Kurdistan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Anche il 2019 ha segnato una nuova fase piena di incognite per il popolo curdo, tuttora diviso fra quattro “Stati”. In Turchia, il 2 maggio 2019, ad Abdullah Ocalan è stato concesso, dopo ben 8 anni, di incontrare i suoi legali sull’isolacarcere di Imrali, di cui è ormai da vent’anni l’unico detenuto. Lo storico leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), considerato organizzazione terroristica da Usa, Ue e Turchia, e condannato a morte (pena commutata in ergastolo nel 2002), ha chiesto la ripresa dei negoziati di pace con Ankara. Nella dichiarazione consegnata ai suoi avvocati ha poi parlato anche di Siria, auspicando resti unita, ma con una democrazia locale che deve tenere conto anche delle “riserve della Turchia”. La questione del futuro dei curdi siriani era sul tavolo già 4 anni fa, prima del congelamento del processo di pace.

In Siria, sconfitto militarmente il sedicente Stato Islamico, nel dicembre 2018 è stato firmato l’ordine di ritiro per i 2mila militari statunitensi nella Regione. Questa scelta ha definitivamente lasciato campo libero alla Turchia, il cui esercito (già entrato ad Afrin), mira a creare una zona di sicurezza sotto il suo controllo, fino alla frontiera con l’Iraq, minacciando così l’autonomia de facto dei 4 cantoni curdo-siriani riunitisi in seguito alla guerra nella Rojava. I curdi del Partito dell’Unione Democratica (Pyd), affiliato siriano del Pkk, accetterebbero questo “cuscinetto”, ma solo se sotto l’egida Onu.

Anche il confinante Kurdistan iracheno sta facendo i conti con la caduta del sedicente Stato Islamico. Alla pesante crisi economica data da questi 6 anni di conflitto, si sono aggiunti il calo degli introiti petroliferi, dopo il ritiro dei peshmerga dalla città di Kirkuk (tornata sotto il controllo del Governo centrale), e la gestione dei profughi presenti nei campi della Regione. Tutti problemi che, ancora una volta, dovrà affrontare la famiglia Barzani, che da decenni domina la scena politica locale: a Massud è succeduto suo nipote Nechirvan, eletto Presidente a grande maggioranza il 28 maggio 2019, mentre suo cugino Masrur è diventato premier. All’opposizione, di nuovo l’Unione Patriottica del Kurdistan (Upk), guidata dal clan dei Talabani. Sul Kurdistan iraniano, si sono addensate le nubi del nuovo scontro tra Teheran e Washington, che ha schierato nuove truppe nel Golfo. L’indebolimento del regime iraniano potrebbe paradossalmente costituire un rischio per i curdi iraniani, data la maggiore frammentazione delle loro numerose formazioni politiche, che sembrano al momento incapaci di mettere da parte le differenze per unirsi contro il Governo centrale.

Per cosa si combatte

Quella del popolo curdo è una lotta su più fronti per l’autodeterminazione, l’autonomia e il riconoscimento della propria identità e dei diritti civili e politici all’interno dei diversi Stati in cui si trovano a vivere. Circa 30-40milioni di curdi (ma i dati non sono molto attendibili) vivono in una Regione in gran parte montagnosa, nel cuore del Medio Oriente, divisi tra Turchia, Iraq, Iran, Siria e Armenia.

Sono il quarto gruppo etnico più numeroso del Medio Oriente, ma non hanno mai avuto un loro Stato nazionale. Il Kurdistan, letteralmente “Paese dei curdi”, è una vasta area geografica di circa 500mila kmq, corrispondente alla parte Settentrionale e Nordorientale dell’antica Mesopotamia.

Il popolo curdo, di origine indo-iraniana, ha una propria lingua, cultura e organizzazione politica. Al contrario, la loro identità e le libertà fondamentali vengono tuttora negate, nonostante le battaglie di numerose organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, e delle stesse istituzioni europee: la Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa ha più volte sottolineato come in Turchia non siano garantiti ai curdi diritti basilari, quali quello di espressione, assemblea e associazione.

I Governi di Iran, Turchia, Siria e dell’Iraq dell’era del rais Saddam Hussein, hanno sempre cercato (seppure in modi e fasi diversi) di negare la stessa esistenza di questo popolo, tentando di cancellarne cultura, storia e lingua, attuando repressioni spesso sanguinose. Nessuno dei Paesi coinvolti vuole del resto rinunciare alle risorse naturali, a partire dal petrolio, di cui è ricco il Kurdistan.

