Mali

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Due colpi di Stato in meno di nove mesi. Dopo aver deposto, nell’agosto 2020, a seguito di una lunga serie di proteste popolari l’allora presidente Ibrahim Boubacar Keita, il 24 maggio 2021 la Giunta guidata dal colonnello Assimi Goita e tornata a esercitare, manu militari, la propria influenza sulla politica nazionale del Mali. Un rimpasto di governo tentato per riequilibrare i poteri civili dal Consiglio Nazionale di Transizione (Cnt), organo preposto a traghettare il Paese verso libere elezioni (inizialmente previste a febbraio 2022), e stata la miccia che ha innescato gli uomini di Goita. I blindati sono tornati nelle strade di Bamako. Diversi politici, attivisti e cittadini contrari alla svolta autoritaria della Giunta sono stati incarcerati. La comunità internazionale, l’Unione Africana, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao/Ecowas), la Francia e gli Stati Uniti hanno condannato il golpe e minacciato sanzioni. Francia e Usa, in prima linea nella lotta al terrorismo neo-jihadista nel Sahel, hanno poi sospeso la cooperazione militare col Mali. I 5.100 soldati della missione regionale francese Barkhane e i circa 3mila statunitensi di AfriCom restano nelle loro basi, in attesa di sviluppi. Due settimane prima del golpe che ha riportato Goita alle redini del Cnt, l’Unione Europea ha preventivamente congelato i finanziamenti diretti al budget di Stato del Mali. Uno sciopero generale, iniziato dai funzionari pubblici che reclamavano mesi di stipendi arretrati, e successivamente scoppiato a Bamako. Quello in scena in Mali e un ulteriore e inaspettato stallo che rischia di aggravare la già precaria stabilita nazionale, alle prese anche con i pesanti strascichi socio-economici della pandemia da Covid-19, e che potrebbe essere sfruttato dalle compagini jihadiste, sempre più attive nella zona del Liptako-Gourma, la cosiddetta “Regione delle tre frontiere” fra Mali, Burkina Faso e Niger. Il Centro e il Nord del Paese, infatti, continuano a sfuggire al controllo di Bamako, confermandosi il feudo di sigle legate al Gruppo a Sostegno dell’Islam e dei Musulmani (Gsim, branca maliana di al-Qaeda nel Maghreb Islamico) e allo Stato Islamico nel Grande Sahara (Isgs). A completare un quadro già fosco, il proliferare di gruppi armati, fra indipendentisti tuareg e milizie etniche di autodifesa, soggioga la popolazione del Centro-nord del Mali a quotidiane violenze e vessazioni. Le stesse perpetrate dal 2013 sui civili dall’esercito nazionale, come denunciato da organizzazioni internazionali quali International Crisis Group.

Per cosa si combatte

Il controllo delle risorse naturali, sempre più scarse a causa dell’aggravarsi degli effetti nefasti dei cambiamenti climatici (su tutti l’avanzamento del deserto), e alla base dei conflitti fra pastori seminomadi di etnia peul e agricoltori sedentari bambara e dogon che insanguinano il Mali. Anticamente, queste diatribe venivano risolte da capi tradizionali che oggi hanno perso legittimità in seno alle popolazioni del Centronord del Paese. Tale vuoto di potere, acuito dalla cronica assenza dello Stato centrale nelle zone periferiche, viene colmato e strumentalizzato da sigle neo-jihadiste, signori della guerra, narcotrafficanti e milizie etniche di autodifesa che proliferano nel Paese, causando il ristagno dei negoziati di Pace con i gruppi armati tuareg cominciati con la firma dell’Accordo di Algeri nel 2015. Il controllo delle rotte regionali del narcotraffico (soprattutto cocaina sudamericana e oppiacei in transito dall’Asia verso i mercati europei), delle armi e della tratta di esseri umani (migranti) e uno degli obiettivi strategici dei gruppi jihadisti. Parallelamente, l’accaparramento delle ingenti ricchezze del Mali (soprattutto quelle minerarie, come petrolio, uranio, oro, gas naturale, ma anche acqua e terre coltivabili) e all’origine della crescente militarizzazione del Paese e dell’intero Sahel centrale, insieme a Niger e Burkina Faso. Un Paese e un’intera Regione oggi tornati prepotentemente al centro dello scacchiere geopolitico mondiale.

