Kashmir

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Negli ultimi giorni di febbraio 2019 il Kashmir è stato il teatro di un’allarmante escalation militare tra India e Pakistan, le due potenze atomiche del subcontinente indiano. A innescarla è stato un attacco suicida che il 14 febbraio ha ucciso oltre 40 uomini delle forze di sicurezza nel Kashmir sotto sovranità indiana. Rivendicato dal Lashkar-e Taiba, organizzazione armata di stampo jihadista che ha notoriamente base in Pakistan, è stato l’attacco più sanguinoso dal 1989, cioè da quando nella valle del Kashmir è cominciata un’insurrezione separatista. La rappresaglia indiana è arrivata il 26 febbraio con un attacco aereo in territorio pachistano; l’India afferma di aver colpito “basi terroriste”. Il giorno dopo il Pakistan ha risposto con analogo raid aereo e ha abbattuto due jet indiani sul proprio territorio, prendendo prigioniero un pilota: era dalla guerra del 1971 che non si dava un combattimento aereo tra i due storici nemici. L’escalation si è fermata quando il Pakistan ha riconsegnato all’India il pilota catturato; è durata quattro giorni, e ha chiuso per l’immediato futuro ogni possibile apertura diplomatica sul Kashmir, il territorio alle pendici dell’Himalaya che India e Pakistan si contendono da oltre 70 anni. Eppure, pochi in India hanno osservato che l’attentatore suicida era un giovane del Kashmir indiano. Nella narrazione ufficiale di New Delhi, ogni violenza nel territorio himalayano è addebitata al Pakistan e ai miliziani infiltrati attraverso la “Linea di controllo” (la frontiera di fatto tra i rispettivi territori). Il ruolo del Pakistan nell’armare le milizie nel Kashmir indiano è innegabile: ma le ragioni che alimentano la rivolta sono soprattutto interne. Sul piano politico, il dialogo proposto nel 2014 dal neo primo ministro Narendra Modi non è decollato. I primi colloqui sono cominciati nel 2017 per interrompersi subito, quando Modi ha categoricamente escluso l’ipotesi di ripristinare la piena autonomia del Kashmir nel quadro della Costituzione indiana. Poi nell’estate del 2018 il Partito nazionale indiano (Bjp, il partito di Modi) si è ritirato dalla coalizione locale con il Partito democratico popolare del Kashmir; da allora il Jammu e Kashmir è sotto “central rule”, cioè è amministrato direttamente da New Delhi. Intanto la tensione cresce. Dopo l’ondata di proteste dell’estate del 2016, scoppiata dopo i funerali di un comandante dell’organizzazione armata Hizbul Mojaheddin ucciso dalle forze di sicurezza, le manifestazioni di strada non sono mai cessate. I protagonisti sono sempre giovanissimi armati di sassi; le forze di sicurezza hanno risposto con brutalità, spesso con proiettili di gomma. Tra i giovani kashmiri ribolle la rabbia. Il senso di alienazione ha toccato nuovi livelli con l’amministrazione di Narendra Modi, che rifiuta di riconoscere motivazioni politiche alla ribellione in Kashmir per trattarla come esclusivo problema di sicurezza. In questo quadro, il computo delle vittime del conflitto ha ripreso a salire. Il South Asia Terrorism Portal (Satp, centro di studi sulla sicurezza che ha sede a New Delhi) conta 451 morti nel 2018, di cui 86 civili, 270 ribelli e 95 uomini delle forze di sicurezza (nel 2017 il numero totale era 358, e nel 2016 era 267). Nei primi due mesi del 2019 si registrano già 74 morti. Anche l’infiltrazione di miliziani dal territorio sotto controllo pachistano ha ripreso forza. E aumenta il numero di giovani del Kashmir indiano che si uniscono alle organizzazioni jihadiste. Secondo dati citati dal Satp, tra gli insorti uccisi in combattimento nel 2018, per la prima volta i giovani originari del Kashmir indiano erano molti più degli “stranieri” di Pakistan o Afghanistan.

