Algeria

Tutto è iniziato il 22 febbraio 2019. La società civile è scesa in piazza, anzi nelle piazze di molte città. Una reazione di massa, pacifica ma ferma, all’annuncio della candidatura al quinto mandato dell’anziano e malato Presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999. Bouteflika, 82 anni, nel 2013 era stato colpito da un ictus. Nonostante questo, aveva vinto di nuovo le elezioni l’anno successivo. Da allora, però, non aveva più tenuto discorsi ufficiali e in pubblico compariva seduto sulla sedia a rotelle. Dopo la prima manifestazione di fine febbraio, le proteste hanno continuato, sempre con adunate imponenti, senza violenza, ma con propositi quanto mai chiari: “Dovete andarvene tutti”, è stato lo slogan più utilizzato. È stata un’esplosione di dissenso imprevista e improvvisa dopo vent’anni di potere gestito dalla stessa oligarchia politica, sempre più ingessata e immobile. Fin da subito lo scontro fra la piazza e il regime è apparso come la contrapposizione di due Algerie: quella del vecchio e bloccato sistema politico, accusato di malversazioni e corruzione, e quella della nuova Algeria, che chiede un cambiamento radicale, nuovi uomini politici, un esercito che sappia rimanere neutrale rispetto all’evoluzione politica del Paese. Se Bouteflika, nel 1999, era stato l’uomo del punto di equilibrio per la via d’uscita dal decennio di scontri sanguinosi fra il terrorismo islamico e la durissima lotta politica fra i partiti algerini, vent’anni dopo di tutto ciò non era rimasto che un simulacro, da cui la classe politica non sapeva trovare un “uomo nuovo” che sapesse interpretare le istanze di una popolazione che chiede molto di più. Dopo la prima serie di manifestazioni, i fatti, poi, sono precipitati rapidamente: è stata cancellata la prevista data delle elezioni del 4 aprile 2019; Bouteflika ai primi dello stesso mese ha dapprima ritirato la candidatura e poco dopo si è dimesso dalla carica di Presidente; al suo posto è stato nominato, come Presidente di transizione, il capo del Senato, Abdelkader Bensalah, che ha indicato una nuova data per il voto: il 4 luglio. Ma le manifestazioni non si sono fermate. La società civile algerina chiede un mutamento ben più profondo, di natura costituente, che porti al voto solo al termine di una transizione assai più lunga, durante la quale si svolgano i passaggi costituzionali e democratici che consentano di giungere a un vero rinnovamento della politica algerina e dei suoi leader. L’instabilità dell’Algeria, naturalmente, spaventa le diplomazie di mezzo mondo, a partire dagli Stati vicini: la Tunisia teme un effetto contagio, il Marocco ha paura di migrazioni di massa. In tanti si preoccupano per eventuali blocchi della fornitura di gas naturale (l’Italia ne copre il 36% del fabbisogno, l’Europa il 12%). Gli Stati Uniti sono allarmati per il possibile venir meno di un’importante alleato nella lotta al terrorismo islamico nel Nord Africa. Russia, Italia (e non solo) non vogliono perdere un importante acquirente di materiale bellico.