Burkina Faso

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il Burkina Faso è diventato l’epicentro della devastante crisi che attanaglia tutto il Sahel. Un’emergenza umanitaria, sociale, sanitaria e politica dovuta sostanzialmente al combinato disposto di tre fattori: la ricorrente carestia, l’azione dei gruppi estremisti islamici sempre più violenta e pressante, la pandemia del Covid-19, che ha aggravato la malnutrizione (severa e acuta), specialmente nelle fasce più vulnerabili della popolazione. Secondo il Programma Alimentare Mondiale (Wfp) dell’Onu, la stima delle persone che soffrono di malnutrizione è triplicata rispetto al 2019, toccando nella prima metà del 2021 quota 3,4milioni.

Quella del Burkina Faso è considerata ormai la peggiore crisi umanitaria del Mondo. Basti considerare che gli sfollati e i rifugiati sono passati in meno di due anni da 200mila e oltre un milione e mezzo. Riguardo alla carestia, se è vero che il Paese è soggetto a ricorrenti crisi dovute alla siccità, è anche vero che i periodi di penuria d’acqua e i fenomeni di inondazioni improvvise sono divenuti più estremi e frequenti, a causa del cambiamento climatico. Fenomeni ai quali negli ultimi due anni s’è accompagnato l’intensificarsi delle violenze, soprattutto nelle Regioni settentrionali del Paese, caratterizzate da attacchi di forze ribelli, di gruppi islamisti o, talvolta, anche delle cosiddette milizie “di autodifesa”, con un bilancio di oltre 1.600 vittime dal 2015. Presi di mira in particolare le scuole, i
mercati, i punti d’acqua. Secondo l’Unhcr sono più 2.500 gli istituti scolastici che sono stati chiusi, lasciando a casa oltre 350mila studenti.

Occorre considerare, peraltro, che l’emergenza non riguarda solo il Burkina Faso, ma coinvolge l’intero Sahel centrale: in tutta l’area sono circa 3,5milioni i profughi, fra sfollati interni e rifugiati, e 6milioni le persone che vivono in condizioni di povertà estrema e insicurezza costante. In questo quadro il Burkina Faso è andato al voto, nel novembre del 2020. Alla guida del Paese è stato confermato il presidente uscente, Roch Marc Christian Kaboré, rieletto col 57.87% dei voti. Un voto che secondo gli osservatori è stato sostanzialmente regolare, anche se si è svolto in condizioni estremamente difficili, a causa della violenza e del terrorismo.

La scarsa affluenza alle urne ne è la dimostrazione: intorno al 50% (rispetto al 60% nella consultazione del 2015), ossia 2,9milioni di votanti su 5,8milioni di aventi diritto. Un quinto del Territorio è stato escluso dalla votazione. Più di 2.000 seggi elettorali (su 21.154) chiusi, nel Nord e nell’Est del Paese. Mezzo milione di aventi diritto non ha potuto votare.

Per cosa si combatte

Il primo attentato terroristico in Burkina Faso è avvenuto il 15 gennaio 2016. Si era, all’epoca, appena insediato il nuovo Presidente, da appena un anno la sollevazione popolare aveva costretto Blaise Compaorè, al potere da 27 anni, a lasciare il Paese. Ora gli attacchi terroristici e le incursioni nei villaggi delle Regioni settentrionali sono quattro o cinque al giorno. Gli analisti spiegano la catastrofe da un lato come una delle onde lunghe della crisi libica, che ha portato armi, mezzi e miliziani prima in Mali e poi nel Nord del Burkina Faso. La strategia del terrore si è caratterizzata, nei primi anni, come uno scontro fra i diversi gruppi – operano attualmente sei sigle diverse nella Regione, di cui cinque che si ispirano ad Al Qaeda e una Per cosa si combatte all’Isis – dell’estremismo islamico, divenendo poi nel tempo una forma di controllo del territorio, che si esprime attraverso attacchi ai  “simboli del potere occidentale” (chiese, caserme) oppure ai luoghi vitali della popolazione (mercati, punti di accesso all’acqua, luoghi di produzione del piccolo artigianato locale). Di fatto il Nord del Paese è fuori controllo. I gruppi terroristici hanno anche favorito e soffiato sul fuoco sulle tensioni fra i vari gruppi etnici. Il risultato finale è una vera a propria “pulizia” del territorio, nel quale l’unica “autorità” riconoscibile è lo stesso gruppo estremista dominante. L’obiettivo potrebbe essere, nel medio periodo, la ricostituzione di un nuovo nucleo di Stato Islamico, dopo la distruzione del Califfato”.

