Iraq

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il 9 dicembre 2017 l’allora premier iracheno, Haydar al-‘Abadi, dichiarava ufficialmente al mondo di aver vinto la guerra contro i miliziani del sedicente Stato Islamico che nel 2014 avevano rapidamente conquistato una vasta porzione di Siria e Iraq (quasi 150mila Kmq) in cui vivevano circa 8milioni di persone. Da allora l’atmosfera nel Paese è progressivamente cambiata e nell’infinita transizione irachena il 2018 è stato l’anno del graduale ritorno alla normalità, a partire dalla capitale Baghdad dove sono state rimosse le protezioni in cemento armato contro le autobomba e la gente ha ripreso a frequentare locali, teatri, gallerie d’arte e centri commerciali. I colpi di coda dell’Isis, sotto forma di attentati terroristici, hanno continuato a prendere di mira le città del Nord, come Mosul e Kirkuk, e malgrado l’attuale fragile stabilità l’Iraq resta un Paese insicuro. Nonostante sia la terza nazione più ricca di petrolio al mondo, il tasso di povertà resta alto: 22,5% secondo la Banca Mondiale. Per l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) gli sfollati interni di quest’ultimo conflitto sono 1,9milioni. Bisognose di assistenza, per l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), anche altri 4,1milioni di persone: riuscite fortunatamente a far ritorno nei territori d’origine, dove hanno spesso trovato solo un cumulo di macerie. La lotta contro l’autoproclamato Stato islamico non è sfociata nella tanto temuta guerra civile, quanto piuttosto con una nuova e inedita unità politica. Nell’ottobre 2018 la nomina a primo Ministro di un indipendente, l’economista Adil Abdul-Mahdi, ha dato il via a un nuovo ciclo politico, facendo per la prima volta tramontare gli iracheni tornati dall’esilio (come quelli del partito Dawa) che avevano dominato la scena dall’invasione statunitense del 2003. Gli accordi raggiunti da due coalizioni, Bina’a e Islah, hanno placato le dispute politiche etniche e settarie che avevano paralizzato nell’ultimo decennio il quadro politico iracheno. A cercare di ricostruire le finora deboli istituzioni c’è ora anche una nuova generazione di leader sunniti e curdi, cui si aggiungono quelli del movimento sadrista del partito Sairoon e gli sciiti riunitisi nel Fatah, nuova formazione “civile” delle Forze di Mobilitazione Popolare (Pmf) nate per combattere l’Isis e che vedono al loro interno anche una minoranza sunnita, cristiana e yazida. Essendo quest’ultima una formazione filo-iraniana, la loro ascesa politica è stata mal digerita dagli Stati Uniti, che temono e cercano di contrastare qualsiasi ingerenza dell’Iran nella Regione, cresciuta in Iraq proprio a causa di questi ultimi conflitti e della debolezza delle sue istituzioni.

Per cosa si combatte

Il nuovo quadro politico ha di fatto riportato il Paese al centro della disputa tra Usa e Iran, i due principali suoi sponsor economici. Questa contrapposizione sta minando il nuovo fragile equilibrio, facendo soffiare altri venti di guerra sulle spalle dell’Iraq. Nel maggio 2019 la tensione ha raggiunto livelli tali da rischiare di far nuovamente esplodere la polveriera mediorientale. Durante una visita a Baghdad non programmata, il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha chiesto al premier Abdel Mahdi rassicurazioni sul controllo e il disarmo delle varie milizie sciite vicine a Teheran e sulla sicurezza dei circa 6mila americani, in gran parte militari, presenti in Iraq. Sempre a maggio, gli Usa hanno inviato nel Golfo navi da guerra e bombardieri B-52, annunciando inoltre il dispiegamento sul terreno di altre truppe, cui si è aggiunto il richiamo del personale non essenziale dall’ambasciata statunitense a Baghdad e dal consolato di Erbil. Poco dopo, sempre a causa delle crescenti tensioni nella Regione, Paesi Bassi e Germania hanno sospeso le loro missioni militari di addestramento delle forze di sicurezza irachene. Un’escalation iniziata in seguito alla visita del Presidente iraniano, Hassan Rohani, il 6 marzo 2019: ha incontrato figure politiche, militari e religiose. La collaborazione tra Iran e Iraq, già forte in materia di sicurezza, si sta rapidamente allargando a settori quali energia, turismo, commercio e infrastrutture, con la creazione al confine di zone di libero scambio. Non va del resto dimenticata la vicinanza religiosa tra i due Paesi: è sciita oltre il 60% degli iracheni e il 90% degli iraniani.

