Iraq

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nonostante la situazione della sicurezza sia notevolmente migliorata a partire dalla caduta del sedicente Stato Islamico nel 2017, ad inizio 2021 una autobomba in un mercato di Baghdad ha ucciso 32 persone e ferito altre 110. Era dal 2019 che la capitale irachena non veniva investita da un attacco suicida rivendicato dall’Isis. Se gli attentati suicidi sono diminuiti, non lo sono tuttavia quelli verso basi militari americane e membri della coalizione contro questo gruppo jihadista. Attacchi con colpi di mortaio o razzi verso la “green zone” a Baghdad, dove hanno sede le rappresentanze diplomatiche nel Paese, sono frequenti e nella maggior parte dei casi senza nessun gruppo a rivendicarne la paternità. Tra i vari gruppi responsabili di questi attentati, secondo l’intelligence americana, ci sono milizie sciite filoiraniane.

Il Primo ministro Mustafa al-Kadhimi ha mostrato tolleranza zero verso i gruppi armati che operano fuori dal controllo dello Stato, ma il lavoro è ancora in salita. L’impatto della pandemia, unito al volatile prezzo del petrolio, ha messo in crisi nuovamente la già fragile economia irachena. Questa situazione ha rianimato gli scontenti che si erano manifestati già prima della pandemia da Covid-19. Secondo la Banca Mondiale, il Paese sta registrando la più grande contrazione economica dal 2003. Intanto, le proteste di piazza iniziate nel 2019 con migliaia di giovani nelle strade del Paese contro l’incapacità del Governo di offrire un futuro migliore e le interferenze iraniane, i rapimenti e le uccisioni di giornalisti e difensori dei diritti umani non sono cessate. Dal 2019, almeno 30 attivisti sono stati uccisi e decine detenuti.

Questo genere di omicidi è spesso eseguito nel pieno della notte da uomini in moto e senza rivendicazioni. Quasi sempre rimangono impuniti. L’uccisione a Karbala, nel maggio 2021, del giornalista e attivista Ihab Jawad al-Wazni ha scatenato violente proteste di piazza. L’omicidio, che non è stato rivendicato da nessun gruppo, è stato visto dagli iracheni come un messaggio da parte delle milizie affiliate ai partiti politici che non accettano nessuna critica sul loro operato. Ad oggi, secondo i dati del Governo, 565 dimostranti e membri delle forze di sicurezza sono stati uccisi nelle proteste iniziate due anni fa. Nonostante le dichiarazioni pubbliche del premier al-Kadhimi, che ha promesso di perseguire gli assassini delle uccisioni mirate di manifestanti e attivisti, ad oggi nessuno è stato ancora portato davanti alla giustizia.

Per cosa si combatte

L’Iraq è sempre di più il terreno di scontro tra Stati Uniti e Iran. La tensione tra i due Paesi ha toccato il suo apice il 3 gennaio 2020, quando il comandante iraniano delle brigate al-Quds (una delle cinque forze che compongono la Guardia Rivoluzionaria iraniana) Qasem Soleimani è stato assassinato dal missile di un drone americano, sganciato sul suo convoglio nella zona dell’aeroporto di Baghdad. Ma gli interessi iraniani (e americani) in Iraq non si sono fermati. Le milizie sciite filo-iraniane, addestrate e armate dall’Iran, hanno contribuito alla caduta del sedicente Stato Islamico attorno a Mosul, prima che le forze speciali irachene (addestrate e guidate dall’Occidente con gli Usa in testa) entrassero nella città per liberarla dai seguaci dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi.

La crescente influenza iraniana è oggi al centro delle proteste di piazza che da due anni animano il Paese. La repressione attuata dalle milizie filo-iraniane, con uccisioni mirate e rapimenti di attivisti, resta impunita tutt’oggi e una delle più grandi sfide politiche dei prossimi Governi sarà proprio nel riportare quelle milizie sotto il controllo istituzionale. Dal loro canto le milizie filo-iraniane chiedono al Governo iracheno il ritiro delle truppe statunitensi. Dall’uccisione di Soleimani, gli attacchi missilistici contro la “green zone” a Baghdad e le basi militari che ospitano personale di sicurezza straniero sono aumentati e mettono a rischio anche i molti civili che vi lavorano.

