Iran

Nel giugno 2021 l’Iran ha eletto un nuovo presidente della Repubblica, un conservatore. Intanto, a Vienna si trascinano i colloqui per resuscitare l’Accordo sul programma nucleare iraniano, noto come Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa). Sia le elezioni che i colloqui di Vienna illustrano come l’ombra della passata Amministrazione di Donald Trump negli Stati Uniti continui a pesare sull’Iran. In base al Jcpoa, siglato nel 2015 da Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia, Germania e Unione Europea, Teheran ha accettato drastiche limitazioni al suo programma atomico in cambio della revoca delle sanzioni internazionali. Nel maggio 2018 l’Amministrazione Trump ha denunciato l’Accordo, benché Teheran l’avesse rispettato, e ha decretato un blocco economico e finanziario senza precedenti ai danni dell’Iran (la politica della “massima pressione”). Per l’Iran, è stata una vera e propria “guerra economica” che ha colpito l’export petrolifero e portato l’economia a una contrazione del 12% nel 2020. Nelle intenzioni di Trump questo avrebbe fatto crollare il Paese e scoppiare rivolte, il Regime sarebbe collassato o almeno sarebbe tornato a negoziare. L’economia iraniana invece ha resistito, anche se le classi medie sono impoverite e un esercito di giovani istruiti è senza lavoro. Proteste sociali ci sono state: nel novembre 2019, un aumento del prezzo dei carburanti ha suscitato rivolte in numerose città iraniane, poi represse con violenza. Il Regime però non è crollato. Al contrario, si sono rafforzate le correnti più oltranziste della Repubblica Islamica. L’abbandono degli accordi da parte Usa ha dato ragione a quanti osteggiavano l’accordo nucleare.

Ha screditato il Governo di Hassan Rohani, che aveva investito sulle aperture internazionali, e i riformisti. Alle imprese straniere che hanno abbandonato il mercato iraniano sono subentrate aziende legate alle Guardie della Rivoluzione, che hanno accresciuto il proprio potere economico oltre che militare e politico. Il risultato sono le presidenziali del giugno 2021. L’ultraconservatore Ebrahim Raisi, già capo della magistratura, noto per il suo ruolo nei momenti più bui della repressione interna, è stato eletto di fatto senza concorrenti (tutti i candidati vicini ai riformisti erano stati esclusi) e con la partecipazione al voto più bassa nella storia della Repubblica Islamica. E ora? Ebrahim Raisi ha chiarito che rispetterà il Jcpoa “nei termini che erano stati approvati su mandato del Leader supremo… È un contratto e il Governo lo rispetterà”. Del resto, in Iran le questioni strategiche sono prerogativa del Consiglio di sicurezza nazionale e del Leader. E la leadership iraniana ha bisogno che cadano le sanzioni Usa, per riportare un po’ di benessere nel Paese. Il negoziato sul nucleare però resta difficile. L’Iran, che aveva continuato a rispettare il Jcpoa per un anno dopo il ritiro Usa, ha ripreso ad arricchire uranio oltre i limiti: nei primi mesi del 2021, è giunto a un arricchimento del 63%. I colloqui cominciati in aprile 2021 hanno delineato un percorso per riportare contemporaneamente sia gli Usa che l’Iran a rispettare l’Accordo, ma i progressi sono lenti.

Intanto, gli ultimi due anni di Amministrazione Trump hanno visto un’escalation regionale. L’uccisione del comandante delle Forze speciali iraniane Qassem Soleimani, colpito da un drone statunitense il 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Baghdad, ha fatto temere una guerra: è allora che le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno colpito per errore un aereo civile decollato da Teheran, uccidendo 176 persone. Lo scontro continua sottotraccia, con sabotaggi negli impianti nucleari iraniani, l’attentato (attribuito a Israele) che il 27 novembre 2020 ha ucciso lo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh e con reciproci attacchi navali nel Golfo Persico o nel Mediterraneo orientale. Continua anche una guerra segreta tra Israele e Iran in Siria: benché nessuno cerchi davvero il conflitto aperto, il rischio di escalation è alto e potrebbe coinvolgere Hezbollah in Libano.