Pakistan Pashtun

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Negli ultimi giorni di febbraio 2019 il Kashmir è stato il teatro di un’allarmante escalation militare tra India e Pakistan, le due potenze atomiche del subcontinente indiano. Ancora una volta sull’orlo di quello che sarebbe diventato il quarto scontro armato per la Regione contesa. Elemento scatenante è un attacco suicida che il 14 febbraio uccide 40 uomini delle forze di sicurezza nel Kashmir sotto sovranità indiana. Rivendicato dal Lashkar eTaiba, organizzazione armata di stampo jihadista che ha notoriamente base in Pakistan, è stato l’attacco più sanguinoso dal 1989, cioè da quando nella valle del Kashmir è cominciata un’insurrezione separatista. La rappresaglia indiana è arrivata il 26 febbraio 2019 con un attacco aereo in territorio pachistano; l’India afferma di aver colpito “basi terroriste”. Il Pakistan smentisce e risponde con analogo raid aereo ma solo nella zona del Kashmir indiano e mostra i resti di due jet indiani abbattuti esibendo prigioniero un pilota: era dalla guerra del 1971 che non si dava un combattimento aereo tra i due storici nemici. Ma l’escalation si è fermata quando il Pakistan ha riconsegnato all’India il pilota catturato e consegnando a Islamabad una vittoria politica che, in India, il Governo ha cercato di ribaltare a suo vantaggio esibendo il pilota rientrato come un eroe. Per Imran Khan, divenuto premier nell’agosto del 2018 stracciando col suo nuovo partito decenni di dominio politico dei due partiti storici e rivali (Lega musulmana e Partito del popolo), è stata anche una vittoria personale. L’ex giocatore di cricket, viene considerato il nuovo pupillo dei militari ma ha dimostrato di saper agire in autonomia. Travolti dagli scandali, dalla corruzione e dall’erodersi del consenso, i due ex partiti maggiori sono ormai in difficoltà mentre l’immagine di Imran continua a guadagnare consensi. Fino al voto del luglio 2018 sempre un po’ al margine della scena politica, ha vinto clamorosamente le elezioni guadagnando al suo partito della giustizia – Pakistan Tehreek-e- Insaf (Pti) – gran parte dei seggi dell’Assemblea nazionale. Da 35 nelle passate consultazioni ai 149 attuali. Da comparsa a protagonista, ora a capo del partito più forte nel Paese, ha scelto di cambiar politica contro i gruppi radicali islamisti di casa e nella vicenda afgana, scegliendo di essere un buon musulmano ma non un estremista. Sta cercando di rimettere in piedi la disastrata economia del Paese e si è dimostrato tollerante verso le minoranze e più attento alle esigenze popolari. Se sia una scelta solo populista e volta soltanto a guadagnare consensi solo il tempo potrà dirlo.

Per cosa si combatte

Il Pakistan è sostanzialmente in guerra su due fronti. Il primo, con l’India per la Regione contesa del Kashmir, il secondo è un fronte interno che vede opporsi al Governo “apostata” di Islamabad numerosi gruppi jihadisti tra cui spicca il Teherek e Taleban Pakistan, un cappello che riunisce molte sigle alcune delle quali con simpatie qaediste, altre con legami con lo Stato Islamico, altre ancora con un’agenda prettamente nazionale. I gruppi sono attivi soprattutto nell’area della Provincia della frontiera del Khyber Pakhtunkhwa dove si trovano sette agenzie tribali abitate da pathan (pashtun) e dove il potere e il controllo del Governo sono storicamente limitati. I servizi segreti pachistani (Inter-Services Intelligence o Isi) sono stati accusati di aver sempre flirtato con i gruppi settari o stragisti per sfruttarne politicamente l’operato ma, negli ultimi anni, la cosa era sfuggita di mano. In Waziristan, una delle agenzie tribali, il Governo ha combattuto una vera e propria guerra (Operazione Zarb e Azb iniziata nel 2014) e l’esercito è in costante allerta non solo nella Provincia della frontiera ma anche nel Belucistan, nel Sindh e nello stesso Punjab. Gli attentati sono all’ordine del giorno. Il Governo Khan sembra aver deciso una stretta contro i gruppi estremisti e, nel 2019, la loro attività si è ridotta. Il sedicente Stato Islamico ha annunciato in maggio la creazione di un Wilayah Pakistan e in India di un Wilayah al-Hind, due nuove realtà amministrative (virtuali) che sembrerebbero allargare il fronte della cosiddetta Provincia afgano-pachistana del Khorasan.

