Ucraina

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Dal 2019 c’è un nuovo Presidente alla guida dell’Ucraina. È il comico televisivo Volodymyr Zelenskyi, eletto al ballottaggio con la schiacciante percentuale del 70% dei voti. A cinque anni dallo scoppio della guerra, gli ucraini non hanno perdonato al Presidente uscente Petro Porošenko – arrivato al ballottaggio contro Zelenskyi – gli scarsi risultati nella risoluzione del conflitto ma, soprattutto, il costatante peggioramento delle condizioni economiche e di vita.

Il percorso di pace è sempre lo stesso elaborato nel 2015 durante gli incontri informali del cosiddetto gruppo di contatto trilaterale a Minsk dove, con la mediazione del Presidente bielorusso Aljaksandr Lukašenka, i rappresentanti di Ucraina, Russia e dei territori separatisti, concordarono la tregua dei combattimenti che tuttora evita il degenerare del conflitto a bassa intensità in guerra aperta. Ma il piano che avrebbe dovuto portare alla ricostruzione dell’apparato amministrativo e democratico nelle Regioni sotto il controllo dei separatisti, con l’indizione di elezioni locali sotto il monitoraggio di Kyiv, è rimasto finora sulla carta. Nel frattempo, le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk hanno continuato il loro lento percorso di distacco da Kyiv: dal 2016 la valuta utilizzata è il rublo russo, il sistema bancario si è disconnesso da quello ucraino mentre a febbraio 2018 è avvenuto anche il distacco delle reti telefoniche. Ad aprile 2019, poi, Mosca ha introdotto regole semplificate per concedere il passaporto russo ai loro abitanti. A più di cinque anni dalla rivoluzione della dignità, com’è ormai ricordata l’esperienza di EuroMaidan, l’Ucraina è ancora alle prese con i problemi di sempre. Una corruzione pervasiva a ogni livello della società, una scarsissima fiducia nella classe politica, uno strapotere degli oligarchi e una crisi economica che stritola non solo le classi più basse ma anche la fragile classe media. Il dibattito sulla ricostruzione dello stato democratico si è nel frattempo spostato dalla classe politica nazionale all’intero apparato burocratico statale.

Anni di governi cleptocratici hanno favorito una corruzione endemica a ogni livello. Combatterla è diventato lo slogan di pressoché tutti i politici, che si accusano a vicenda di accumulare ricchezze indebite. Un dibattito chiassoso che ha invischiato le riforme più importanti, impedendo loro di vedere la luce. Il risultato forse più evidente è stata una profonda e radicale sfiducia degli ucraini verso tutta la classe politica, senza distinzioni; che ha portato al massiccio voto anti establishment di marzo 2019.

Per cosa si combatte

Nella primavera del 2014, le truppe governative hanno sferrato l’attacco ai miliziani separatisti appoggiati dai russi per riprendere il controllo di una grossa fetta di territorio sfuggita a Kyiv e per evitare il ripetersi di quanto successo in Crimea poche settimane prima. Benché i separatisti affermassero di combattere per la libertà del Donbass, a grossa componente etnica russa e russofona, contro quella che definiscono un’occupazione militare, è innegabile che i primi leader della rivolta erano tutti arrivati dalla Russia. Se il fattore etnico e linguistico gioca sicuramente un ruolo nella guerra, non spiega tutto. Le Regioni di Donetsk e Luhansk non sono infatti le sole Regioni dell’Ucraina ad avere una forte presenza di abitanti russofoni e di etnia russa. Del resto non è facile pesare il supporto popolare di cui godono le autoproclamate autorità separatiste, dato l’isolamento e la scarsità di regole democratiche in cui operano. D’altro canto, se l’intervento della Russia non è stato massiccio e deciso come in Crimea, è difficile negare che ci sia stato e che Mosca abbia un interesse diretto, quantomeno a mantenere l’instabilità nella Regione. Del resto, anche se i vertici politico-militari delle repubbliche di Donetsk e Luhansk sono poi passati nelle mani di leader locali, la loro reale autonomia da Mosca è tutta da dimostrare. Non è azzardato dire che l’Ucraina, e la Regione del Donbass, sono diventate terreno di un gioco geopolitico più vasto che va ben oltre i confini nazionali, e vede in discussione gli interessi non solo ucraini e russi, ma anche europei e occidentali in senso più lato.

