Libano

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Alle elezioni del maggio 2018 lo schieramento guidato dal partito sciita Hezbollah e comprendente una parte dei cristiani maroniti ha ottenuto la maggioranza dei seggi e dopo otto mesi di stallo e trattative estenuanti il premier uscente Hariri è riuscito a confermarsi alla testa dell’esecutivo. Un Governo di “unità nazionale” che ha accontentato tutte le forze politiche e confessionali del Paese, nel rispetto di una costituzione che suddivide il numero dei ministeri e delle cariche istituzionali su base confessionale, retaggio del passato coloniale francese.

La vera sfida del nuovo Governo, che è nato in salita, è la difficile situazione economica del Paese. Il Libano, infatti, è un Paese estremamente indebitato, sia a livello pubblico sia nel privato. Il debito pubblico corrisponde a circa il 130% del PIL, si tratta del terzo più alto al mondo, e il deficit di bilancio è a circa il 20% del PIL. Anche l’agenzia di rating Moody’s, nel gennaio 2019, ha declassato il Paese considerando “numerose carenze strutturali e l’alta possibilità di un default”. Le riforme che il nuovo Governo è chiamato a varare vanno di pari passo con un piano di tagli di spesa e di risanamento dei conti che graverà sui più deboli. A peggiorare la situazione economica e sociale hanno concorso anche gli effetti della guerra in Siria, con il milione e mezzo di profughi che in Libano si sono riversati e che oggi rappresentano un problema per le casse statali.

Intanto Washington ha fatto non poche pressioni affinché i vertici del Paese si smarchino dal partito sciita Hezbollah, che riveste un ruolo di primaria importanza avendo ottenuto la maggioranza dei seggi alle elezioni del maggio 2018. Gli Stati Uniti premono inoltre per il disarmo del Partito di Dio. Tutto risiede nel tentativo di limitare l’influenza iraniana. Anche Londra ha messo fuorilegge Hezbollah, ottenendo il plauso di Stati Uniti e Israele che vede negli sciiti del Partito di Dio la sua più dolorosa spina nel fianco.

Per questo molti analisti sono concordi nel ritenere che Tel Aviv voglia alzare la tensione in Libano per aprire un nuovo fronte della guerra contro l’asse sciita guidato da Teheran. Ed è stato proprio il segretario di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ad avvertire che se Israele dovesse attaccare il Libano il Partito di Dio, che oggi sarebbe più forte che mai, si riserva il diritto di ricorrere a tutte le sue capacità militari. Parallelamente ha lanciato un avviso gli Stati Uniti: che se persisteranno nei loro obiettivi di disarmo, Hezbollah è pronto a costruire una fabbrica di missili balistici di precisione.

Per cosa si combatte

La presenza di basi operative della resistenza palestinese ha fatto da sempre del Libano uno degli obiettivi di Israele. Le tensioni tra i due Paesi sono poi costantemente cresciute a causa della contrapposizione tra Israele e il movimento sciita degli Hezbollah, che ha stabilito nel Sud del Paese le sue basi operative. Secondo Israele è l’Iran a sostenere economicamente il movimento di Hezbollah fiancheggiato anche dal Governo siriano, in conflitto con Israele per la sovranità sulle Alture del Golan. Ma un nuovo fronte più caldo si è aperto in Libano. Dopo Siria ed Iraq infatti, il Paese dei Cedri sembra essere diventato il terzo fronte della nuova conquista islamica, guidata dal sedicente Califfo Al Baghdadi, più volte dato per morto. Il fragile Paese dei Cedri che, secondo le ipotesi più pessimistiche circolanti tra gli analisti di Beirut, oltre a rappresentare un “soft target” a causa delle ben note divisioni settarie che lo attraversano e ne minano la sopravvivenza, offrirebbe al sedicente Stato Islamico uno sbocco sul Mediterraneo che ancora non possiede. I gruppi jihadisti hanno scatenato l’offensiva nel Nord del Libano avendo due obbiettivi ben precisi: rompere l’accerchiamento della Provincia di Arsal, la più colpita dallo sconfinamento del conflitto siriano in Libano e seminare la discordia nei ranghi dell’esercito libanese composto da sciiti e sunniti. Nell’estate 2017 l’esercito libanese ha lanciato un’offensiva militare con l’appoggio degli Stati Uniti, per liberare la frontiera con la Siria dai miliziani dell’Isis.