Quadro generale

Nato dalle ceneri del Raj britannico e dalla Partition del 1947, la Repubblica islamica del Pakistan – il Paese dei puri – è amministrativamente divisa in cinque Province, due territori federali e un territorio autonomo. La sua storia ha risentito non poco del tragico parto trigemino avvenuto nel ‘47 e costato, nei trasferimenti dall’una all’altra Regione, milioni di vittime: il Pakistan venne scorporato dall’India su pressioni della Lega musulmana ma ben accette dai britannici che desideravano uno Stato cuscinetto su cui avere influenza contro una nascente India filosovietica. Furono costituiti due Pakistan: l’Orientale a Ovest e l’Occidentale – a tre giorni di treno! – a Est. Le frizioni tra le due Regioni sfociarono in una guerra e, nel 1971, nella secessione del Pakistan Orientale che, appoggiato dall’India, divenne Bangladesh. Dopo la morte di Ali Jinnah, il leader della Lega musulmana e il creatore del Pakistan, il Paese ha conosciuto lunghi periodi in cui a Governi eletti si sono alternate dittature militari, la più oscura delle quali – governata da Zia ul-Haq – sceglieva una deriva fortemente religiosa. Oltre ai problemi di frontiera con l’Afghanistan e con gruppi guerriglieri islamisti esterni (talebani) e interni (talebani pachistani) il Pakistan – che ha un esercito di oltre 600mila uomini e 500mila riservisti e dispone di un arsenale atomico – è impegnato in una sorta di guerra non dichiarata con l’India, sia per il controllo del Kashmir, sia per i continui incidenti di frontiera col grande cugino. Le incursioni di guerriglieri pachistani in India sono in parte diminuiti, ma i gruppi per l’Azad (libero) Kashmir restano attivi e colpiscono anche fuori dall’area contesa. L’esercito indiano dal canto suo (un milione e mezzo di effettivi e altrettanti riservisti oltre all’arma nucleare) risponde con un atteggiamento duro e aggressivo, e nemmeno il Governo di Narendra Modi, leader di un partito nazionalista indù, sembra intenzionato a fare passi verso un negoziato di pace. All’inizio del 2019 i due Paesi sono stati sull’orlo di una quarta guerra per il Kashmir. I pachistani hanno anche un fronte aperto con l’Arabia saudita, Paese che ha chiesto a Islamabad l’invio di truppe combattenti in Yemen. La richiesta è stata cortesemente rifiutata ma il Pakistan, che dipende anche dagli aiuti economici sauditi, non ha potuto rifiutare di aderire alla richiesta di far parte di una coalizione anti iraniana a guida saudita in nome di una collaborazione fra forze armate. L’esercito rimane uno degli attori fondamentali della politica e dell’economia pachistana benché ormai la stagione delle dittature militari sia alle spalle. Nel 2017 però il Governo civile eletto ha visto una crescente crisi politica che ha portato alle dimissioni del premier Nawaz Sharif, leader della Pakistan Muslim League (N), navigato politico locale, accusato di traffici finanziari illeciti e in seguito condannato per il dossier “Panamaleaks” che ne aveva rivelato i traffici. Al suo partito e al Pakistan People’s Party della famiglia Bhutto – i due partiti tradizionali che traevano forte consenso dal Punjab e dal Sindh – si oppone ora il Pakistan Tehreek-e-Insaf (Pti) dell’attuale premier Imran Khan, vincitore delle ultime elezioni in cui ha sconfitto i rivali anche nelle loro roccaforti. Le cose non sono andate bene neppure per l’Awami National Party (partito secolare e di sinistra) e per una serie di partiti minori di forte e spesso rigida ispirazione islamica in un Paese dove la religione continua a giocare un ruolo fortissimo e dove i gruppi islamisti (armati e non) sono da sempre protagonisti. In politica estera il Pakistan è uno dei più importanti alleati della Cina e mentre l’alleanza con gli Stati Uniti conosce alti e bassi. Le rivalità con l’India sono sempre all’ordine del giorno e le relazioni sono in una perenne fase di stallo. L’economia del Paese è caratterizzata da un sistema bloccato in mano a poche famiglie e ai militari mentre nelle campagne è ancora forte la presenza di grandi proprietari terrieri. Il nuovo (agosto 2018) premier Imran Khan ha dovuto fare i conti con la crisi economica e ha chiesto soldi un po’ ovunque: al Fmi, all’Arabia saudita, al Qatar, alla Cina giocando dunque su più tavoli.

Il Pakistan è membro delle Nazioni Unite, del Commonwealth, dell’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione (Sco), del protocollo di Kyoto, della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, del G20 per i Paesi in via di sviluppo. E’membro fondatore dell’Organizzazione della cooperazione islamica (Oci) e del Saarc.