Libano

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La crisi economica e finanziaria libanese è sicuramente tra le dieci più gravi crisi dal 1850 in poi a livello mondiale. Molto probabilmente, è tra le prime tre. È la Banca Mondiale, attraverso il suo Lebanon Economic Monitor, a essere arrivata a questa triste conclusione nel suo rapporto della primavera 2021, un anno e mezzo dopo lo scoppio di una catastrofe economica e sociale senza paragoni. Il quadro nel giugno 2021 mostra tutti gli elementi del collasso libanese. La lira libanese è stata svalutata del 90%, mentre è praticamente impossibile avere moneta forte, soprattutto dollari. Il Pil pro-capite è crollato di oltre il 20% nel 2020. Le conseguenze, per la popolazione, sono pesantissime: metà vive sotto la soglia di povertà e tutta è gravata da razionamento dell’elettricità, difficoltà a trovare carburante, prezzi degli alimenti e dei beni di prima necessità alle stelle e con aumenti praticamente quotidiani.

Risulta sempre più difficile reperire medicinali, anche i più diffusi. Chi può cerca un visto di espatrio, lascia il Libano per aggiungersi alla già folta schiera degli emigrati. A un secolo di distanza dalla “grande fame” che colpì il Monte Libano durante la Prima guerra mondiale e causò centinaia di migliaia di vittime, fame e malnutrizione tornano prepotenti nel Paese. Persino le forze armate libanesi hanno dovuto far ricorso agli aiuti umanitari, in special modo dalla Francia, che ha inviato cibo e medicine ai militari, colpiti dal crollo dei salari dovuto all’iperinflazione. Il valore degli stipendi, per i militari così come per tutti i libanesi, è sceso di cinque o sei volte. Sul banco degli accusati, per una crisi non solo economico-finanziaria ma sistemica, è anzitutto la struttura di potere.

La gestione cosiddetta “settaria” delle istituzioni statali e degli equilibri politici mostra ormai una trama lisa anche in riferimento agli organismi internazionali, dagli istituti finanziari che dovrebbero aiutare il Libano a uscire dalla crisi sino alle potenze regionali, europee e internazionali interessate alla loro fetta di influenza. La frattura tra l’élite politica, formata sugli equilibri tra i signori della guerra civile, e la popolazione libanese ha generato il momento di massimo conflitto nel 2019, pochi mesi prima dello scoppio della pandemia da Covid-19. La scintilla che ha dato il via alle proteste di piazza, le più imponenti dal 2005 dopo l’assassinio di Rafiq Hariri, è stata la tassa sulle chiamate Whatsapp: sei dollari in più al mese imposti a tutti i gestori telefonici.

Per cosa si combatte

Il Libano è stato ed è uno degli obiettivi di Israele a causa della presenza di basi operative della resistenza palestinese sul suo territorio. Le tensioni tra i due Paesi si sono rafforzate con la contrapposizione tra lo Stato ebraico e il movimento sciita degli Hezbollah, che ha nel Sud libanese le sue basi. Ma un altro fronte si è aperto negli anni: dopo Siria e Iraq, il Paese dei cedri sembrava essere diventato il terzo fronte della nuova conquista islamica guidata dal sedicente califfo al-Baghdadi. Tra 2016 e 2017, i gruppi jihadisti hanno attaccato il Nord del Libano, mentre l’esercito libanese ha lanciato un’offensiva militare con l’appoggio degli Stati Uniti per liberare dai miliziani dell’Isis la frontiera con la Siria. Se a luglio 2021 i due fronti sembrano placati, quello interno è infuocato. La thawra, la rivoluzione popolare, ha preso il via il 17 ottobre del 2019, il giorno dopo la decisione del Governo libanese di istituire la Whatsapp Tax. Nonostante il rapido dietrofront dell’esecutivo guidato da Saad Hariri, la protesta che si è levata contro la corruzione, le divisioni settarie della politica e le disuguaglianze si è subito allargata a macchia d’olio, coinvolgendo le principali città libanesi. Lo scoppio della pandemia e l’esplosione al porto di Beirut dell’agosto 2020 hanno peggiorato una situazione economica e sociale già al limite del collasso.

