Cina-Tibet

Situazione attuale e ultimi sviluppi

I timori per la salute del Dalai Lama – il capo spirituale in esilio dei tibetani – hanno riacceso i timori su cosa accadrà dopo la morte del leader che vive ormai da anni in India. Ad aprile 2019 l’ormai 83enne Tenzin Gyatso è stato ricoverato per un’infezione. Il leader tibetano si è ripreso, ma l’accaduto ha nuovamente alimentato il dibattito sulle incertezze che si apriranno per la causa del Tibet. Negli anni passati il Dalai Lama ha già ceduto il ruolo di guida politica al Governo in esilio, mantenendo il solo ruolo di guida spirituale. Tenzin Gyatso resta però il legame più forte tra le comunità in Cina e quelle fuori dai confini della Repubblica popolare. Negli anni passati non è stato escluso che il Quattordicesimo possa essere anche l’ultimo Dalai Lama. Il Governo di Pechino, a sua volta, intende aver voce in capitolo nel processo di successione, la reincarnazione, che – è stato ripetuto non senza ironia – dovrà avvenire secondo le leggi cinesi. Lo scorso 19 marzo, intervistato dalla Reuters, il Dalai Lama stesso ha spiegato che la sua prossima reincarnazione può essere trovata in India, dove si è rifugiato ormai 60 anni fa e non più in Tibet, come da tradizione. Inoltre non ha escluso che un successore di fatto nominato da Pechino possa non essere riconosciuto dai fedeli, come già accaduto nel 1990 con la scelta di nuovo Panchen Lama.

Il dibattito si è riacceso in un anno denso di anniversari sensibili per la Cina. Oltre a essere trascorsi trent’anni dalla repressione del movimento di piazza Tiananmen e 100 dal movimento del 4 maggio, punto di svolta nella storia cinese e della rivolta delle nuove generazioni contro la tradizione, abbracciando idee che arrivano dall’Occidente, il 2019 segna appunto il 60mo dalla fuga del Dalai Lama in India quando dovette uscire dal Tibet occupato dai militari della Rpc. Negli ultimi anni l’attenzione per la causa tibetana sembra comunque essere molto scemata e il livello d’attenzione mediatica non più molto alto, superato da altre vicende che descrivono la difficoltà della Cina comunista nel gestire l’autonomia delle proprie frontiere, come nello Xinjiang o nei rapporti con Hong Kong. Lo scorso anno l’Alto consiglio Onu per in diritti umani ha però segnalato il veloce deteriorarsi delle condizioni in Tibet e dal 2009, secondo le stime dell’International Campaign for Tibet, sono state almeno 155 le autoimmolazioni – una pratica sempre più diffusa – per contestare le politiche cinesi nella Regione e denunciare torture, abusi e arresti arbitrari.

Per cosa si combatte

Strategia militare e interessi economici: in questi due punti si può forse riassumere la chiave per leggere lo scontro fra la nuova Cina rivoluzionaria e il Tibet, sino all’invasione cinese governato da una teocrazia statica e tradizionalista, bollata dalla Rpc come “medioevale”. Pechino considera comunque vitale il presidio della frontiera con l’India, Paese da sempre considerato rivale e con il quale c’è stato anche un conflitto di frontiera. In Tibet poi, ci sono importanti risorse minerarie e immense riserve d’acqua, quelle che vengono dai tanti fiumi della Regione. Pechino ha sempre voluto il controllo di quell’area rivendicando il fatto che da sempre il Tibet sarebbe sotto influenza cinese e dunque Cina a tutti gli effetti. Questa esigenza cinese si scontra naturalmente con la voglia di indipendenza dei tibetani, che forti di una cultura politico-religiosa radicata e di forti tradizioni che raccolgono un vasto consenso, rivendicano il loro diritto ad essere uno Stato libero e autonomo. La scelta del Dalai Lama di trovare una soluzione attraverso il dialogo non convince però tutti i tibetani. L’ala più radicale del movimento indipendentista chiede all’opinione pubblica mondiale un intervento più duro nei confronti della Cina, da loro considerata Paese occupante. Ma la risposta a questi appelli si son fatti recentemente sempre più blandi. A nulla è valso il tentativo del Dalai Lama di fare larghe concessioni rinunciando all’indipendenza ma conservando almeno una larga autonomia.

