Sudan del Sud

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Rapimenti di civili. Raid armati. Carestia. Esecuzioni extragiudiziali. Questa è la fotografia del Sud Sudan dall’inizio del 2019, nonostante il governo del presidente Salva Kiir abbia firmato il 12 settembre 2018 ad Addis Abeba il Revitalised Agreement on the Resolution of Conflict in South Sudan (R-Arcss), un cessate il fuoco con Riek Machar, ex vicepresidente e ora leader dei ribelli.

In febbraio, l’escalation di violenze ha raggiunto il suo massimo. «Siamo estremamente preoccupati perché nonostante l’accordo di pace violenze e scontri continuano. La situazione concreta sul campo dimostra che non si stanno affrontando le cause profonde dei conflitti nel Sud Sudan», anche perché «l’attuazione dell’accordo è in ritardo». «La pace – scrivono i vescovi del Sud Sudan – dovrebbe garantire beni di prima necessità e servizi alla popolazione, ma questo non sta accadendo».

Quasi 7 milioni di persone sono a rischio insicurezza alimentare, di cui 860 mila sono minori. È il dato registrato da Fao, Unicef e Programma alimentare mondiale con l’ultimo rapporto sulla Classificazione integrata delle Fasi della sicurezza alimentare, Ipc. Secondo i risultati dello studio, le persone a rischio malnutrizione sono aumentate del 13% dal gennaio 2018. In 30 mila sono al più alto grado di insicurezza alimentare nella parte orientale e centrale del Paese (regione dei Laghi e Jonglei). Causa principale dell’impossibilità di accedere al cibo è il conflitto, che colpisce il settore agricolo, l’allevamento e l’accesso a fonti alternative di cibo.

La guerra ha ridotto in modo importante soprattutto la produzione di cereali: nel 2018 hanno sfamato il 61% della popolazione, nel 2019 sarà il 52%.

«Le proiezioni sono allarmanti e la sicurezza alimentare continua a peggiorare. Insieme alla popolazione del Sud Sudan, dobbiamo agire con urgenza per invertire questa tendenza. La nostra priorità è sostenere le famiglie per mantenere e aumentare la loro produzione e aiutare le comunità agro-pastorali a preservare i propri mezzi di sostentamento – dichiara Pierre Vauthier, rappresentante della Fao in Sud Sudan – Se l’accordo di pace firmato lo scorso settembre sarà pienamente rispettato, la Fao potrà continuare a sostenere i rimpatriati a ricostruire i propri mezzi di sussistenza e contribuire alla ripresa della nazione».

Per cosa si combatte

Il Sudan del Sud è nato con un referendum nel 2011 e solo due anni dopo, nel dicembre del 2013, è piombato in una guerra civile che contrappone la fazione del Presidente Salva Kiir e quella del suo ex vice-Presidente Riek Machar. Gli scontri hanno una forte componente etnica attivata dagli stessi leader: Salva Kiir è un dinka mentre Riek Machar è un nuer. Dinka e Nuer sono le principali etnie del Paese ed entrambe avevano combattuto un lungo conflitto con il Nord del Paese dove ci sono popolazioni completamente diverse, di matrice araba e di religione musulmana. Il Sudan del Sud è lo stato più giovane del mondo e per questo motivo la sua collocazione negli equilibri internazionali e regionali è ancora tutta da definire. Quando il Sudan era unito la principale ricchezza, cioè il greggio, aveva uno sbocco, il terminale di Port Sudan sul Mar Rosso e gli oleodotti del regime di Khartoum che lo trasportavano. Oggi il Sudan del Sud rischia di essere una bolla di petrolio in mezzo all’Africa. Ci vogliono terminali, investimenti, attrezzature, tecnologie per sfruttare quella enorme ricchezza. Chi li metterà a disposizione? Questa è la principale posta in gioco economica della guerra. Gli interessi delle potenze regionali (Uganda, Kenya, Sudan) si scontrano e si confrontano su questo tema e, in molti casi, cercano di influenzare l’esito del conflitto. L’altra grande questione in gioco è l’acqua del grande fiume Nilo sul quale si gioca una partita tra tutte le potenze affacciate sul suo bacino a cominciare dall’Etiopia che ha costruito la grande Diga della Rinascita sul Nilo Azzurro che modificherà la portata d’acqua verso l’Egitto, Paese che non può rinunciare alla preziosa acqua che, dai tempi dei faraoni, alimenta le civiltà che si sono succedute in questa regione.