Per cosa si combatte

Le parti in causa sono tre: l’India, il Pakistan, e gli abitanti del Kashmir. Per India e Pakistan si tratta di una contesa territoriale: per il Kashmir hanno combattuto due guerre dichiarate (nel 1948-49 e nel 1965) e una non dichiarata (nell’estate del 1999), oltre a una lunga “guerra per procura” condotta in territorio sotto controllo indiano da guerriglieri infiltrati dal territorio sotto controllo pachistano, detto Azad (“libero”) Kashmir. Non è un mistero che quei miliziani siano armati e finanziati dai servizi di intelligence del Pakistan, anche se Islamabad dichiara di dare loro solo “sostegno morale e politico”.

Dal punto di vista del Pakistan, in Kashmir una potenza occupante (l’India) nega l’autodeterminazione alla popolazione musulmana occupata. Dal punto di vista dell’India invece, una potenza straniera (il Pakistan) foraggia una ribellione e infiltra terroristi attraverso la “Linea di controllo”, frontiera di fatto tra i rispettivi territori. Dall’inizio di questo secolo tra India e Pakistan si sono alternati momenti di escalation e di relativa calma. Nel 2002 le due potenze atomiche hanno schierato gli eserciti in stato di massima allerta; tra il 2005 e il 2008 hanno avviato il più promettente ciclo di negoziati dal 1947. Nel dicembre 2008 l’attacco terroristico a Mumbai del gruppo jihadista Lashkar-e Taiba (che ha base in Pakistan) ha bruscamente riportato il gelo. Benché nell’agosto 2011 siano ripresi i contatti bilaterali, le relazioni restano fredde; sul terreno dal 2014 sono frequenti gli scontri di frontiera tra i due eserciti. L’attentato suicida che ha ucciso oltre 40 militari indiani nel febbraio 2019 ha rialzato la tensione.

Da parte loro, le forze nazionaliste del Kashmir – la Conferenza per la libertà (Hurriyat Conference) e la più moderata Conferenza nazionale – sono divise su questioni strategiche. Per alcuni “autodeterminazione” significa l’unione al Pakistan; per altri significa invece l’indipendenza, opzione rifiutata però sia da New Delhi sia da Islamabad. Dopo vent’anni di conflitto, molti opterebbero più realisticamente per un regime di autonomia nel quadro della costituzione indiana. La prima rivendicazione comune a tutti i kashmiri però è revocare le leggi speciali che garantiscono impunità alle forze armate (Armed Forces Special Power Act, o Afspa, e Public Safety Act, Psa), mettere fine alla militarizzazione del territorio, e fare luce su esecuzioni extragiudiziarie, torture, stupri.

Quadro generale

Il conflitto del Kashmir è una delle crisi regionali più antiche del Subcontinente indiano. È un conflitto allo stesso tempo interno (all’India) e tra Stati (India e Pakistan): e questo fa della verdeggiante valle del Kashmir, tra i ghiacciai himalayani all’incrocio tra India, Pakistan e Cina, una polveriera con implicazioni regionali.

