Iran

Nel giugno 2019 l’attacco a due petroliere in navigazione all’ingresso al Golfo Persico ha innescato una pericolosa escalation di tensione nella Regione, aumentando il rischio di un confronto militare tra gli Stati uniti e l’Iran. Washington infatti ha subito attribuito l’attacco all’Iran, benché senza portare solide prove. L’Iran ha respinto l’accusa; il ministro degli Esteri Javad Zarif ha parlato di “eventi sospetti” e detto che dietro all’attacco ci sono “nemici dell’Iran” – che in effetti nella Regione non mancano. Qualche giorno dopo, un drone americano veniva abbattuto dagli iraniani.

L’incidente del Golfo Persico ha acutizzato un’escalation cominciata almeno un anno prima, nel maggio 2018, quando il Presidente degli Stati uniti Donald Trump ha annunciato la decisione di recedere dal Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare firmato nel 2015 da sei potenze mondiali e dall’Iran dopo quasi due anni di negoziato. Washington ha cosi vanificato il maggiore successo della diplomazia internazionale da parecchi anni, un accordo che aveva imposto una drastica limitazione al programma atomico iraniano e che Teheran rispettava, come certificato da regolari ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (organismo delle Nazioni Unite). Stracciato l’accordo, Washington ha imposto una nuova serie di sanzioni a partire dal settembre 2018: dapprima su diverse industrie e sulle banche, poi sul settore degli idrocarburi. Allo stesso tempo ha aumentato la presenza militare nel Golfo Persico, e preso misure ostili come includere le Guardie della rivoluzione (di fatto le forze armate iraniane) tra le organizzazioni “terroriste”. Obiettivo dichiarato dell’amministrazione Usa è costringere l’Iran a rinegoziare un “accordo migliore” del Jcpoa.

La Casa Bianca l’ha definita strategia della “massima pressione”. Di fatto è una vera e propria “guerra economica” contro Teheran, anche attraverso le “sanzioni secondarie” che colpiscono imprese e banche di Paesi terzi se mantengono rapporti commerciali con l’Iran. L’effetto è pesante: a fine marzo 2019 l’Iran esportava in media 1,7milioni di barili di petrolio al giorno (circa 1,3milioni in modo ufficiale, il resto per canali ufficiosi) contro 2,7milioni un anno prima, e saranno ancora meno da quando sono venute meno le deroghe Usa inizialmente concesse a otto Paesi per importare greggio dall’Iran. Gli idrocarburi restano la prima voce dell’export iraniano e prima fonte di valuta forte per lo Stato; con le sanzioni quindi crolla la capacità dello Stato di provvedere servizi essenziali ai cittadini.

Tensioni e incertezze economiche pesano sulla vita degli iraniani. La recessione è ormai conclamata; diverse cause concorrono (mancanza di investimenti interni, fuga di capitali, evasione fiscale, corruzione), ma le sanzioni sono decisive. La moneta nazionale ha perso un terzo del suo valore. Nella primavera 2019 l’inflazione galoppa; i generi alimentari sono rincarati del 60% in un anno secondo la Banca centrale iraniana. La disoccupazione supera il 25% secondo stime ufficiali (molti scommettono che sia più alta), e tocca il 50% tra i giovani con buoni titoli di studio, in un Paese dove due terzi della popolazione ha meno di trent’anni e il livello di istruzione è alto. Ad aggravare il quadro, nel marzo 2019 grandi alluvioni hanno devastato ampie zone del Paese, le stesse che da un decennio soffrono di siccità.

Eppure sarebbe un errore pensare che recessione e sanzioni porteranno al crollo del regime “dall’interno”; più facile prevedere che la minaccia di aggressioni porterà gli iraniani a unirsi. Né i vertici iraniani, di fronte alla catastrofe economica, saranno spinti a negoziare con gli Stati uniti o a cambiare la propria politica nella Regione: di sicuro non sotto pressione e da una posizione di difficoltà. La decisione Usa di stracciare l’accordo sul nucleare piuttosto ha indebolito il Governo del Presidente Hassan Rohani, l’artefice della diplomazia del dialogo, e ha rafforzato le correnti più oltranziste della Repubblica Islamica.

Fino a tutto giugno 2019 l’Iran ha continuato a rispettare i suoi obblighi in base al Jcpoa, che gli Usa invece hanno violato. Poi però Teheran ha lanciato una sorta di aut aut all’Unione europea, che si era impegnata a garantire canali commerciali con l’Iran aggirando le sanzioni Usa (con il meccanismo Instex: che però, definito in febbraio 2019, a giugno non era ancora in vigore): se non potrà godere dei benefici economici dell’accordo, neanche l’Iran avrà più motivo di rispettarlo. In maggio Teheran ha ripreso la produzione di uranio arricchito (al 3,6%, livello del combustibile per produrre energia elettrica), e al 27 giugno avrà superato i limiti previsto dagli accordi.

Se questo sarà l’esito, si potrà dire che l’amministrazione Trump, invece di costringere l’Iran a concessioni più drastiche, avrà ottenuto l’opposto: indurre Teheran a rilanciare il suo programma nucleare.