Quadro generale

Con la dissoluzione dell’Impero ottomano, la Società delle Nazioni affidò alla Francia il controllo della Grande Siria, che includeva le cinque Provincie che oggi formano il Libano. Nel 1920 la Francia dichiarò indipendente lo Stato del Grande Libano, uno Stato composito, con un’enclave in Siria a maggioranza cristiana maronita e una a maggioranza musulmana e drusa con capitale Beirut. Nel 1943 il Governo libanese abolì il mandato francese dichiarando la propria indipendenza. Nel 1948 il Libano aderì alla guerra della Lega Araba contro Israele, senza però invadere mai il neonato Stato. Dopo la sconfitta araba, Israele e Libano stipularono un armistizio, ma un trattato di Pace non esiste ancora oggi. Conseguenza di questa guerra furono 100mila profughi palestinesi, ai quali se ne aggiunsero altri dopo il conflitto arabo-israeliano del 1967. Profughi che più tardi saranno, secondo Israele, la causa dell’invasione del Libano. L’operazione militare “Pace in Galilea” partì il 6 giugno del 1982 per sradicare dal Sud del Libano la presenza armata palestinese. La prima guerra israelo-libanese arrivò fino a Beirut, dove aveva sede l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Per fermare lo spargimento di sangue, intervenne la diplomazia internazionale, che sgomberò la dirigenza dell’Olp (rifugiatasi a Tunisi) e riversò nei Paesi limitrofi molte unità armate palestinesi. Questo porterà al drammatico massacro nei campi profughi di Sabra e Shatila condotto da unità cristiane guidate da Elie Hobeika e lasciate agire dalle truppe israeliane, comandate da Ariel Sharon, di stanza nell’area coinvolta.

Negli anni a seguire, il Libano affrontò svariati problemi di equilibri interni, con gli Hezbollah, musulmani sciiti, vicini a Damasco e Teheran. Il 12 luglio del 2006 i miliziani di Hezbollah attaccano una pattuglia dell’esercito israeliano nel Sud del Libano. Israele reagisce con la forza, avviando un’offensiva per “neutralizzare l’apparato militare di Hezbollah”. La resistenza di Hezbollah si rivela efficace e contrattacca il territorio israeliano con lanci di migliaia di missili. L’11 agosto il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite interviene con la Risoluzione 1701, che chiede l’immediata cessazione delle ostilità, il ritiro di Israele dal Libano meridionale e l’interposizione delle truppe regolari libanesi e della United Nations Interim Force in Lebanon (Unifil) in una zona cuscinetto libera da ogni personale armato che non sia quello delle Nazioni Unite e delle forze armate regolari libanesi. Ancora oggi, i Caschi Blu italiani nella missione Unifil continuano ad assicurare il controllo della Blue Line, che rappresenta quella linea “pratica” di demarcazione, lunga circa 51 chilometri, che separa il Libano da Israele. A complicare la situazione del Libano, già grave a causa della crisi economica, politica e sociale, sono gli avvenimenti attorno al Paese, negli Stati che si contendono l’influenza su Beirut. Il consolidamento del potere di Bashar al-Assad in Siria e l’elezione di un Presidente conservatore come Ebrahim Raisi in Iran sono un sostegno forte per il partito sciita Hezbollah. L’Arabia Saudita dell’erede al trono Mohammed bin Salman continua a esercitare la pressione sulla dirigenza politica sunnita libanese, con una presenza ancora più evidente rispetto agli scorsi decenni.

L’ex potenza coloniale, la Francia guidata da Emmanuel Macron, fa sentire il proprio peso sul Libano Paese, che però non mette in discussione l’élite politica nazionale e le sue colpe. Da vent’anni retrovia dei conflitti dell’Area, dall’Iraq alla Siria, il Libano sta pagando anche le conseguenze dell’emergenza umanitaria e del peso dei rifugiati, impossibile da sostenere per un Paese di pochi milioni di cittadini. Le cifre ufficiali sono imponenti: 855mila rifugiati siriani registrati dall’Unhcr e 470mila palestinesi sostenuti dall’Unrwa. Gli analisti le considerano però fortemente al ribasso. Per la popolazione libanese, la presenza dei rifugiati ha significato, per esempio, un rialzo pesante degli affitti e una competizione sul mercato del lavoro. A complicare il quadro, la pandemia che colpisce un Paese allo stremo e senza una struttura sanitaria capace di affrontare la situazione, oltre alla endemica incapacità della politica libanese di uscire dalle logiche settarie e di spartizione del potere nate dopo la guerra civile, durata quindici anni e conclusasi nel 1990 con un accordo regionale.