Quadro generale

Troppo grande la Cina, in ogni senso, per essere sfidata. Troppo potente militarmente, economicamente, per essere davvero infastidita. Così la visione internazionale della questione Tibet rimane la stessa da sempre: è un problema interno. È esattamente ciò che le cancellerie mondiali hanno pensato la mattina del 7 ottobre del 1950, leggendo sulle agenzie stampa o sui dispacci dei servizi segreti che quarantamila soldati dell’esercito cinese avevano attraversato il fiume Yangtze e occupato tutto il Tibet Orientale e il Kham – che ora è parte di tre Province cinesi – uccidendo ottomila soldati tibetani male armati. Solo sette giorni dopo l’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso diventò sovrano del Tibet. Nessun Paese Occidentale ha mai riconosciuto il Tibet come uno Stato sovrano indipendente. Quindi, in punta di diritto internazionale, Pechino ha ragione nel definire la questione un “problema interno”. I cinesi – coerenti con questa visione – avevano pianificato tutto. Soprattutto avevano saputo cogliere il momento adatto. Il mondo guardava solo alla guerra in Corea, scoppiata il 25 giugno 1950, con un attacco della Corea del Nord di Kim Il Sung alla Corea del Sud. Gli Stati Uniti intervennero militarmente, subito, chiedendo e ottenendo l’ombrello politico delle Nazioni Unite. In questo clima, l’attacco al Tibet, passò in secondo piano. Formalmente il Tibet era in una posizione di stallo, nato dall’abbandono dell’India da parte della Gran Bretagna nel 1947. Storicamente, la Regione era stata a lungo indipendente, poi era caduta sotto l’influenza della Cina imperiale, prima di essere messa sotto tiro dallo Zar e dal Regno Unito, che intervenne militarmente nel 1904. Da sempre, però, cultura e autonomia politica erano rimaste salde, tanto da definire una identità nazionale che aveva nel Dalai Lama un capo di Governo e un capo spirituale.

La Cina aveva annunciato l’attacco e Mao, al potere dal 1949, aveva più volte spiegato che voleva una Cina riunita in tutti i suoi territori quindi anche col Tibet. Il 1° gennaio 1950 Radio Pechino annunciò che presto il Tibet sarebbe stato liberato dal giogo straniero. L’occupazione avvenne senza quasi proteste, messa ulteriormente in secondo piano dal fatto che i cinesi il 19 ottobre del 1950 intervennero pesantemente nella guerra di Corea appoggiando il Nord con milioni di uomini e mettendo in grave difficoltà gli Usa. Il 23 maggio 1951 il Dalai Lama firmò il “Trattato di liberazione pacifica” e diventò vice Presidente del comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo. Il documento permise alla Cina di iniziare la colonizzazione del Tibet. Prima militarizzandolo, poi spingendo i cinesi ad andare nella nuova Regione. Il Tibet intanto rinunciava ad avere una politica estera autonoma, a batter moneta, a stampare francobolli. Le terre venivano ridistribuite, soprattutto nelle zone del Kham Orientale e nell’Amdo, per non rompere i rapporti con l’aristocrazia. Da quel momento fu tutto un susseguirsi di ribellioni, avvicinamenti pacifici e rotture, spesso alimentate dall’esterno, da altri Paesi. Nel 1959 la prima grande rivolta. Il 10 marzo il movimento di resistenza tibetano guidò una protesta contro i cinesi. Per reprimerla, Pechino schierò 150mila uomini e unità aeree. Morirono in migliaia nelle strade di Lhasa e in altre città. Il 17 marzo, il Dalai Lama abbandonò la capitale e chiese asilo politico in India, assieme ad almeno 80mila profughi. I morti furono 65mila. Nel 1965 il Tibet venne dichiarato Regione Autonoma, con una annessione di fatto alla Cina. Nel 1968 la Rivoluzione Culturale portò alla distruzione dei monasteri, almeno 6mila, e all’uccisione di molti monaci. La resistenza tibetana però non mollava. Nel 1977 e nel 1980 vi furono altre due sollevazioni, anche queste represse duramente da Pechino. Dal 1976, Pechino ha riavviato l’opera di colonizzazione, tanto che in Tibet sono arrivati 7milioni di cinesi, contro i 6milioni di tibetani che ci vivono. L’obiettivo, denuncia la resistenza, è cancellare la cultura e l’identità tibetane.

Il Dalai Lama ha nel frattempo tentato la via della mediazione, rinunciando a reclamare l’indipendenza, puntando all’autodeterminazione per salvare la cultura tibetana e salvaguardare i diritti umani. Una mediazione proposta nel 1987 tramite gli Usa è fallita. E come sempre, dopo ogni fallimento, sono ricominciati gli scontri, diventati protesta internazionale a partire dalle Olimpiadi a Pechino nel 2008 e, dal 2009, autoimmolazioni di giovani monaci. Nel 2012 il capo del Governo tibetano in esilio, Lobsan Sangay, ha definito quei gesti “autodistruzione”.