Uganda

Con la vittoria alle ultime elezioni del 2021, Yoweri Museveni si è assicurato altri 5 anni al potere, che si andrebbero a sommare ai 36 che ha già servito come Presidente dell’Uganda. Alla guida del Paese dal 1986, il suo Regime è stato descritto da studiosi e analisti come un autoritarismo competitivo o una democrazia illiberale. La verità è che purtroppo, nonostante in Uganda si tengano elezioni regolari, il sistema ha perso ogni credibilità: il Movimento di Resistenza Nazionale, partito al potere, mantiene la sua posizione attraverso la repressione del dissenso, il controllo sulle forze di sicurezza, la violenza e i processi contro gli esponenti dell’opposizione. La società civile e i media indipendenti subiscono regolarmente vessazioni legali e abusi dallo Stato. Il 2021, nello specifico, è stato un anno di deterioramento della tutela e protezione dei diritti umani. Le elezioni sono state segnate da repressione, interruzione dell’accesso a Internet, interferenze dello Stato nel lavoro dei media e chiusura nei confronti di qualsiasi attività di monitoraggio del processo elettorale. Le forze di sicurezza hanno più volte arrestato sostenitori dell’opposizione, ucciso manifestanti e limitato i loro diritti di riunione sfruttando le misure di sicurezza che erano state adottate per contrastare la pandemia da Covid-19, ma che sono state applicate quasi esclusivamente nei confronti di coloro che esprimessero dissenso. La prima vittima è stata Bobi Wine, trentaseienne candidatosi alle elezioni come rivale di Museveni. Emerso come musicista nella scena afrobeat ugandese e poi diventato parlamentare nel 2017, Bobi Wine rappresenta tutto quello che Museveni non è: giovane, estraneo all’establishment, proveniente dalla periferia povera di Kampala, capace con i suoi testi di alzare la voce sulle storture del sistema toccando le corde profonde della gioventù ugandese alle prese con alti tassi di disoccupazione, mancanza di opportunità e deterioramento delle proprie libertà civili. Il suo successo è stato punito con l’arresto un anno prima delle elezioni e le torture a cui sostiene di essere stato sottoposto durante la detenzione. Non si tratta di una novità. Le condizioni nelle carceri ugandesi sono pessime: il sistema opera al triplo delle sue capacità e stupri, violenze extragiudiziali e abusi sui detenuti sono problemi persistenti e raramente perseguiti. A essere particolarmente colpite sono le donne e la comunità Lgbtq+, che vive in un contesto di grande ostilità da parte del Governo e di gran parte della società. Le relazioni tra persone dello stesso sesso sono criminalizzate da una legge di epoca coloniale. Uomini e donne transgender sono talvolta costretti a sottoporsi a un’ispezione anale che, secondo Human Rights Watch, potrebbe equivalere alla tortura. A livello internazionale, il 2021 è stato segnato da un avvicinamento esplicito del Paese alla Russia di Putin. L’Uganda è tra i 17 Stati africani che si sono astenuti dal votare la risoluzione di marzo 2022 delle Nazioni Unite che condannava l’invasione russa dell’Ucraina. Nell’estate 2022, Museveni ha ricevuto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in visita nel Continente alla ricerca di alleati. In quell’occasione ha elogiato la Russia come partner nella lotta contro il colonialismo occidentale, ma ha mantenuto una posizione neutrale sul conflitto. Quando gli è stato chiesto da che parte stesse, se con la Russia o l’Occidente, il Presidente ugandese ha risposto: “Io sono a 15favore di me stesso. E tratto con le persone in base a come si relazionano con i miei interessi”.