Quadro generale

Già parte dell’Impero Ottomano, poi sotto mandato britannico (1920), nel 1932 conquista l’indipendenza. Nel luglio 1958 un golpe rovescia la monarchia instaurata dagli inglesi. Un secondo, nel febbraio 1963, porta al potere il Baath, partito nazionalista arabo. Presto estromessi, i baathisti tornano il 17 luglio 1968, instaurando il regime del partito unico. Nel settembre 1980, Saddam Hussein, al potere assoluto dal luglio 1979, attacca l’Iran, dove a febbraio la rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini ha rovesciato lo Scià di Persia, Mohammad Reza Pahlavi. Inizia una guerra sanguinosa: l’Occidente si schiera con Baghdad, mentre gli Usa (nonostante la crisi degli ostaggi americani nell’ambasciata statunitense di Teheran durata 444 giorni) forniscono segretamente armi anche all’Iran. Finito il conflitto (agosto 1988), l’Iraq è al disastro, debitore verso i Paesi del Golfo che ne hanno finanziato l’avventura militare. Il 2 agosto 1990, Saddam invade il Kuwait, accusato di abbassare il prezzo del petrolio per indebolire l’economia irachena. Il 6 agosto scatta l’embargo Onu per costringere Baghdad a ritirarsi. Il 17 gennaio 1991 scoppia la prima Guerra del Golfo: una coalizione di 34 Paesi autorizzata dal Consiglio di Sicurezza attacca l’Iraq. Il 3 marzo il cessate il fuoco: ma le sanzioni restano finché l’Onu non certificherà che l’Iraq non possiede più “armi di distruzione di massa”. L’embargo devasta il Paese, rafforzando il regime di Saddam, che Washington vuole rimuovere. Con il pretesto del possesso di “armi di distruzione di massa”, il 20 marzo 2003 Stati Uniti e Gran Bretagna invadono l’Iraq, anche senza l’ok del Consiglio di Sicurezza. Baghdad cade il 9 aprile. L’occupazione del Paese è presto avallata dall’Onu. A fine giugno 2004 si insedia un Governo ad interim guidato da Iyad Allawi, mentre l’Onu legittima la “Forza multinazionale”, sotto comando Usa, il cui mandato sarà prorogato annualmente. Il 30 gennaio 2005 prime elezioni per un “Governo di transizione”. Il 15 ottobre è approvata la nuova Costituzione e il 15 dicembre gli iracheni tornano a votare. Nel maggio 2006 il nuovo Governo viene guidato da Nuri al Maliki con una coalizione di partiti sciiti (religiosi) e curdi. Saddam intanto, catturato dagli statunitensi nel dicembre 2003, viene giustiziato tramite impiccagione il 30 dicembre 2006. Nel febbraio 2006 un attentato contro la moschea sciita di Samarra innesca una guerra civile fra sunniti e sciiti. La presenza militare Usa intanto sale a quasi 170mila uomini. Il 14 dicembre 2008 Stati Uniti e Iraq firmano lo Status of Forces Agreement: tutte le truppe Usa si ritireranno entro fine 2011. Le elezioni legislative del marzo 2010 vengono vinte di strettissima misura dall’alleanza nazionalista dell’ex premier Allawi, ma il nuovo Governo nasce (incompleto) solo a dicembre: a guidarlo sarà di nuovo al Maliki, riuscito a unificare gli sciiti. La fase post-americana parte tuttavia con una grave crisi politica. Un mandato di arresto per “terrorismo” contro Tariq al Hashimi, uno dei vicepresidenti della Repubblica, innesca un ciclo di violenza incontrollata che insanguina il Paese. Presto l’instabilità politica diventa paralisi. I sunniti iracheni si sentono sempre più emarginati dal Governo del premier Maliki (sciita), che continua ad accentrare poteri e controlla l’intero apparato di sicurezza. Dal dicembre 2012 la protesta, inizialmente pacifica, fa pensare a una “primavera” irachena. Ma la repressione delle forze governative in pochi mesi incendia le zone sunnite, dove inizia la rivolta armata. In mezzo a una violenza che non dà tregua, si tengono prima elezioni provinciali, quindi politiche. A vincere queste ultime (30 aprile) è di nuovo la coalizione di Maliki, che mira a un terzo mandato. Ma ad Anbar e in molte zone non si è potuto votare: la città di Falluja e parte di Ramadi, capitale della Provincia, sono ormai controllate dai jihadisti del sedicente Stato Islamico che espande progressivamente la propria area di influenza, fino ad arrivare a occupare Mosul, seconda città del Paese, nel giugno del 2014, spingendosi anche in altre Province a maggioranza sunnita. I successivi tre anni sono quelli di una lenta riconquista del territorio perso e l’esercito iracheno viene affiancato da milizie locali sciite, oltre che dai peshmerga curdi che proteggono la Regione autonoma del Kurdistan. Mosul viene riconquistata il 10 luglio 2017.