Quadro generale

Esempio di democrazia confessionale che riesce a reggere delicati equilibri in maniera esemplare per l’area il Libano è tornato sulla scena internazionale, a causa del riacutizzarsi delle tensioni tra Israele e Iran. Ma per capire cosa sta accadendo bisogna guardare alla genesi del Paese dei Cedri. Con la dissoluzione dell’Impero Ottomano, la Società delle Nazioni affidò alla Francia il controllo della Grande Siria, incluse le cinque Provincie che oggi formano il Libano. La Conferenza di Sanremo, dell’aprile del 1920, ne definirà i compiti e i limiti. Già nel 1920 la Francia dichiarò lo Stato del Grande Libano indipendente. Uno Stato composito, con un’enclave in Siria a maggioranza cristiano maronita e una a maggioranza musulmana e drusa con capitale Beirut. Solo 6 anni dopo il Libano diventerà una Repubblica, definitivamente separata dalla Siria, anche se ancora sotto il comune mandato francese. Nel 1943 il Governo libanese abolirà il mandato francese dichiarando la propria indipendenza. Bisognerà aspettare la fine della seconda guerra mondiale per assistere al ritiro definitivo delle truppe francesi dal nuovo Stato indipendente. Nel 1948, dopo la risoluzione dell’Onu 181 con la quale si “ripartiva” il territorio palestinese in seguito alla nascita dello Stato ebraico, anche il Libano aderì alla guerra della Lega Araba contro Israele non invadendo però mai il neonato Stato. Dopo la sconfitta araba, Israele e Libano stipularono un armistizio ma, a tutt’oggi, mai un trattato di pace. Conseguenza di questa guerra, furono 100mila profughi palestinesi ai quali se ne aggiunsero altri dopo il conflitto arabo-israeliano del 1967. Profughi che decenni più tardi saranno la causa, secondo il Governo israeliano, dell’invasione del Libano. L’operazione militare “Pace in Galilea” parte il 6 giugno del 1982 ed è finalizzata a sradicare dal Sud del Libano la presenza armata palestinese. In realtà, quella che si può chiamare prima guerra israelo-libanese, arrivò fino a Beirut dove aveva sede l’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Per impedire la prosecuzione di spargimento di sangue, intervenne la diplomazia internazionale che sgomberò la dirigenza dell’Olp (rifugiatasi a Tunisi) e riversò nei Paesi limitrofi molte unità armate palestinesi. Una situazione che lasciò la popolazione civile nei campi profughi priva di protezione. Questo porterà al drammatico massacro nei campi-profughi di Sabra e Shatila, da unità cristiane guidate da Elie Hobeika, lasciate agire dalle truppe israeliane, comandate da Ariel Sharon, di stanza nell’area coinvolta. Negli anni a seguire, il Libano affronterà problemi di equilibri interni, con gli Hezbollah, musulmani sciiti vicini a Damasco e Teheran, determinanti. È il 12 luglio del 2006 quando miliziani di Hezbollah attaccano una pattuglia dell’esercito israeliano nel Sud del Libano, uccidendo tre soldati e rapendone due. Israele reagisce con la forza, avviando un’offensiva contro il Libano per “neutralizzare l’apparato militare di Hezbollah”. Al massiccio attacco aereo non corrisponderà però un successo a terra, con l’esercito israeliano in grado di avanzare solo di pochi chilometri in un mese. La resistenza di Hezbollah, infatti, dimostrerà la propria efficacia, contrattaccando il territorio israeliano con lanci di migliaia di missili. L’11 agosto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite interverrà con una risoluzione (la 1701), che troverà il voto unanime dei Paesi membri, chiedendo l’immediata cessazione delle ostilità, il ritiro di Israele dal Libano Meridionale e l’interposizione delle truppe regolari libanesi e dell’Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon) in una zona cuscinetto “libera – come si legge – da ogni personale armato che non sia quello delle Nazioni Unite e delle forze armate regolari libanesi”. Ancora oggi i Caschi Blu italiani nella missione Unifil, continuano ad assicurare il controllo della Blue Line, che rappresenta quella linea “pratica” di demarcazione, lunga circa 51 chilometri nell’area della Joint Task Force Lebanon (Jtf-L) – Sector West, che separa il Libano da Israele e che, convenzionalmente, permette l’identificazione di violazioni accidentali tra le parti.