Quadro generale

La guerra in Donbass ha causato finora oltre 11mila vittime tra civili e militari, ma potrebbe essere una stima per difetto. Dal 2015, una tregua ha comportato un congelamento della situazione sul campo, ma non ha fermato gli scontri tra le forze combattenti né l’uso di artiglieria, anche su zone abitate. Tutto ha avuto inizio con l’improvvisa marcia indietro dell’ex Presidente Viktor Janukovič sulla strada per l’Europa alla fine del 2013, che accese la scintilla della rivoluzione di EuroMaidan. Le proteste nate dalla decisione del Presidente ucraino di non firmare l’Accordo di associazione con l’Unione europea hanno portato migliaia di persone ad occupare la piazza, giorno e notte. I moti hanno preso il nome dalla centrale Maidan Nazaležnosti (piazza Indipendenza) di Kyiv e dalla voglia di Europa degli ucraini. Le manifestazioni sono andate avanti per settimane, nonostante i tentativi della polizia antisommossa di rimuovere le barricate, e il freddo pungente dell’inverno di Kyiv. Fino al culmine di fine febbraio, quando 84 manifestanti sono morti sotto i colpi dei cecchini. Il bilancio definitivo di oltre tre mesi di EuroMaidan è stato di 103 morti tra i manifestanti e 13 tra i poliziotti. Il risultato, la fuga in Russia di Janukovič e la formazione di un nuovo Governo. È qui che ha avuto inizio la seconda fase della crisi ucraina del 2014. In risposta alla formazione del nuovo Governo e alla svolta filoeuropea di Kyiv, la Russia – con un’operazione di maskirovka (guerra sotto copertura) – ha preso possesso delle strutture strategiche in Crimea, appoggiato l’organizzazione di un referendum farsa sull’indipendenza e annesso la penisola nel Mar Nero alla Federazione, tutto in meno di una mese. Oltre alla presenza militare della flotta del Mar Nero, che sarebbe stata messa in discussione da un eventuale futuro ingresso dell’Ucraina nella Nato, le ragioni a favore dell’annessione riguardano la storia recente. La Crimea, a maggioranza di etnia e lingua russa, fu “ceduta” all’Ucraina solo nel 1954 per volere di Nikita Kruščëv, quando i confini interni dell’Urss erano poco più che segni sulla carta. L’annessione, formalizzata il 21 marzo, non è stata riconosciuta dalla comunità internazionale e la Crimea, di fatto sotto il controllo della Russia, resta formalmente un territorio conteso. L’ondata filorussa, e anti Maidan, si è espansa oltre la Crimea, investendo anche le Regioni dell’Est comprese nel bacino del Don, il cosiddetto Donbass. Anche lì uomini armati di provenienza non soltanto locale hanno preso il controllo delle istituzioni, indetto un referendum sul modello della Crimea e dichiarato l’indipendenza di due nuove entità, le repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk (le città capoluogo delle due Regioni più grandi del Donbass). Il Governo centrale ha risposto con un’operazione militare per la riconquista del territorio che si è cristallizzata nell’attuale guerra a bassa intensità attorno alla linea di frizione stabilita dagli accordi di Minsk. Senza la Crimea e con le Regioni dell’Est – industrializzate e ricche di materie prime – sottratte al controllo del Governo, quel che resta dell’Ucraina ha intrapreso con decisione la strada europea. Nel 2014 il Governo ha firmato il fatidico Accordo di associazione con l’Unione europea, da cui tutto aveva avuto inizio, il 27 giugno, voltando – forse per sempre – le spalle alla Russia. Nel 2016 è poi arrivata la firma dell’accordo per la Deep and Comprehensive Free Trade Area (Dcfta), l’area di libero scambio conseguente all’Accordo di associazione, che dovrebbe dare nuovo impulso all’economia attraverso gli scambi commerciali con l’Unione europea. Resta ancora aperto il nodo dello status giuridico da dare ai territori separatisti del Donbass nel caso in cui il percorso di pace dovesse andare avanti.