Kurdistan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Archiviata ormai da 5 anni la guerra al sedicente Stato Islamico (meglio noto a quelle latitudini con il termine dispregiativo di Daesh), il popolo curdo è dovuto tornare a fare i conti con le problematiche di sempre. A partire, ovviamente, da quella di essersi trovato diviso tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Una delle eredità attuali della guerra al Daesh è quella dei civili sfollati e spesso radicalizzati, provenienti dalle zone in passato sotto il controllo del sedicente Stato Islamico. Moltissimi sono donne e bambini: mogli e figli dei jihadisti uccisi o loro detenuti dai curdi, che li hanno catturati nelle aree da loro liberate.

Alcuni provengono dall’Occidente, arrivati negli anni in Siria e Iraq (quasi sempre attraversando illegalmente il confine dalla Turchia) folgorati dalla propaganda del Daesh. I Paesi d’origine si sono girati dall’altra parte ,tanto che nell’ottobre 2020, forse per fare pressione sui Governi stranieri, le autorità curdo-siriane hanno annunciato al Mondo di voler liberare circa 25mila civili rinchiusi da anni nel campo di prigionia di Al-Hol – considerato dai giornalisti che l’hanno visitato un vero e proprio lager. Sempre nel 2020 si è poi aggiunta la pandemia da Covid-19. Il tutto in nazioni che non hanno, al momento di scrivere, nemmeno un vero e proprio piano vaccinale (tranne la Turchia, anche se comunque in quantità non sufficiente per la popolazione, ancor meno per i curdi) e dove il sistema sanitario è spesso carente o non alla portata di tutti. Discorso che vale soprattutto per l’Iran degli ayatollah, isolato dall’Occidente e sottoposto da decenni ad embargo internazionale. Ma anche per la Siria, appena uscita da dieci anni di guerra civile con molte aree del Paese ridotte ad un cumulo di macerie, soprattutto economiche e sociali.

Ancora riguardo alla pandemia, il 21 maggio 2021, l’organizzazione non governativa francese Medici Senza Frontiere ha denunciato l’esplosione dei contagi in Siria per la difficoltà delle persone nell’accedere a test diagnostici e servizi sanitari. Nella ricca (anche di petrolio) Regione autonoma del Kurdistan iracheno, il Covid-19 ha invece aggravato la già forte crisi economica causata dai costi della lunga guerra al Daesh. Alla corruzione e al nepotismo endemici, si sono così aggiunti gli stipendi non pagati. Da fine novembre 2020 sono state così organizzate numerose manifestazioni contro l’operato del Governo di Masrour Barzani, represse violentemente dall’esecutivo, con numerose vittime civili.

Per cosa si combatte

Quella del popolo curdo è una lotta, anche armata e su più fronti, per l’autodeterminazione, l’autonomia e il riconoscimento della propria identità, dei diritti civili e politici, tuttora negati all’interno dei quattro Stati in cui è costretto a vivere. Anzi, i Governi di Iran, Turchia, Siria e dell’Iraq dell’era del rais Saddam Hussein hanno sempre cercato (seppure in modi e fasi diversi) di negare la stessa esistenza di questo popolo. Hanno tentato di cancellarne cultura, storia e lingua, attuando repressioni spesso sanguinose. Numerose sono le battaglie in loro favore di attivisti, organizzazioni per i diritti umani (come Human Rights Watch) o delle istituzioni europee: la Commissione contro il razzismo e l’intolleranza del Consiglio d’Europa ha più volte denunciato come in Turchia non siano garantiti ai curdi diritti basilari, quali quello di espressione, assemblea e associazione.

Anche per questo, nel novembre del 1978, proprio in Turchia è nato il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (meglio noto come Pkk), fondato da Abdullah Öcalan, incarcerato dal Governo di Ankara fin dal 1999 e condannato alla pena di morte (poi commutata in ergastolo). Praticamente nell’intera Regione curda, sono oggi attivi partiti e unità combattenti che si ispirano agli ideali di questa organizzazione paramilitare sostenuta dalle masse popolari. Per i suoi metodi di lotta, consistenti anche in attentati dinamitardi e kamikaze che hanno causato vittime anche civili, il Pkk è ritenuto un’organizzazione terrorista da Turchia, Stati Uniti e Unione Europea.

