Corea del Nord – Corea del Sud

La visita nel maggio 2021 del presidente sudcoreano Moon Jae In a Washington, un mese dopo il Primo ministro giapponese Suga, ha avuto poco rilievo internazionale e non stupisce. Dopo due anni di stallo, seguiti al solenne fiasco del summit di Hanoi del febbraio 2019 fra il presidente Donald Trump e il leader della Rpdc (Repubblica Popolare Democratica di Corea) Kim Jong Un, la situazione sembra essere tornata al punto di partenza. La Corea del Nord, che nel frattempo ha rafforzato il suo arsenale nucleare, è ancora una bomba a orologeria. L’invito di Biden ai due leader asiatici indica l’interesse prevalente degli Stati Uniti per l’area dell’Asia Orientale. È dominante l’ossessione per la Cina quale ‘competitore strategico’ nei settori di punta economici e tecnologici, intelligenza artificiale compresa. Il primo ospite della Casa Bianca è il premier giapponese Yoshihide Suga. L’alleanza militare tra Washington e Tokyo del 1951, successivamente rivista e ampliata, resta la pietra angolare della politica americana in Asia. Nel maggio, Moon arriva a Washington, dopo il completamento della policy review della nuova Amministrazione americana sul complicato dossier coreano. Biden si smarca nettamente da Trump. È pronto ad aprire un canale diretto con il Regime del Nord e ha avviato consultazioni con i Governi sudcoreano e giapponese. All’opposto di Trump, tiene sottotraccia le trattative. Il lungo e dettagliato comunicato congiunto rilasciato al termine della visita di Moon spazia su tutti i temi che riguardano la politica americana nell’area Asia-Pacifico (ambiente, tecnologie, salute globale, ecc.).

Il Presidente statunitense sembra poi aver capito gli errori delle passate Amministrazioni nella Penisola coreana e tiene in conto il piano complessivo di Moon, che chiede con forza uno spazio di autonomia nelle trattative con il Nord a prescindere dallo stato dei rapporti fra Washington e Pyongyang. Biden sembra venirgli incontro. Non adotterà né la formula della ‘pazienza strategica’ (non far nulla) di Obama né quella della ‘massima pressione’ (ossia sanzioni unilaterali sempre più pesanti) di Trump. Intende piuttosto seguire un approccio ‘calibrato e realistico’, aperto al dialogo e flessibile. Moon ottiene che le trattative diplomatiche con la Rpdc inizino dagli impegni presi dalle parti nel 2018 nella dichiarazione intercoreana di Panmunjon e nel comunicato congiunto di Singapore, rilasciato alla fine del primo vertice Trump-Kim, per raggiungere la ‘completa denuclearizzazione’ e una ‘pace permanente’ nella Penisola. Soprattutto, ottiene ‘l’appoggio del Presidente’ per il dialogo intercoreano: tale appoggio permette di promuovere i progetti di cooperazione promessi da Moon a Kim nel corso di successivi vertici nel 2018. In altri termini, il presidente concederebbe a Moon di continuare a migliorare i rapporti intercoreani indipendentemente dall’andamento dei negoziati con Pyongyang. Biden, si deduce, toglierebbe parte delle sanzioni unilaterali imposte da Trump che pesano sulla popolazione del Nord, oggi stremata per la chiusura ermetica anti-Covid che ha isolato Pyongyang e tagliato anche gli indispensabili rapporti economici con la Cina. Ancora una volta, le possibilità di deragliamento sono molteplici. È chiaro che Kim Jong Un non ha chiuso definitivamente la porta ai negoziati ma ha buttato la palla nel campo avversario. Sta alla nuova Amministrazione Usa dimostrare la volontà politica di stabilire misure concrete di reciprocità. Dopo il disastro di Hanoi, Kim si è reso conto che il risultato è sempre lo stesso chiunque sia l’inquilino della Casa Bianca. È certo che non rinuncerà alle questioni di sicurezza richieste e, perlomeno in un primo tempo, al diradamento delle operazioni militari congiunte nella Corea del Sud che il Regime vede da sempre come una preparazione all’invasione e alla sua decapitazione (vedi la fine di Saddam e Gheddafi).

Un altro inciampo è rappresentato dall’allargamento dei colloqui in una trilaterale a Tokyo, i cui rapporti con Seul sono ai minimi termini per le molteplici questioni storiche irrisolte, che cozzano contro il muro del negazionismo sprezzante dei conservatori giapponesi al potere da molti anni. Occorrerebbe che Biden convincesse il suo leale alleato a non mettere il bastone fra le ruote nelle trattative con Pyongyang, in modo che non sia data priorità alla questione dei rapimenti dei cittadini giapponesi tra gli anni ‘70-’80 del ‘900 – questione che si potrebbe affrontare a latere ma non nelle trattative sul futuro della Penisola coreana. La Cina per il momento non è intervenuta, ma la sostituzione del suo ambasciatore in Corea con un diplomatico esperto e navigato indica che ha lo sguardo lungo e aspetta di usare la questione coreana come una leva per avviare trattative con gli Usa. Per Moon il tempo stringe. Manca solo un anno alla fine del suo quinquennio non ripetibile. Ha poco per fare in modo che l’eventuale elezione di un Presidente conservatore a Seul non cancelli con un tratto di penna l’impegno verso la distensione e la Pace, come già successo in passato.