Cina – Xinjiang

Sono trascorsi dieci anni dalle rivolte del 2009 nello Xinjiang. Un arco di tempo sufficiente a trasformare la Regione autonoma dell’estremo Occidente della Repubblica popolare in un’area di esperimento delle politiche di sorveglianza e repressione messe in atto da Pechino. Sono almeno un milione gli uiguri e appartenenti a minoranze musulmane rinchiusi in “campi di rieducazione”. All’inizio smentito dalla dirigenza comunista, il sistema viene ora rivendicato dal vertice come strategia per contrastare potenziali minacce terroristiche e il fondamentalismo.

I campi vengono descritti come centri per il reinserimento nella società degli internati. Di fatto, secondo molti osservatori, sono una riproposizione dei campi di rieducazione attraverso il lavoro ufficialmente aboliti dalla Corte suprema del popolo nel 2013. A metà giugno l’annuncio della visita nella Regione del sottosegretario generale dell’Onu con delega all’antiterrorismo, Vladimir Voronkov, ha fatto temere che anche nella comunità internazionale il caso Xinjiang e il trattamento riservato alle popolazioni uigure e kazake nella Regione sia stato catalogato sotto la voce “sicurezza” e non venga al contrario affrontato come una violazione dei diritti di quelle popolazioni. A sua volta Pechino ha tentato in più occasioni di perorare la propria narrazione sulla situazione nello Xinjiang, organizzando tour diplomatici nella Regione. Quando però, a dicembre 2018, l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet, ha chiesto di poter entrare nella Provincia, la richiesta è stata messa in stand by in attesa del momento “propizio”.

I campi sono soltanto una parte delle forme di controllo esercitate da Pechino. In ogni zona delle città sorgono posti di polizia: telecamere ovunque, territorio militarizzato e talvolta chiuso all’esterno. Il Governo, che già si avvale della raccolta di campioni di Dna e di altri dati biometrici, ha inoltre creato la cosiddetta Integrate Joint Operations Platform, un sistema regionale di raccolta dati che utilizza l’intelligenza artificiale per monitorare tutti i punti di raccolta informazioni sparse nella Regione. Le tecnologie prodotte da una serie di start up cinesi nell’ambito del machine learning sfruttano così le immagini raccolte per seguire e identificare individui appartenenti, in base ai loro tratti somatici, alla minoranza uigura.

É il luglio del 2009 quando il mondo si accorge della questione uigura. Urumqi, capoluogo dello Xinjiang, diventa teatro di una rivolta che farà 197 morti. Le violenze scoppiano tra la popolazione turcofona e musulmana della Regione, e gli immigrati han, originari del Guangdong, Provincia costiera motore della crescita cinese. Il presunto stupro di una ragazza nei dormitori di una fabbrica di giocattoli, del quale sono accusati alcuni operai uiguri, scatena gli scontri che sono il risultato di pregiudizi e incomprensioni tra le due comunità.

Per gli han gli uiguri sono scansafatiche e delinquenti. Viceversa gli han sono percepiti come colonizzatori. Le rivendicazioni autonomiste e separatiste affondano radici nel collasso dell’ex Urss quando l’indipendenza delle repubbliche centroasiatiche infonde speranza anche negli uiguri, una delle 55 minoranze nazionali riconosciute da Pechino. Dopo gli hui si tratta del gruppo di fede islamica più numeroso. Vantano radici nell’Asia centrale e con kazachi, uzbechi, kirghizi e tartari condividono l’ideale panturco. E nella prima metà del Novecento che inizia a delinearsi un’identità nazionale. La Regione oggi identificata con la Regione autonoma dello Xinjiang, istituita nel 1955, fu conquistata dalla dinastia mancese dei Qing soltanto nel 1759. Il pieno controllo cinese arriva soltanto con la nascita della Rpc nel 1949.

Lo sviluppo dello Xinjiang è stato accompagnato da accuse di discriminazione nei confronti degli uiguri e di marginalizzazione a favore degli han, selezionati per i posti dirigenziali. Il risentimento socio-economico ha trovato come catalizzatore la riscoperta dell’islam dopo il periodo delle Rivoluzione culturale. Un’ondata di proteste contro il controllo cinese risale agli anni Novanta del secolo scorso e prende forma l’East Turkestan Independence Movement, i cui legami vanno ricercati nella galassia jihadista pachistana e afgana. L’Etim è lo spauracchio ancora additato in caso di attacchi o sabotaggi anche se è stato superato da una nuova sigla il Turkestan Islamic Party, gravitante nella galassia di al-Qaeda.