Uganda

L’Uganda è ben lontana da ciò che può essere definita una democrazia compiuta. Sì, certo, si vota regolarmente, ma le elezioni “alla ugandese” assomigliano tristemente a quelle di diversi Paesi africani: un voto di facciata, che serve solo a presentarsi nelle sedi internazionali con le carte in regola di uno Stato democratico. Un buon alibi per la comunità internazionale che può così relazionarsi non con dittatori, ma con giovani democrazie non ancora compiute. Yoweri Museveni, tutto ciò, l’ha capito molto bene. Così, nel gennaio 2021, si è ripresentato al voto per ottenere il suo sesto mandato da Presidente. E ce l’ha fatta ancora una volta. A un prezzo, però, più alto che in passato: Unione Europea e Stati Uniti non hanno nemmeno inviato osservatori internazionali, tanti e tali erano stati gli abusi commessi dalRegime nei confronti degli oppositori e tanto probabile che la tornata elettorale sarebbe stata viziata da brogli. Il Paese è arrivato al voto in un clima di alta tensione, dopo una campagna elettorale costellata di uccisioni degli oppositori e dei seguaci del più pericoloso degli sfidanti (il popolare rapper Bobi Wine), arresti (due nei confronti dello stesso giovane leader), intimidazioni e violenze diffuse, il blocco dei social network voluto dal Presidente a due giorni dal voto. Così, l’ormai anziano Museveni (76 anni) è stato confermato.

Era salito al potere nel lontano 1986, con un’azione militare: all’epoca ebbe il merito di liberare l’Uganda dalla feroce dittatura di Idi Amin Dada e di sconfiggere Milton Obote. La sua conquista della capitale Kampala fu salutata da grandi speranze: giovane Capo di Stato, illuminato, capace (nei primi anni) di grandi riforme. Poi, nel tempo, com’è accaduto a diversi altri leader africani, la sua leadership si è offuscata fino a diventare l’attuale dittatura mascherata. Dittatura, però, tollerata dalla comunità internazionale per via dei successi ottenuti dal Presidente su vari fronti. Sul piano interno, Museveni ha sconfitto i ribelli del Lord Resistence Army in una ventennale guerra riportando la Pace nel Paese, ha ottenuto una relativa costante crescita economica, ha combattuto con efficacia l’Aids/Hiv. Soprattutto, sul piano internazionale, ha reso l’Uganda un Paese stabile e affidabile, anche in relazione al terrorismo estremista islamico, agli occhi degli occidentali.

Tuttavia, talvolta il potere logora anche chi ce l’ha, specie se il potere lo si detiene da trentacinque anni: negli anni del governo di Museveni, sono cresciuti malcontento e insofferenza per una leadership immutabile e sempre più autocratica, per le disparità sociali, per le rivendicazioni politiche nei confronti di un palese deficit democratico. In queste ultime elezioni, Museveni se l’è vista brutta. Il suo principale avversario, Bobi Wine (al secolo Robert Kyagulanyi Ssentamu), aveva la metà dei suoi anni, un’origine umile (cresciuto in uno slum di Kampala), una vasta popolarità dovuta al suo mestiere di musicista. E non era nemmeno un politico improvvisato: era in Parlamento dal 2017. Per evitare di perdere, Museveni ha deciso di usare la mano pesante quanto ad arresti di massa, repressione, violenze di ogni genere nei confronti soprattutto del partito di Wine. Ha vinto ancora, l’anziano dinosauro. E dato che negli anni scorsi ha fatto cambiare la Costituzione per eliminare sia il limite di mandati che quello di età, potrebbe candidarsi anche nel 2026 e rimanere in carica fino al 2031. Allora sì, sarebbe il recordman dei Presidenti africani.