Colombia

In Colombia, dopo la firma degli accordi di Pace stipulati fra il Governo di Juan Manuel Santos e la guerriglia delle Fuerzas armadas revolucionarias de Colombia (Farc), il cammino verso pacificazione effettiva si è rivelato particolarmente tortuoso e arduo. Nel corso degli anni successivi, sono stati uccisi molti ex guerriglieri che avevano deposto le armi e stavano reinserendosi nella società civile. Nella quasi totalità dei casi, i crimini sono rimasti senza un colpevole e impuniti. Ma è cosa nota che i responsabili appartengano a una galassia di forze paramilitari o bande di criminalità organizzata, spesso indistinguibili le une dalle altre.

In questo conflitto sanguinoso ma latente è da inserire anche la morte del cooperante italiano Mario Paciolla, avvenuta il 15 luglio 2020 a San Vicente del Caguán. Paciolla, che lavorava nelle operazioni di monitoraggio del processo di Pace svolte dalle Nazioni Unite proprio in un’area piagata dalle violenze seguite al disarmo, è stato trovato senza vita nella sua stanza alla vigilia della sua partenza per l’Italia. La versione ufficiale, che attribuiva a suicidio il decesso, è apparsa subito non credibile ed è da ritenere fondata l’ipotesi che il cooperante sia stato ucciso per impedirgli di diffondere ciò che aveva visto durante le sue missioni, presumibilmente, connivenze fra bande criminali ed esponenti governativi.

Se la violenza nelle aree rurali non è terminata malgrado gli accordi di Pace e ha visto cadere vittime un gran numero di leader comunitari che difendono il proprio territorio dalle aggressioni di narcotrafficanti e disboscatori illegali, anche le aree urbane sono state investite da essa. Già nel
2019 Bogotà, Medellin, Cali e le altre città colombiane avevano visto un’ondata di proteste per le
diseguaglianze sociali e per le aggressioni all’ambiente e alle comunità rurali. Dopo la drammatica
parentesi del 2020 segnato dal Covid-19, nel 2021 le proteste sono ripartite, innescate dalla proposta
di riforma fiscale presentata dal presidente Ivan Duque, riforma che avrebbe colpito anche una
classe media impoverita e in crisi. Dopo uno sciopero generale indetto il 28 aprile, con altissima
partecipazione, Duque ha dovuto ritirare la proposta.

Ma le proteste sono continuate per tutto il mese di maggio e il comitato che le promuove esige riforme di base (salario minimo di emergenza, sanità e istruzione garantite) che riducano il gap che separa la massa dei colombiani dall’élite. Sul terreno sono rimaste vittime: a giugno si contavano 43 morti, ma sarebbero realmente 60, secondo le Ong. L’epicentro degli scontri è Cali, dove nel 2020 l’aumento della povertà è stato tre volte superiore alla media nazionale e dove il presidente Duque ha inviato l’esercito in occasione del secondo sciopero generale nazionale, il 28 maggio.

Sul fronte esterno, l’area calda è il confine con il Venezuela, con il passaggio di 1milione e 300mila
profughi. La zona è teatro di uno scontro a bassa intensità fra pattuglie dei due Stati, con la partecipazione di guerriglieri dissidenti e di milizie paramilitari.