Quadro generale

Con la fine della Prima guerra mondiale sembrò possibile la nascita di uno Stato curdo indipendente. A prevederlo era il Trattato di Sévres, accordo di pace firmato il 10 agosto 1920 che mise fine al conflitto stabilendo la creazione di un Kurdistan autonomo nell’Anatolia Orientale. Il Trattato non venne però rispettato, soprattutto a causa della forza della nascente Repubblica turca. Il successivo Trattato di Losanna, siglato nel 1923 da Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone, Grecia, Romania, cancellò quello di Sévres, con l’attuale spartizione dei territori abitati da questo popolo e la divisione di oltre 25milioni di curdi tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Gran parte dell’area del Kurdistan, circa 250mila kmq, si trova da allora in territorio turco.

In Turchia vivono 18milioni di curdi, che chiamano la Regione Bakur-Kurdistan (Nord-Kurdistan), ai quali non è riconosciuto nessun diritto, poiché la politica del Governo di Ankara è quella di negare la loro stessa esistenza. Nel 1979 lo storico leader curdo Abdullah Ocalan fonda con altri il Partito dei lavoratori curdi (Pkk), organizzazione politica e militare che comincia la sua lotta armata contro il Governo centrale per ottenere il riconoscimento dell’identità del suo popolo. La reazione della Turchia è stata, ed è ancora oggi, durissima: perquisizioni forzate, distruzione di villaggi, arresti ingiustificati (anche di parlamentari curdi) e torture. Tra la fine degli anni Novanta e la metà dei Duemila, una serie di piccole concessioni del Governo turco e diversi cessate il fuoco dichiarati dal Pkk avevano fatto sperare in una possibile pace. La speranza si è affievolita a partire dal 2010, tramontando dopo lo scoppio della guerra in Siria e l’avanzata del sedicente Stato Islamico.

In Iran vivono circa 12milioni di curdi, musulmani sunniti, in un’area di 140mila kmq chiamata Rojhelat Kurdistan (Est Kurdistan). Con lo scoppio della rivoluzione khomeinista (1979) i curdi iraniani riuniti attorno al Pdki (Partito democratico del Kurdistan Iraniano) fondato da Abdul Rahman Ghassemlou, hanno lottato per ottenere una loro forma di autonomia all’interno dello Stato. Il potere sciita ha così dato il via ad una dura repressione, che ha causato circa 10mila morti.

In Iraq vivono circa 7milioni di curdi, in gran parte nella Regione autonoma del Kurdistan, per i curdi Basur-Kürdistan (Kurdistan del Sud), che copre circa 85mila kmq, vivendo però anche in altre città: Kirkuk, Mosul e la capitale Baghdad. Il Partito Democratico del Kurdistan (Pdk), fondato da Mustafa Barzani, si è opposto al regime di Saddam Hussein che ha adottato repressioni brutali contro i curdi: armi chimiche, arresti, uccisioni, sparizioni e deportazioni forzate. In Iraq i due maggiori partiti curdi, il Pdk e il Puk (Unione Patriottica del Kurdistan) si contendono il dominio del territorio e delle sue risorse, anche se forze politiche sganciate da queste due storiche fazioni sono ormai parte integrante del panorama politico curdo-iracheno.

In Siria, i curdi vivono in gran parte nella Regione chiamata Rojava, situata a Nordest del Paese in un’area di circa 40mila kmq abitata da 3milioni di persone. Fino all’inizio della guerra civile nel 2011, i curdi non avevano alcun riconoscimento da parte del regime di Damasco, il quale solo con l’aggravarsi del conflitto ha cominciato a concedere ampi margini di autonomia al Partito dell’Unione Democratica (Pyd), principale formazione politica curdo-siriana. Dal 2013, con l’irrompere nella guerra civile delle milizie dell’autoproclamatosi califfo, la loro avanzata ha interessato anche le zone curde della Siria, respinte per la prima volta dalle forze curde dell’esercito popolare curdo-siriano: le Yekineyen Parastina Gel (Ypg) e le femminili Yekîneyên Parastina Jin (Ypj). Tra il settembre del 2014 e il gennaio del 2015, la battaglia per Kobane: la Turchia si è rifiutata di attaccare le forze islamiste che assediavano la città curdosiriana, sigillando il confine anche per le decine di migliaia di profughi che cercavano di lasciare la zona degli scontri. Tanto in Siria quanto in Iraq, le milizie curde sono state in prima linea nelle offensive dirette a riconquistare il territorio controllato dall’Isis: a ottobre del 2017 le milizie curde, assieme ad altre forze del Syria Democratic Forces (Sdf), sostenute dai militari Usa, sono riuscite a riconquistare Raqqa, la “capitale” del califfato. Il rafforzamento della posizione curda nel Rojava e la sempre maggiore autonomia della Regione hanno spinto il Governo turco a intervenire militarmente.