Quadro generale

Dopo la caduta del sedicente Stato Islamico nel dicembre 2017 e il ritorno di tutte le città irachene sotto il controllo del Governo centrale e delle milizie a esso vicine, la situazione nel Paese è sembrata migliorare notevolmente. Gli attacchi terroristici con autobombe e kamikaze, soprattutto nella capitale Baghdad, sono diminuiti e il 2018 è stato un anno relativamente tranquillo sotto il profilo della sicurezza per la popolazione. Tuttavia, nonostante l’Iraq sia uno dei maggiori produttori di petrolio, la percentuale di povertà e malessere sociale nel Paese non si è mai ridotta. Il potere che molte milizie sciite pro-Iran hanno acquisito dalla caduta dell’Isis le ha rese di fatto capaci di controllare molte aree del Paese e della capitale, amplificando un senso di malessere che è esploso definitivamente nell’ottobre del 2019: migliaia di giovani hanno cominciato a protestare nelle principali città irachene contro le interferenze esterne, puntando il dito principalmente contro l’Iran. Gli arresti arbitrari, i rapimenti e le uccisioni mirate di attivisti e giornalisti da parte di forze governative e milizie associate hanno portato alle dimissioni del Governo in carica e alla nomina a Primo ministro di Mustafa al-Kadhimi nel maggio 2020.

Nonostante le buone intenzioni, il nuovo Governo non è (al momento di scrivere) ancora riuscito a fermare gli abusi contro i manifestanti e i responsabili dei crimini sono rimasti quasi sempre impuniti. Nell’ondata di violenze che ha colpito il Paese dall’ottobre 2019 fino a metà 2021, sono morte oltre 560 persone tra manifestanti e forze di sicurezza. Ma l’Iraq è da tempo scenario della disputa tra Usa e Iran, i due principali finanziatori del Paese. Gli attacchi con razzi da parte delle milizie verso obiettivi militari stranieri è frequente e Washington incolpa abitualmente le fazioni irachene legate all’Iran. Verso la fine del 2019, le milizie sciite filo-iraniane che avevano combattuto al fianco delle truppe regolari irachene (supportate e finanziate dagli Stati Uniti per combattere l’Isis) hanno iniziato a protestare contro le basi statunitensi istituite nel Paese per mettere fine all’autoproclamatosi Califfato islamico. Dopo l’uccisione di un contractor americano a Kirkuk il 27 dicembre 2019, gli Usa avevano risposto con raid aerei in Siria e Iraq contro postazioni di Kata’ib Hezbollah (milizia sciita irachena filo-iraniana), uccidendo 25 miliziani e ferendone 55. Qualche giorno dopo, il 31 dicembre, un gruppo di dimostranti era riuscito a penetrare nell’ambasciata Usa a Baghdad e a incendiare una torre di guardia, issando sui muri le bandiere della Kata’ib Hezbollah. Il 3 gennaio 2020, all’una del mattino, un drone americano ha colpito un convoglio che transitava nei pressi dall’aeroporto di Baghdad. Sul convoglio c’era Qasem Soleimani, uno dei militari più potenti dell’Iran: era comandante della brigata al-Quds (una unità della Guardia Rivoluzionaria) e stratega militare dell’esercito iraniano, del presidente siriano Bashar alAssad e delle milizie pro-Iran in Iraq. Soleimani era anche responsabile dell’addestramento dei miliziani da mandare a combattere.

L’attacco, rivendicato da Donald Trump come un successo, ha scatenato le forze iraniane che l’8 gennaio del 2020 hanno lanciato trenta missili balistici contro basi Usa in Iraq, ferendo 109 persone. Intanto, la pandemia da Covid-19 ha ulteriormente colpito la già fragile economia irachena. Il ministero delle Finanze ha stimato che circa 7 dei 40milioni di iracheni riceve un salario o una pensione dal Governo. A causa della crisi del petrolio, le entrate del Governo sono crollate del 47,5% nel 2020. Il 97% delle entrate per il pagamento degli stipendi pubblici viene dalla vendita dell’olio nero. Salari e pensioni sono stati quindi pagati in modo discontinuo, accelerando il malessere economico e sociale. Le ripercussioni della pandemia da Covid-19 e la volatilità del prezzo del petrolio stanno continuando ad aggravare i problemi economici dell’Iraq. Il Pil ha subito una forte contrazione nel 2020, mettendo sotto pressione le casse del Paese. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), decenni di conflitto e violenze hanno creato dal 2014 oltre 3,3milioni di sfollati interni, il 18% della popolazione. Al momento, oltre 6milioni e mezzo di iracheni necessitano di assistenza umanitaria e, di questi, 3milioni sono bambini. Ma l’Iraq ospita anche al suo interno circa 300mila sfollati di Paesi confinati, prevalentemente civili in fuga dalla Siria.