Quadro generale

Burkina Faso significa “Paese degli uomini integri”. Il nome lo si deve a Thomas Sankara, il padre della Nazione che ha governato per soli quattro anni, dal 1983 al 1987. Fu lui, a un anno esatto dalla presa del potere, a cambiare il nome del Paese da Alto Volta a Burkina Faso. Quattro anni che tuttavia hanno segnato profondamente l’identità nazionale del Paese africano: per le sue prese di posizione anticolonialiste; per la sua concezione dello sviluppo, che doveva essere endogeno e non dipendere dall’esterno; per la centralità che attribuiva all’istruzione e alla cultura; per la sensibilità ambientale ante litteram; per la convinta concezione dell’emancipazione femminile. Solo quattro anni, pero.

Poi, un commando di sicari ha assassinato Sankara e una dozzina dei suoi principali collaboratori. Il potere, in quel 1987, l’aveva preso colui che Sankara considerava amico e strettissimo collaboratore: Blaise Compaore. Potere che non ha mai lasciato per ventisette anni, fino al 30 ottobre 2014, quando ha dovuto fuggire dal Paese di fronte all’insurrezione popolare. In tutto questo tempo il principale indiziato dell’attentato è stato lo stesso Compaore, senza che mai potesse essere svolta un’inchiesta, dato che lui stesso era a capo del Regime. Fino al 2014, pero. In ottobre 2021, infatti, si apre il processo per l’uccisione di Sankara, e fra gli indagati figura naturalmente Compaore.

La sua lunga presidenza si caratterizza per l’opera costante di smantellamento dei pilastri su cui si era fondata la rivoluzione di Sankara e diventa ben presto un formidabile regime repressivo, in particolare verso i sankaristi. Nella migliore delle tradizioni delle democrazie africane di facciata, Compaore fa in modo che l’opposizione resti frammentata, incarcerando o – se del caso – comprando gli oppositori con posti di potere. Anche la politica economica va nel segno opposto a quella di Sankara: Compaore riattiva e favorisce l’iniziativa privata, sollecita l’investimento straniero. Sul piano internazionale, rafforza i rapporti con la Francia e con i Paesi occidentali e ne asseconda, a suo modo, le richieste: quando nel 1990 Francois Mitterand insiste sulla democratizzazione dell’Africa, ad esempio, e pronto ad aprire alle elezioni multipartitiche e avvia il rinnovamento della Costituzione (che sarà varata il 2 giugno 1991). Nello stesso 1991, Compaore vince le elezioni con l’86,1% dei consensi e analoghe percentuali bulgare le otterrà nelle consultazioni successive, mentre non si contano gli arresti, le torture, le sparizioni degli oppositori politici non “assimilabili”. Gli omicidi

a sfondo politico attribuiti al Regime di Compaore sono 110. La povertà, intanto, cresce, cosi come l’arretratezza delle aree rurali e il divario fra le città e il resto del Paese, tanto che negli anni intorno al 2010-2011 quasi la meta della popolazione burkinabe vive sotto la soglia di povertà, sotto i due dollari al giorno. Questo porta, per la prima volta, a una sollevazione popolare, nel corso della prima meta del 2011, conoceaniche manifestazioni popolari.

Per la prima volta, Compaore teme la perdita del potere. Supera la crisi ma deve, di li poco, affrontare un nuovo problema: secondo la Costituzione in vigore, per le elezioni del 2015 non potrebbe più ricandidarsi. Perciò il suo entourage politico si adopera per arrivare a un referendum che consenta la ricandidatura al Presidente. Il peggior errore politico, pero, il Regime lo commette il 21 ottobre 2014: viene annunciato che non si farà il referendum, la modifica costituzionale sarà votata dall’Assemblea nazionale. E la miccia che

innesca la protesta di massa: il 28 ottobre, nella capitale Ouagadougou sfilano un milione di persone.

Due giorni dopo, il 30 ottobre, la mattina in cui deve avvenire il voto costituzionale in Parlamento, l’insurrezione diviene violenta: la folla assalta il palazzo e lo devasta. Il giorno successivo, Compaore fugge in Costa d’Avorio. Il potere viene preso dai militari per governare la transizione verso nuove elezioni. Il 16 settembre 2015, pero, poco prima del voto previsto per l’11 ottobre, avviene un tentativo di golpe, da parte

della Guardia presidenziale (Rsp) un corpo speciale creato da Compaore. Colpo di Stato che non riesce, per la mobilitazione dell’esercito repubblicano che costringe infine la Rsp alla resa. Viene ripristinato il Governo di transizione e si arriva alle elezioni del 29 novembre 2015. Vince Roch Marc Christian Kabore, il Presidente che e stato confermato dal voto del novembre 2020. Il suo Governo si insedia il 16 gennaio 2016. Tre giorni dopo, in capitale, avviene il primo attentato nella storia del Burkina Faso. E l’inizio della stagione del terrorismo, che ha condotto in soli cinque anni alla situazione attuale.