Quadro generale

Nato con un referendum nel 2011 e solo due anni dopo travolto dalla guerra civile, il Paese ha molti conti in sospeso: quelli interni stravolti dal conflitto tra fazioni e quelli che riguardano la questione dei propri confini con il vicino del nord, il Sudan, ma anche con l’Uganda dove sono in discussione frontiere e possesso dei siti petroliferi. Tutti nodi gravidi di tensione e di possibili nuovi conflitti. La sua giovane memoria è già piena di orrori. La secessione del Sudan del Sud dal regime di Khartum è stata conquistata col sangue: quasi mezzo secolo di guerre, delle quali l’ultima è durata ben 22 anni, dal 1983 al 2005. Il trattato di pace che ha chiuso il conflitto aveva anche fissato le tappe successive: un periodo di transizione di cinque anni, nei quali il Sud avrebbe goduto di ampia autonomia e il referendum per l’autodeterminazione, svoltosi il 9 gennaio 2011, nel quale il 98,83% dei votanti si è espresso a favore della secessione. Ma il neonato Paese africano oggi ha la libertà, ma poco altro. Ha una guerra interna ed è ancora alle prese con le ferite profonde dei decenni di guerra civile che hanno opposto il Nord arabo e musulmano e il Sud, africano e cristiano-animista, non solo per ragioni religiose ed etniche, ma anche per l’iniqua distribuzione delle ricchezze nazionali e degli investimenti da parte dei governi di Khartum.

Quel conflitto, aggravato da prolungate carestie, ha causato due milioni di morti e quattro di rifugiati e sfollati. Ma anche la distruzione quasi totale delle infrastrutture: scuole, strade, ponti, ospedali. Oltre alle enormi carenze dello stato sociale, nella sua breve storia il Sudan del Sud ha dovuto affrontare diverse crisi umanitarie. La prima delle quali legata al rientro in massa di 350mila sudsudanesi che durante la guerra erano emigrati nelle Regioni del Nord e che sono rientrate in patria con l’indipendenza. Inoltre, nel 2012, erano scoppiati scontri etnici in diverse aree del Paese (proseguiti anche nel 2013), il più grave dei quali aveva provocato migliaia di morti nella regione del Jonglei, con decine di migliaia di sfollati. Altre emergenze umanitarie si erano verificate nel Sudovest, lungo il confine col Centrafrica a causa delle incursioni del gruppo ribelle del Lra (Esercito di resistenza del Signore). E, ancora, lungo il confine Nord, per via degli scontri fra l’esercito di Khartum e i gruppi armati del Sud Kordofan e del Nilo Azzurro, due Regioni le cui popolazioni non hanno potuto votare per l’autodeterminazione, pur avendo combattuto con lo Spla (l’Esercito di liberazione del Sudan del Sud) la guerra per l’indipendenza, e scegliere di far parte del nuovo stato meridionale. Gli scontri dei suoi primi due anni di vita avevano già spinto alla fuga oltre 200mila profughi oltre confine. Quanto alla situazione economica del Paese, dipende totalmente dal petrolio (costituisce il 98% delle entrate delle Stato). L’85% delle riserve di greggio, con la scissione in due del grande Sudan è rimasto al sud e la capacità di estrazione è di circa 350mila barili al giorno. Ma i soli oleodotti utilizzabili, realizzati prima dell’indipendenza, sono quelli che attraversano il nord. Il contenzioso sul “diritto di passaggio”, per il quale Khartum esigeva un prezzo salatissimo, ha portato il Governo del Sud a interrompere le estrazioni, dal gennaio 2012 fino al marzo 2013, quando sono riprese a seguito di un nuovo accordo con Khartum. Ma quell’anno, senza più gli introiti del greggio, ha precipitato il già poverissimo Paese in una profonda crisi economica, che ha costituito una delle premesse al rigurgito di guerra civile della fine del 2013. La questione da allora non è mai stata regolata definitivamente e gli indicatori sociali ne sono lo specchio. Il Sudan del Sud, che ha una crescita demografica annua del 3,83% (stima del 2017) e un tasso di fertilità per donna di 5 figli, ha una speranza di vita di soli 56 anni e una mortalità infantile (sotto i 5 anni) di 92,6 bambini ogni mille nascite. L’analfabetismo (sopra i 15 anni) è del 69% mentre solo 5 bambini su cento hanno completato le scuole primarie. Anche la prevalenza dell’Hiv è alta e arrivava (stime del 2016) al 2,7%. L’accesso a servizi sanitari adeguati è bassissimo e cioè a meno del 7% della popolazione mentre l’accesso all’acqua potabile è solo del 58,7% il che significa che quasi la metà della popolazione Sudsudanese beve acqua contaminata.