Sudan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Per il Sudan, l’aprile 2019 si è rivelato un giro di boa: il Paese ha visto una rivoluzione popolare che ha strappato il potere dal controllo di Omar Hassan al-Bashir. Bashir, che aveva governato il Paese in modo autoritario a partire dal 1989 (dopo un golpe), è stato costretto a cedere il potere: per mesi, gruppi diversi di sudanesi uniti dall’oppressione del Regime autoritario, dall’insostenibile inflazione e dal collasso economico hanno organizzato proteste continue e sit-in pacifici, per manifestare contro gli aumenti dei prezzi e la scarsità di beni essenziali come benzina e pane. Guidati dalla Sudan Professionals’ Association e rafforzati dal sostegno raccolto in tutto il Paese, i manifestanti hanno sostenuto mesi di manifestazioni nonviolente: chiave della rivoluzione sono stati medici e avvocati, presi di mira dal Regime al fine di seminare paura e reprimere le forze insurrezionaliste. Numerosi
i casi documentati di medici assassinati dalle forze di polizia. Nemmeno gli ospedali sono stati esenti dalle violenze governative. Nelle prime file delle proteste sono state numerosissime anche le donne, sia nelle strade che durante i negoziati successivi alle manifestazioni. Dozzine di loro sono state uccise, ferite e stuprate dalle forze di sicurezza mentre prendevano parte alle dimostrazioni pacifiche.

Alcuni artisti locali hanno trasformato i muri spogli di Khartoum in murales di omaggio al coraggio dei
manifestanti, in una testimonianza silenziosa delle atrocità commesse dalle forze dell’ordine. Il 3 giugno 2019 ha segnato uno dei giorni più sanguinosi della rivolta, perché le forze di polizia hanno sparato sui manifestanti disarmati e gettato i corpi nel Nilo. Almeno 40 i morti recuperati, mentre numerosi altri non sono mai stati ritrovati. Una sessantina le donne abusate sessualmente. Alle violenze è seguita un’ondata di arresti fra Khartoum e Omdurman. Nel luglio 2019 è stato raggiunto un accordo tra il Consiglio militare di transizione (Cmt), che ha colmato il vuoto di potere lasciato da Bashir, e le Forze per la Libertà e il Cambiamento (Flc), l’alleanza di opposizione civile. Le parti hanno
concordato un periodo di transizione di massimo tre anni, un’alternanza nel controllo del Consiglio Sovrano e la creazione di un Governo tecnocratico di transizione di natura ibrida, civile e militare. Il Governo di transizione ha il compito di risollevare l’economia e di guidare il Paese in un processo democratico che porti alle elezioni. Il Governo ha poi trovato un accordo anche sull’apertura di un dialogo con gruppi ribelli e insurrezionalisti.

Per cosa si combatte

In Sudan restano teatro di conflitto le Regioni del Darfur, del Nilo Azzurro e delle montagne di Nuba, dove continuano morti e migrazioni. La guerra in Darfur ha mietuto oltre 400mila vittime e causato la fuga di oltre 2,8milioni di persone. Lotte intestine all’interno dell’Esercito di Liberazione del Popolo del Nord Sudan nello Stato del Nilo Azzurro, risalenti ormai al 2017, continuano a causare lo sfollamento forzato di civili. Villaggi e comunità residenti sulle montagne di Nuba, lungo il confine sud-sudanese, continuano a soffrire le conseguenze degli intensi bombardamenti aerei avvenuti sotto la guida di Bashir. La tensione e alta anche tra l’esercito regolare delle Forze Armate Sudanesi e il gruppo paramilitare denominato Forze di Supporto Rapido (Fsr). Il Fsr era stato inizialmente creato dal Regime di Bashir come gruppo armato contro-rivoluzionario, sotto la guida del generale Mohamed Hamdan Dangalo, noto anche come Hemeti, soprannome scelto dal dittatore per il suo “protettore”. Tra i ranghi del Fsr si contavano le milizie filogovernative, molte delle quali direttamente responsabili delle atrocità commesse in Darfur. Ma verso la fine del Regime dittatoriale, il Fsr ha avuto un ruolo chiave nella deposizione di Bashir, in una svolta che ha visto il gruppo filogovernativo allearsi alle Forze di Rivoluzione e Cambiamento. Questo ha permesso a Hemeti di consolidare la propria leadership militare del Paese: nonostante il capo del Consiglio militare di transizione sia formalmente Abdel Fatteh Burhan, e chiaro che il generale e rimasto il leader effettivo, grazie ai suoi rapporti personali con gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita, con il supporto finanziario che ne consegue.