Quadro generale

Diventato indipendente dalla Francia il 22 settembre 1960, il Mali, con oltre 19,5milioni di abitanti sparsi su un vasto territorio in gran parte desertico, e abitato da diversi gruppi etnici tra cui i bambara (34,1%), i fulani/peul (14,75%), i sarakole (10,8%), i senufo (10,5%), i dogon (8,9%), i malinke (8,7%), i tuareg (0,9%) e altri (6,1%). La popolazione, musulmana per oltre il 90%, e concentrata per più del 40% in aree urbane, mentre la maggioranza dei maliani vive in contesto rurale. L’analfabetismo supera il 65% in un Paese dove il tasso medio di fertilità e di 6 figli per donna, la mortalità infantile sotto i cinque anni resta di quasi 10 bambini su mille e la una speranza media di vita e di 60 anni. Il 47% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e l’Indice di sviluppo umano pone il Mali al 184° posto su 189. Ricco di risorse naturali (oro, petrolio, gas, fosfati, caolino, sale, calcari, uranio, gesso, granito), ha giacimenti di bauxite, ferro, stagno e rame non ancora pienamente sfruttati. Il suo debito estero sfiora i 5miliardi di dollari. Questo, in sintesi, e il grave contesto in cui prolifera lo stratificato conflitto del Mali che, in atto dal 2012, e stato principalmente causato dalla caduta di Muhammar Gheddafi in Libia. Orfani del loro padre-padrone, un nutrito gruppo di soldati tuareg maliani e tornato in patria portandosi dietro una parte dell’arsenale segreto del Rais, oltre a un rinnovato sentimento irredentista verso Bamako.

Dopo aver unilateralmente dichiarato l’indipendenza dell’Azawad, Regione desertica a Nord del Mali, il Movimento nazionale di liberazione dell’Azawad (Mnla) ha stretto alleanze con i narcotrafficanti e i jihadisti venuti soprattutto da Algeria e Mauritania. I nove mesi d’occupazione dei due terzi settentrionali del Paese, con le Regioni di Timbuctu, Gao e Kidal controllate militarmente dai jihadisti, sono stati interrotti dall’intervento francociadiano d’inizio 2013 a sostegno delle truppe maliane. Il conseguente dispiegamento dei soldati francesi dell’Operazione Barkhane, con basi, soldati e droni sparsi dal Mali al Ciad, e degli oltre 13mila Caschi Blu della missione Onu Minusma (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) non ha pero riportato la Pace nel Paese. Nonostante gli sforzi e alcuni leader jihadisti di spicco eliminati (come l’emiro di Aqmi Abdelmalek Droukdel, ucciso da un raid francese nel giugno 2020), la presenza jihadista si e espansa fino a raggiungere il centro del Mali e, dal 2015, i Paesi limitrofi, Niger e Burkina Faso in testa. Attentati contro obiettivi militari e civili, rapimenti di cittadini occidentali e rappresaglie in zone rurali sono state registrati tanto in questi Paesi del Sahel centrale quanto in Costa d’Avorio, Togo e Ghana. Dietro a tali violenze c’è la firma del neo-jihadismo saheliano, fomentato dall’esportazione sempre più preoccupante del wahabismo e del neo-salafismo da parte dell’Arabia Saudita e del Qatar. Queste potenze, come Cina, India, Sud Africa e altre attive nella Regione, sono attirate dall’accaparramento delle ricchezze di Stati fragili che, per far fronte all’insicurezza dilagante e alla cronica crisi economica, cercano nuovi partner militari e commerciali per smarcarsi dai vecchi padroni coloniali. Il recente aumento del sentimento anti-francese in seno alla popolazione maliana (e regionale) sta aprendo diverse brecce nella tanto criticata Francafrique.

Una corsa in cui sono entrati, prepotentemente, anche Russia e Turchia, nuovi competitor di Parigi interessati soprattutto alle ricche prospettive nella cooperazione militare (fornitura di armamenti, munizioni, mezzi e programmi di training) aperte dalla guerra al jihadismo. La popolazione locale, stretta fra l’incudine della militarizzazione e il martello del terrorismo, e allo stremo e si rifugia dietro la protezione di gruppi mercenari e milizie etniche di autodifesa che stanno insanguinando il Centro-nord del Paese. Qui, per effetto di una guerra che pare senza fine, la situazione umanitaria si e fortemente degrada. Una crisi nella crisi, che ha visto migliaia di scuole chiuse e, secondo i dati dell’Unhcr, oltre 370mila sfollati interni causati dal conflitto. Quella maliana e una tempesta perfetta che il golpe di maggio e il conseguente stallo politico di Bamako stanno ulteriormente complicando, col rischio concreto che le forze jihadiste guadagnino ulteriore terreno e nuovi bacini per il loro proselitismo.