Ucraina

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Ad aprile 2021, la tensione tra Ucraina e Russia a ridosso dei territori separatisti e della Crimea ha visto un’escalation improvvisa che ha preoccupato le diplomazie occidentali. Ingenti movimenti di truppe russe al confine e nella Crimea occupata hanno fatto temere una ripresa della guerra e addirittura un’invasione dell’Ucraina. Dopo le pressioni europee e di Washington, il ritiro delle truppe (che per Mosca facevano parte di un’esercitazione) ha raffreddato nuovamente l’Area. Il percorso di Pace è però fermo al 2015, al tempo degli incontri di Minsk e alla roadmap concordata con la mediazione del presidente bielorusso Aljaksandr Lukašėnka. Le ripetute tregue, più volte infrante, hanno comunque finora evitato che le scaramucce lungo la linea contatto sfociassero nuovamente in guerra aperta.

Ma il piano che avrebbe dovuto portare alla pacificazione delle Regioni sotto il controllo dei separatisti, con l’indizione di elezioni locali sotto il monitoraggio di Kiev è rimasto finora sulla carta. Nel frattempo, le autoproclamate Repubbliche di Donetsk e Luhansk hanno continuato il loro lento percorso di distacco da Kiev: dal 2016 la valuta utilizzata è il rublo russo, il sistema bancario si è disconnesso da quello ucraino e a febbraio 2018 è avvenuto anche il distacco delle reti telefoniche. Ad aprile 2019, poi, Mosca ha introdotto regole semplificate per concedere il passaporto russo ai loro abitanti.

A più di cinque anni dalla Rivoluzione della Dignità, com’è ormai ricordata l’esperienza di EuroMaidan, l’Ucraina è ancora alle prese con i problemi di sempre: una corruzione pervasiva a ogni livello della società, una scarsissima fiducia nella classe politica, uno strapotere degli oligarchi e una crisi economica che stritola non solo le classi più basse ma anche la fragile classe media. Il dibattito sulla ricostruzione dello Stato democratico si è nel frattempo spostato dalla classe politica nazionale all’intero apparato burocratico statale. Anni di Governi cleptocratici hanno favorito una corruzione endemica a ogni livello. Combatterla è diventato lo slogan di pressoché tutti i politici, che si accusano a vicenda di accumulare ricchezze indebite. Un dibattito chiassoso che ha invischiato le riforme più importanti, impedendo loro di vedere la luce, col risultato di far vacillare anche il supporto europeo (insieme ai preziosi prestiti del Fondo Monetario Internazionale) che resta condizionato ai passi avanti richiesti a Kiev, soprattutto sulla lotta alla corruzione.

Per cosa si combatte

La crisi ucraina del dopo Maidan sfociò in vera e propria guerra all’indomani dell’annessione militare della Crimea da parte della Russia: nella primavera del 2014, le truppe di Kiev cercarono di riprendere il controllo di parte del Donbass caduto nelle mani dei separatisti appoggiati da Mosca ed evitare appunto il ripetersi di quanto successo in Crimea. Benché i separatisti affermassero di combattere per la libertà del Donbass (a grossa componente etnica russa e ucraina russofona) contro quella che definivano un’aggressione militare da parte delle forze del Governo centrale, è innegabile che i primi leader della rivolta erano tutti cittadini russi e in molti casi appartenenti alle forze di sicurezza di Mosca. Se il fattore etnico e linguistico gioca sicuramente un ruolo nella guerra, non spiega tutto. Le Regioni di Donetsk e Luhansk non sono infatti le sole Regioni dell’Ucraina ad avere una forte presenza di abitanti ucraini russofoni e di etnia russa e la risposta militare e politica di Kiev ha limitato il dilagare dei separatisti a un’area estremamente circoscritta del Donbass, pari a circa il 7% del territorio nazionale. D’altro canto, non è facile pesare il supporto popolare di cui godono le autoproclamate autorità separatiste, dato l’isolamento in cui sono chiuse e la scarsità di trasparenza e regole democratiche in cui operano. Dagli Accordi di Minsk del 2015, la linea del fronte è rimasta congelata in un confine de facto.