Quadro generale

Nella sua storia tardo e post-coloniale, il Sudan non ha mai vissuto lunghi periodi di Pace e stabilita. Colpi di Stato e giunte militari si sono susseguite dagli anni ‘50 fino a Omar Hassan al-Bashir che, salito al potere nel 1989, ha detenuto il potere per trent’anni ed e stato poi deposto dalla rivoluzione popolare nell’aprile 2019. Fino alla secessione del Sud Sudan, le tensioni e gli scontri armati tra il Nord del Paese, dove prevalgono la cultura araba e la religione islamica, e la Regione sub-sahariana a Sud, dove dominano religione cristiana e pratiche animiste e tradizionali, sono rimaste una costante.

La fase più sanguinosa del conflitto fu combattuta tra il 1983 e il 2003, quando gruppi ribelli guidati dall’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese combattevano per l’indipendenza dal Nord. La fine della guerra sudanese, grazie all’Accordo di Naivasha del 2005, ha portato allo sviluppo delle infrastrutture industriali estrattive e dei pozzi petroliferi, perlopiù in concessione alla Cina. Il 9 luglio 2011 ha segnato la secessione delle Regioni meridionali del Sudan e la nascita della Repubblica del Sud Sudan. Alla vigilia della divisione tra i due Stati, il petrolio rappresentava l’80% dell’export del Paese. Con la divisione sono sorti nuovi problemi: la maggior parte dei pozzi petroliferi sono situati nel Sud, mentre le infrastrutture estrattive e l’industria delle raffinerie e rimasta nel Nord. E stato necessario rinegoziare il sistema di divisione degli utili e gli accordi per l’utilizzo, da parte del Sud Sudan, degli oleodotti che attraversano il Nord e che sono rimasti sotto il controllo di Khartoum.

Tuttavia, permangono contese le aree di Abeyi, del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro. Dopo la caduta di Bashir, i negoziati di Pace si sono tenuti a Juba, in Sud Sudan, e sono durati oltre un anno, portando a un accordo definitivo firmato il 3 ottobre 2020 dal Governo di transizione di Khartoum e dai membri del Fronte rivoluzionario del Sudan, l’opposizione armata sudanese. Il Fronte comprende gruppi provenienti dagli Stati del Darfur, del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro (le cosiddette “Due Aree”) e dalle Regioni dell’Est.

Di rilievo il fatto che due gruppi di opposizione armata politicamente molto forti, l’Esercito di Liberazione del Sudan e l’Esercito del Popolo Sudanese per la Liberazione, siano rimasti assenti dai negoziati di Juba, motivando la propria astensione con la preoccupazione che alcune reti islamiste stiano continuando a mantenere il controllo di alcune istituzioni statali. Mentre l’Accordo di Pace ha segnato la fine ufficiale di un conflitto durato decenni e ha dato avvio alla lenta transizione democratica programmata entro l’inizio del 2024, il Darfur continua a essere zona di violenze. I ribelli dell’Esercito di Liberazione del Sudan nella zona hanno riportato attacchi condotti dalle forze dell’ordine del Regime contro alcune proteste pacifiche organizzate per sostenere la rivoluzione in corso a Khartoum. Nel 2020, conflitti interni all’Esercito di Liberazione del Sudan hanno condotto a ulteriori violenze, morti e migrazioni di civili nel Darfur centrale. Violenze armate sono rimaste attive, anche se meno intense rispetto al passato, anche nello Stato del Nilo Azzurro e nel Sud Kordofan. Il processo di pacificazione resta ancora ostacolato da grandi sfide. All’interno del Fronte Rivoluzionario del Sudan permangono interessi divergenti tra fazioni, con pochissimi elementi in comune tra i variegati gruppi armati che lo compongono. E anche la gioventù Beja nel Sudan dell’Est e la Misseriya Araba nel Kordofan occidentale hanno dimostrato il proprio malcontento nei confronti dei negoziati di Juba.

Infine, il costo pratico per attuare le disposizioni dell’Accordo di Pace e stimato attorno ai 13miliardi di dollari (americani), da spendersi nel corso di dieci anni. Il Governo sudanese già a corto di liquidità dovrà trovare una tale somma senza avere, al momento, un significativo supporto all’esterno del Paese. Affinché l’Accordo di Pace vada a buon fine occorre che la comunità internazionale sia in grado di finanziare la transizione, di dimostrare supporto al Governo e di aiutare a portare al tavolo dei negoziati anche i gruppi armati non firmatari. Sul fronte orientale, a creare frizioni tra Sudan ed Etiopia e la costruzione della Grand Ethiopian Renaissance Dam, nota come Gerd, la Grande diga del Rinascimento Etiope. L’Etiopia continua a consolidare le sue relazioni con l’Eritrea, mentre il Sudan si rivolge sempre più all’Egitto: un esempio ne sono state le esercitazioni militari congiunte “Guardiani del Nilo” svolte tra maggio e giugno 2021.