cambiamento” di creare una commissione d’inchiesta indipendente per indagare sulle violenze iniziate con il primo attacco dei militari sul sit in pacifico del 3 giugno. Mentre nel Paese era in corso la protesta, anche il Darfur ha registrato nuovi picchi di violenza. Secondo il rapporto di “Italians for Darfur” nel 2018, seppure non ci siano state operazioni militari ufficiali delle forze del Governo del Sudan contro i gruppi armati del Darfur, gli scontri non sono mancati e hanno coinvolto le Rapid support force, cioè le milizie filogovernative. Sono rimasti poi attivi, anche se in misura ridimensionata rispetto al passato, i conflitti nella zona del Nilo Azzurro e dei Monti Nuba.

Per cosa si combatte

Tre conflitti ancora in corso e un Governo da ricostruire. In Sudan i teatri di guerra nel Darfur, nella Regione del Nilo azzurro e sui Monti Nuba restano attivi e continuano a provocare vittime e profughi. In Darfur operano essenzialmente due principali gruppi ribelli: l’Esercito di liberazione del Sudan e il Jem (Movimento per la giustizia e l’uguaglianza) che hanno come obiettivo principale l’indipendenza. Una guerra, questa, che ha provocato negli anni oltre 400mila morti e 2,8milioni di sfollati.

Stesso obiettivo per lo Spla-N (Esercito popolare di liberazione del Sudan-Nord) nella Regione del Nilo Azzurro, che nel 2017 ha iniziato dei combattimenti interni al movimento, provocando ulteriori spostamenti forzati.

Medesimo copione sui Monti Nuba (Regione del Sud Kordofan) dove nell’epoca Bashir si susseguivano bombardamenti, raid aerei e incursioni dell’esercito di Khartoum.

Per tutte e tre le aree, con la fine dell’era Bashir, c’è da capire che tipo di intervento metterà in atto il Governo di transizione: se continuerà con la linea dura o se invece cambierà qualcosa. Gli scontri nel 2018 e nel 2019 sono infatti arrivati anche nella capitale e in molte altre aree del Paese: le manifestazioni dell’opposizione pacifica sono state spesso represse nel sangue dalla milizia equestre del Janjaweed, contenuta nelle Fsr (gruppo paramilitare Forze di supporto rapido) già tristemente nota per le stragi compiute nel Darfur.

Quadro generale

Nella sua storia tardo coloniale e post-coloniale il Sudan non ha mai avuto periodi significativi di pace e stabilità.

Dagli anni Cinquanta si sono susseguiti colpi di Stato e di giunte militari, che hanno portato al potere nel 1989 Omar Hassan El Bashir, Presidente del Sudan per trent’anni e costretto a dimettersi nell’aprile 2019.

Costanti nel tempo sono state anche le tensioni e gli scontri armati fra il Nord del Paese, dove prevale la cultura araba e la religione islamica, e il Sud, di cultura africana e cristiano-animista. La fase bellica più cruenta è stata quella combattuta fra il 1983 e il 2003 quando i gruppi ribelli (guidati dalla più importante delle fazioni, lo Spla-Esercito di liberazione del popolo sudanese) si sono battuti per ottenere l’indipendenza dal Nord.

Il crescente bisogno di greggio ha portato la comunità internazionale (Stati Uniti e Cina in primis) a moltiplicare le pressioni per il raggiungimento della pace.

La maggior parte dei giacimenti si trovano nella zona di confine fra il Nord e il Sud del Paese e con la secessione che ha creato il Sudan del Sud, l’85% dei giacimenti è rimasto nel territorio del nuovo Stato.

La fine del conflitto sudanese, fortemente voluta dai Paesi industrializzati e ottenuta con gli Accordi di pace del 2005, ha portato allo sviluppo delle infrastrutture per l’industria estrattiva e all’assegnazione di molte concessioni petrolifere, in gran parte accaparrate dalla Cina. Alla vigilia della divisione dei due Stati il petrolio costituiva infatti l’80% delle esportazioni del Paese.

Il 9 luglio 2011 è una data storica: sancisce la secessione delle Regioni Meridionali e la nascita della Repubblica del Sudan del Sud.

Ma, con la nascita della nuova Repubblica sono sorti nuovi problemi: il grosso dei giacimenti è rimasto nella neonata nazione, mentre le infrastrutture sono rimaste al Nord.

Inoltre, fra i due Stati si sono dovuti ridiscutere il sistema delle divisioni delle royalties e gli accordi per l’utilizzo da parte del Sudan del Sud degli oleodotti che attraversano le regioni settentrionali, rimaste sotto il controllo di Khartoum. Problemi che hanno provocato la gran parte delle tensioni e degli scontri armati lungo la frontiera fino al momento in cui sono stati raggiunti altri accordi del marzo 2013.

Se con la secessione si è conclusa la guerra tra Nord e Sud, lo stesso non si può dire per i territori contesi degli Stati di Abyei, del Sud Kordofan, del Nilo Azzurro, ovvero quelle aree alle quali il Governo di Khartoum non ha consentito di scegliere attraverso l’autodeterminazione se rimanere all’interno del Sudan o passare nel nuovo Stato. Sul piano internazionale, il Governo sudanese ha avuto, in tutta l’epoca Bashir, rapporti non facili con l’Europa e con la gran parte dell’Occidente.

Dopo l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, l’intelligence americana appurò che Osama bin Laden era stato protetto dal regime di Khartoum e per questo le relazioni sono state a lungo molto tese. Le tensioni si sono acuite, poi, nella prima fase della guerra del Darfur, per le accuse di genocidio da parte americana nei confronti del governo sudanese.

I contrasti sono continuati nel 2012 e nei primi mesi del 2013, in coincidenza con le dispute sul confine fra Sudan e Sud Sudan e con la questione del “pedaggio” che Juba doveva pagare a Khartoum per utilizzarne gli oleodotti. Lo Stato Meridionale ne è infatti privo, perché all’epoca del Sudan unito il greggio estratto nel Sud veniva esportato con pipeline che attraversavano il Settentrione del Paese.

Sul piano sociale il Sudan ha indicatori migliori di altri Paesi con cui confina: il tasso di fertilità e di 3,57 figli per donna, la popolazione urbana è al 34,2%, la mortalità infantile (sotto i 5 anni) di 70 su 1.000 nati (nel vicino Ciad è quasi il doppio), la speranza di vita è di 64,4 anni (contro i 50 del Ciad) e il tasso di analfabetismo (sopra i 15 anni) affligge quasi un quarto della popolazione (24%). L’accesso a servizi sanitari adeguati è al 23,6% e l’accesso all’acqua potabile al 55,5%.

Drammatica è però la situazione degli sfollati interni e dei rifugiati. Dai dati Unhcr alla fine del 2018, il Sudan ospitava oltre 1,1milioni di rifugiati e richiedenti asilo, tra cui oltre 850mila rifugiati dal Sud Sudan, 120mila dall’Eritrea e 93.500 dalla Siria. Altri Paesi di origine includono: Etiopia, Ciad, Repubblica Centrafricana e Yemen. Inoltre, circa 1,9milioni di persone sono sfollate internamente.

Circa il 22% vive in due campi nel Darfur Orientale e in nove campi nello stato del Nilo Bianco, il restante 78% vive in insediamenti informali e nelle aree urbane.