La questione del Kashmir è un’eredità della Partition del 1947, quando dalla vecchia India britannica sono nate due nazioni, il Pakistan musulmano e l’India multireligiosa benché a maggioranza hindu. Il principato di Jammu e Kashmir (che includeva Jammu, Kashmir, Ladakh e i territori di Gilgit e Baltistan) fantasticò di restare indipendente ma infine optò per l’India, con un atto formale che nell’ottobre 1947 ne fece uno Stato dell’Unione indiana con ampia autonomia. La decisione presa dal locale maharaja Hari Singh (hindu), in accordo con i notabili nazionalisti guidati da Sheikh Abdullah (musulmano), fu sgradita ai dirigenti pachistani, che cercarono di occupare e annettere il Kashmir: fu la prima guerra tra India e Pakistan, 1948-49. La linea di cessate-il-fuoco negoziata con la mediazione delle Nazioni Unite è diventata il confine di fatto (Linea di controllo, Loc): a Ovest il settore sotto controllo pachistano (circa un terzo del territorio originario), a Est lo stato di Jammu e Kashmir sotto sovranità indiana (con Srinagar e Jammu). Una zona di ghiacciai all’estremo Nord è stata ceduta dal Pakistan alla Cina nel 1962. Le risoluzioni delle Nazioni Unite del 1948 e ‘49 chiedevano al Pakistan di ritirarsi dal territorio occupato e sollecitavano un referendum perché i kashmiri decidessero del proprio futuro. Il Pakistan non si ritirò, e l’India ebbe la scusa per non indire mai il plebiscito. La Linea di controllo è diventata così un confine di fatto, sancito nel 1972 dagli Accordi di Simla (al termine di una nuova guerra tra India e Pakistan che segnò la nascita del Bangladesh). Il periodo post indipendenza ha visto un crescente attrito tra le classi dirigenti kashmire e il governo centrale dell’Unione indiana, che ha eroso il regime di autonomia del Jammu & Kashmir. La disaffezione è esplosa nel 1989 in una protesta che ha coinvolto un ampio fronte sociale e politico, dall’Università ai sindacati ai partiti nazionalisti. Alla fine di quell’anno ha avuto inizio anche una ribellione separatista armata. L’escalation è stata inesorabile. Il primo gruppo armato, Jammu & Kashmir Liberation Front (Jklf), ispirato a idee di lotta di popolo, è stato sbaragliato e il suo leader Yasin Malik arrestato; nel ‘94 il Jklf ha rinunciato alle armi. Ma intanto erano entrati in scena gruppi più agguerriti: il Hizb-ul Mojaheddin, braccio armato del partito conservatore (e filopachistano) Jamiat Islami, poi scavalcato da altre sigle (Jaish-e Mohammad, Lashkar-e Taiba e altre). Erano i primi anni Novanta: in Kashmir confluivano armi e combattenti dall’Afghanistan formati al jihad (guerra santa, in senso politico-militare) contro l’Unione Sovietica e sostenuti dall’Inter-Services Intelligence (Isi), il servizio di intelligence militare pachistano. Con loro è arrivato un islam ultraortodosso estraneo alla tradizione locale. È così il terrore: attentati contro civili, bombe nei mercati, rappresaglie. Gli hindu del Kashmir sono in gran parte fuggiti. Il governo centrale ha mandato esercito e corpi paramilitari contro i ribelli, la valle è stata militarizzata. È una guerra largamente manovrata dai servizi segreti, ma a pagarne il prezzo più alto è stata la popolazione del Kashmir. Tra il 1988 e il 2016 sono morte tra 45mila e centomila persone (la stima più bassa è del South Asia Terrorism Portal, l’altra della Conferenza per la libertà, la All Parties Hurriyat Conference, cartello di forze nazionaliste); gran parte dei morti sono civili. Il conflitto inoltre ha travolto forze sociali e politiche, sindacati, gruppi per i diritti umani.

Nei primi anni Duemila la violenza è andata calando. Ma il conflitto ha lasciato una scia di ingiustizie e abusi mai riparati. Nel 2010 un’ondata di proteste inedita ha coinvolto giovanissimi armati di sassi, una sorta di intifada urbana: chiedevano la revoca delle leggi speciali che concedono impunità all’esercito. Le forze di sicurezza hanno risposto sparando; più di cento giovani uccisi, centinaia arrestati. Nel 2012 il Governo ha concesso un’amnistia, e quell’anno è stato il meno sanguinoso da un ventennio, con 117 morti relativi al conflitto. Poi però la tendenza si è invertita. Nel 2013 ha suscitato proteste in Kashmir l’impiccagione di Afzal Guru, kashmiro condannato a morte (dopo un processo molto contestato) per l’attacco del 2001 al parlamento indiano. Da allora nella valle del Kashmir la tensione cresce e la disillusione è palpabile. Le promesse di pace e benessere non si sono realizzate. Le leggi speciali restano in vigore; New Delhi non sembra disposta a ripristinare l’autonomia del Jammu&Kashmir. La pace nella valle del Kashmir dipende sia dalle relazioni tra India e Pakistan, sia dalla capacità dell’India di trovare un assetto democratico condiviso con le forze sociali e politiche di questo territorio. Ma senza garantire giustizia e revocare le leggi d’eccezione questo sarà molto difficile.