Quadro generale

L’improvvisa marcia indietro dell’ex presidente Viktor Janukovyč sulla strada per l’Europa alla fine del 2013 è l’anno zero della guerra in Ucraina. Le proteste nate dalla decisione di Janukovyč di non firmare l’Accordo di associazione con l’Unione Europea hanno portato migliaia di persone ad occupare la piazza, giorno e notte. I moti hanno preso il nome di EuroMaidan, dalla centrale Maidan Nazaležnosti (piazza Indipendenza) di Kiev e dalla voglia di Europa degli ucraini. Le manifestazioni sono andate avanti per settimane, nonostante i tentativi della polizia antisommossa di rimuovere le barricate e il freddo pungente dell’inverno di Kiev. Sono culminate a fine febbraio, quando 84 manifestanti sono morti sotto i colpi dei cecchini. Il bilancio definitivo di oltre tre mesi di EuroMaidan è stato di 103 morti tra i manifestanti e 13 tra i poliziotti.

Il risultato, la fuga in Russia di Janukovyč e la formazione di un nuovo Governo. È qui che ha avuto inizio la seconda fase della crisi ucraina del 2014. In risposta alla formazione del nuovo Governo e alla svolta filoeuropea di Kiev, la Russia – con un’operazione di maskirovka (guerra sotto copertura) – ha preso possesso delle strutture strategiche in Crimea, appoggiato l’organizzazione di un referendum farsa sull’indipendenza e annesso la Penisola del Mar Nero alla Federazione, tutto in meno di una mese. Oltre alla presenza militare della flotta del Mar Nero, che sarebbe stata messa in discussione da un eventuale futuro ingresso dell’Ucraina nella Nato, le ragioni russe a favore dell’annessione riguardano la storia recente. La Crimea, a maggioranza di etnia e lingua russa, fu “ceduta” all’Ucraina solo nel 1954 per volere di Nikita Chruščëv quando i confini interni dell’Urss erano poco più che segni sulla carta.

L’annessione, formalizzata il 21 marzo, non è stata riconosciuta dalla comunità internazionale e la Crimea, di fatto sotto il controllo della Russia, resta formalmente un territorio conteso. L’ondata filorussa, e anti Maidan, si è espansa oltre la Crimea, investendo anche le Regioni dell’Est comprese nel bacino del Don, il cosiddetto Donbass. Anche lì uomini armati di provenienza non soltanto locale hanno preso il controllo delle istituzioni, indetto un referendum sul modello della Crimea e dichiarato l’indipendenza di due nuove entità, le Repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk (le città capoluogo delle due Regioni più grandi del Donbass). Il Governo centrale ha risposto con un’operazione militare per la riconquista del Territorio che si è cristallizzata nell’attuale guerra a bassa intensità attorno alla linea di frizione stabilita dagli Accordi di Minsk. Senza la Crimea e con le Regioni dell’Est – industrializzate e ricche di materie prime – sottratte al controllo del Governo, quel che resta dell’Ucraina ha intrapreso con decisione la strada europea. Il 27 giugno 2014, il Governo ha firmato il fatidico Accordo di associazione con l’Unione Europea, da cui tutto aveva avuto inizio, voltando – forse per sempre – le spalle alla Russia.

Nel 2016 è poi arrivata la firma dell’Accordo per la Deep and Comprehensive Free Trade Area (Dcfta), l’area di libero scambio conseguente all’Accordo di associazione, che dovrebbe dare nuovo impulso all’economia attraverso gli scambi commerciali con l’Unione Europea. Resta ancora aperto il nodo del Donbass. Il precorso di pacificazione e integrazione dei territori sotto il controllo dei separatisti appoggiati dalla Russia è in stallo. Nessun progresso è stato compiuto dagli Accordi di Minsk del 2015, nonostante alcuni ritiri di truppe da parte ucraina voluti dal presidente Zelenskyi. La guerra in Donbass ha causato finora oltre 13mila vittime tra civili e militari. Il susseguirsi di numerosi cessate il fuoco ha congelato la situazione sul campo, ma non ha fermato gli scontri tra le forze combattenti né l’uso di artiglieria, anche su zone abitate, causando un lento ma costante aumento della conta delle vittime. E resta irrisolto l’enorme problema dei rifugiati interni, stimati nel 2020 dal Ministero per le Politiche Sociali di Kiev in quasi 1,5milioni, cifra che fa dell’Ucraina il Paese con il maggior numero di rifugiati interni dopo la Siria. Oltre la metà di essi si sono stabiliti in aree del Donbass sotto il controllo del Governo, non lontano dalle zone di conflitto. Inoltre, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), solo 750mila di questi rifugiati sono stati in qualche modo integrati nelle comunità locali.