Uganda

L’Uganda è senza dubbio un Paese a luci e ombre. Ancora nel 2007 c’erano gli epigoni della feroce guerra civile – durata 20 anni – che opponeva l’esercito governativo al Lord Resistence Army del pazzo visionario Joseph Kony, ma in una decina d’anni è cresciuto fino a uscire dal gruppo dei Paesi più poveri del Continente africano. La povertà e la carenza di infrastrutture sono ancora pesanti (l’Uganda è al 163° posto, su 188, nella classifica mondiale dello sviluppo umano), ma nello stesso tempo è rimasto sempre con le “porte aperte” accogliendo i rifugiati dei Paesi vicini in fuga dai rispettivi conflitti: ospita 1.300.000 profughi su una popolazione ugandese appena sopra i 40milioni (un milione di sudsudanesi, oltre a congolesi e somali). Inoltre, è un baluardo nella lotta al terrorismo e ha fatto grossi passi avanti nella prevenzione e cura dell’Hiv/Aids. Il Presidente, Yoweri Museveni, è dinamico in politica estera e nell’ambito dell’Unione Africana, tanto che intrattiene rapporti privilegiati con gli Stati Uniti e ottime relazioni con molti Paesi europei (non con il vicino Ruanda, col quale è ai ferri corti da mesi). Il suo problema, però, è la politica interna. Grosso problema. Preso il potere con le armi, nel 1986, si è poi fatto rieleggere alla guida del Paese per ben 5 volte. Solo il camerunense Paul Biya, in Africa, lo supera per “longevità” di Governo. E ora intende candidarsi per la sesta volta, alle prossime elezioni del 2021. Non ci sarebbe nulla di male, se non fosse che gli oppositori, quelli che ritiene pericolosi, se sopravvivono finiscono in carcere. È avvenuto sistematicamente in questi 33 anni di gestione del potere, e il copione si ripete. Per rimanere in sella non solo ha fatto cambiare la Costituzione, modificando il limite di età dei 75 anni che gli avrebbe impedito di ricandidarsi (ne ha compiuti 74 nel 2019), ma sta anche vessando e avversando in tutti i modi il nuovo astro nascente dell’opposizione: il noto rapper trentasettenne Robert Kyagulanyi, in arte Bobi Wine. Il musicista, nato e cresciuto in un quartiere-ghetto della periferia di Kampala, fino a tre anni fa era solo un popolarissimo cantante e uomo di spettacolo, che di fortemente politicizzato aveva soltanto i testi delle sue canzoni. La svolta è avvenuta nel 2016: mentre i suoi colleghi ugandesi facevano la gara a scrivere canzoni in omaggio al Presidente, lui alla vigilia delle elezioni pubblicava il brano “Dembe” (Pace), il cui testo recitava, fra l’altro: “Perché non ti ispiri a Mandela, / ha governato per un po’ e poi ha rinunciato al potere. / I leader che restano troppo a lungo al potere / sono il motivo per cui l’Uganda è in rovina.” Due mesi dopo Bobi Wine è entrato in politica. Ha ottenuto un seggio da parlamentare e ha lanciato il suo movimento: People power, potere del popolo. Il suo messaggio seduce soprattutto l’elettorato più giovane. E in un Paese dove il 75% della popolazione è sotto i 30 anni, anche per uno spregiudicato e navigato politico come Museveni la questione diventa terribilmente seria. Infatti, lo ha già fatto accusare e arrestare più volte. Ma ogni volta che finisce dietro le sbarre, la popolarità di Bobi aumenta.