Corea del Nord – Corea del Sud

Donald Trump spariglia ancora una volta le carte nella penisola coreana. Al G20 di Osaka (27-28 giugno 2019), dove ha raggiunto con Xi Jinping una tregua nella guerra commerciale scatenata a suon di dazi, annuncia in un tweet la sua intenzione di stringere la mano a Kim Jong Un nella visita già programmata con il Presidente del Sud, Moon Jae In, a Panmunjon, villaggio in cui fu firmato nel 1953 l’armistizio e mai la pace. Foto e Tv immortalano il primo Presidente americano in carica che varca il 38mo Parallelo. Trump con un tweet e uno show mediatico cerca di cancellare l’insuccesso del secondo vertice con Kim ad Hanoi a fine febbraio 2019. E, a suo modo, ci riesce. Kim Jong Un, che padroneggia ormai la politica di famiglia, ha il vantaggio di aver ancora intatto il suo potenziale nucleare. Si è impegnato a disfarsene nel primo vertice di Singapore. Ma la denuclearizzazione è ben noto che richiede un processo a fasi in cui a ciascuna concessione Nordcoreana segue in parallelo una concessione americana. Dopo lo stallo seguito al nulla di fatto di Hanoi, il giovane maresciallo ha ripreso la politica del nonno e del padre. Ha visitato Putin (in aprile) per rinsaldare i vecchi legami di amicizia e ha accolto in pompa magna Xi Jinping ricucendo ulteriormente gli strappi dei primi anni di ‘regno’ seguiti alla morte del padre a fine 2011. Anni di chiusura totale, purghe interne, processi sommari e accuse non tanto velate di ingerenze cinesi. Ma Kim sa che la Cina è un alleato prezioso a livello diplomatico ed economico. In meno di un anno ha visto Xi quattro volte. L’asse tra Pechino e Mosca favorisce l’ingresso di quest’ultima nei grandi giochi dell’Asia Nordorientale anche se in posizione più defilata rispetto alla Cina. Ad Hanoi Trump ha troncato i colloqui appena iniziati con Kim e se ne è andato in anticipo dichiarando che i nordcoreani “erano disposti a designare i siti (da smantellare) che volevamo, ma non si potevamo per questo togliere tutte le sanzioni”. Aggiungeva che pure avendo “altre opzioni”, lui e il suo team non le avevano nemmeno messe sul tappeto. A posteriori giustificava, invece, la sua plateale uscita di scena affermando che la Rpdc ha altri siti nucleari. Cosa nota e mai smentita dai nordcoreani stessi che però si sono sempre rifiutati di fornire unilateralmente una lista di tutte le loro installazioni militari e nucleari.

La sera dell’affrettata partenza del Presidente, a correggere il tiro sulla bugia improvvisata, ha provveduto il ministro degli Esteri nordcoreano precisando che la richiesta di sollevare le sanzioni non riguardava ‘tutte’ le sanzioni, ma solo le cinque sanzioni del 2016-2017 (gli anni finali dell’escalation di test, sia missilistici sia nucleari), le più dure mai inflitte dall’Onu. Anche Kim, confidando nell’amicizia personale con Trump, ha varcato la soglia del possibile. Secondo i nordcoreani e la maggior parte degli analisti, ad Hanoi ha prevalso la linea dura dei falchi. Trump, distratto dai suoi molti problemi interni e dalla campagna elettorale per le presidenziali nel 2020, ha adottato la linea oltranzista del suo consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, un falco ben noto dell’amministrazione Bush che aveva cancellato l’accordo di denuclearizzazione raggiunto da Bill Clinton con il padre di Kim, poco prima della fine del suo secondo mandato. Trump presenta così a sorpresa come un diktat allo stupefatto Kim un ‘grande accordo’ sulla falsariga del ‘modello Libia’: lo smantellamento totale e unilaterale di tutte le cosiddette armi di distruzione di massa, senza offrire contropartite né sulla sicurezza né sul sollevamento parziale delle sanzioni. Contraddicendo sé stesso e l’inviato speciale per la Corea del Nord, Stephen Biegun, che un mese prima del summit, aveva spiegato l‘approccio simultaneo e in parallelo pensato per risolvere gradualmente l’annoso problema fra i due Paesi. Il che denota il caos che regna alla Casa Bianca.

La prima vittima del voltafaccia americano è stata la politica di riconciliazione con il Nord voluta dal Presidente sudcoreano Moon Jae In che ha svolto il ruolo di pontiere fra i vecchi nemici, per evitare i venti di guerra del 2017 e consentire ai coreani di riprendere in mano il destino della penisola. I tre vertici con Kim e le azioni concrete di riduzione della tensione lungo la linea demilitarizzata, l’apertura di uffici di collegamento nella città di confine di Kaesong, hanno punteggiato un 2018 molto positivo per i due leader coreani. A seguito dell’inaspettato irrigidimento americano nel vertice di Hanoi, Moon ha perso la fiducia di Kim che cerca di mantenere la barra delle relazioni personali con Trump. Seguendone l’esempio perché il Presidente ha sempre pensato la presenza di Moon irrilevante se non fastidiosa per i riconoscimenti ricevuti a livello internazionale. Moon è stato pregato bruscamente dai nordcoreani di badare ai fatti propri e di non intromettersi.

Va riconosciuto che nel primo storico vertice di Singapore, Trump è stato il primo Presidente in carica a incontrare in un clima di cordialità e rispetto reciproco il giovane erede della dinastia Kim, affrontando al massimo livello la spessa coltre di diffidenza sfiducia e ostilità nata con la guerra di Corea e incancrenite nei settant’anni successivi. Ma ha agito sulla base dell’improvvisazione, senza preparazione e senza un team negoziale di esperti e diplomatici dell’area. Sembra che l’autocrate Kim, si sia sentito ingenuamente lusingato dalle profferte amorose al limite del ridicolo del commander in chief, ma è capo di un apparato irregimentato ben più preparato di quello americano. Dopo il disastroso insuccesso di Hanoi, si è facilmente liberato dei suoi falchi e ha risposto al silenzio di Washington allargando i suoi orizzonti verso Putin, incontrato ad aprile, e Xi Jinping che ha poi, approfittando dello stallo nei negoziati fra i due contendenti, accettato l’invito a Pyongyang, nella prima visita di Stato dopo 14 anni di sospensione e sette all’apice del potere, dicendosi pronto a sfoderare un “nuovo piano per la pace permanente nella penisola coreana” da discutere con Trump in margine all’incontro del G20 in Corea del Sud. Forse per ricordargli che la Corea del 152 Nord è nella sua zona di influenza e che non ammette di essere trattato come un partner di secondo piano, ma è un attore indispensabile a livello diplomatico. E’ bastato l’annuncio della visita di Xi a Pyongyang, per riattivare la diplomazia americana e i tweet estemporanei di Trump. Non va dimenticato il tragico capitolo dei diritti umani calpestati del popolo nordcoreano. Moon non ne parla pubblicamente, perché sa che solo delle relazioni bilaterali stabili e la paziente costruzione di misure di fiducia reciproca permetteranno di affrontarlo. E’ ben noto che il regime autocratico dei Kim è indifendibile per il suoi gulag e l’obbrobriosa situazione dei diritti del suo popolo.