Quadro generale

I curdi sono un popolo iranico di lingua indoeuropea e il quarto gruppo etnico più numeroso del Medio Oriente, che vive in una regione in gran parte montuosa. La maggioranza, circa 12milioni di persone, si trova in Turchia, in un’area di circa 250mila kmq – pari a quasi il 30% del territorio turco. Altri 6milioni di curdi vivono in Iran, 4milioni in Iraq, un milione in Siria. Si aggiungono all’incirca 300mila curdi sparsi nelle vicine ex Repubbliche dell’Unione Sovietica, come l’Armenia e l’Azerbaigian. Qualche altro milione di curdi forma poi la diaspora all’estero, principalmente (ma non solo) in Germania e Austria: il loro numero è cresciuto enormemente negli ultimi anni, anche a causa dei migranti e richiedenti asilo causati dalla guerra. Se la Regione curda, spalmata tra quattro diversi Paesi molto diversi tra loro, fosse unita politicamente, riuscendo a mettere fine alle divisioni politiche interne, sarebbe la nazione più ricca del Medio Oriente. Il territorio del Kurdistan possiede in abbondanza materie prime quali petrolio, minerali, risorse idriche. Ecco spiegato come mai i Paesi sotto i quali ricade non vogliono rinunciare a quei territori.

Con la fine della Prima guerra mondiale sembrò possibile la nascita di uno Stato curdo indipendente. A prevederla era il Trattato di Sévres: l’Accordo di Pace, firmato il 10 agosto 1920 per mettere fine al conflitto, stabilisce anche la creazione di un Kurdistan autonomo nell’Anatolia orientale. Il Trattato non venne però rispettato, soprattutto a causa della forza della Repubblica turca nascente allora sulle ceneri dell’Impero ottomano. Sostituendosi a quello di Sévres, il Trattato di Losanna del 1923 spartisce i territori abitati dai curdi tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. In seguito alla Prima guerra del Golfo (1991), condotta contro l’allora dittatore iracheno Saddam Hussein da una coalizione internazionale, gli Usa istituiscono una “no fly zone” per impedire rappresaglie militari di Baghdad dal cielo: questa azione dà ai curdi iracheni la possibilità di sperimentare l’autogoverno. La Seconda guerra del Golfo, ancora una volta ad opera di una coalizione internazionale a guida Usa, porta alla caduta del Regime di Hussein e spinge l’Iraq a riconoscere ufficialmente l’autonomia del Kurdistan iracheno: era il 2003 e due anni dopo, quest’autonomia è stata inserita da Baghdad nella nuova Costituzione nazionale. Arriviamo così al 2017, quando nella Regione autonoma del Kurdistan iracheno viene organizzato un referendum non vincolante sulla propria definitiva indipendenza. Iraq, Turchia, Stati Uniti e Iran sono contrari, ma il 93% della popolazione vota per il sì.

La reazione del Governo federale iracheno non si fa attendere: l’esercito regolare occupa militarmente i territori contesi, isolando completamente l’area e riuscendo così a rendere inefficace l’esito della consultazione. Il 25 ottobre 2017 il Governo curdo torna così sui propri passi, accontentandosi dell’autonomia già ottenuta. Proprio sulla base di quanto avvenuto nel Kurdistan iracheno, nel 2012 si creano le condizioni favorevoli alla nascita di una Regione autonoma di fatto anche nel territorio curdo siriano: la Rojava. A determinarle, la guerra civile prima e il ritiro delle forze governative dalle zone del Paese abitate dalla minoranza curda poi, con il successivo avvento del sedicente Stato Islamico. Il modello di auto-organizzazione della Rojava, alternativo a quello del Kurdistan iracheno, è un esperimento unico in tutto il Medio Oriente di confederalismo democratico laico. Ma sin dall’inizio viene ritenuto una minaccia dal potente vicino turco, membro della Nato: appena avuto campo libero grazie al ritiro dei militari statunitensi dall’area in seguito alla fine della guerra ai jihadisti del Daesh, le forze militari turche entrano in Rojava. Nel 2018 occupano il cantone di Afrin, con l’operazione “Ramoscello d’ulivo”.

L’anno successivo, si aggiunge una più estesa offensiva militare: denominata “Sorgente di pace”, con questa manovra Ankara vuole creare una zonacuscinetto larga 30-32 chilometri e lunga 480 km lungo il confine tra Turchia e Siria – come previsto da un accordo del 2019 tra Ankara e Washington. Il fine ufficioso di “Sorgente di pace” è fare terra bruciata intorno al Pkk fondato da Öcalan (accusato da Ankara di aver fatto base in questi anni nella libera Rojava) e alle affiliate milizie curde siriane dell’Unità di Protezione Popolare (Ypg). Il tutto, impedendo la creazione in Siria di una Regione autonoma curda con la quale, a differenza di quella irachena, la Turchia non hai mai intrattenuto rapporti o, peggio ancora, fatto affari.