Etiopia-Eritrea

Nonostante la pace firmata nel luglio del 2018, la distensione fra Etiopia e Eritrea appare ancora lontana. Il dittatore eritreo, Iasias Aferweki, 72 anni, al potere dal 1991, continua a usare la “minaccia Eitope” come alibi per gestire il proprio Paese con pugno di ferro e obbligare tutti i maschi alla leva militare. Il servizio militare coinvolge i ragazzi con più di 17 anni ed è a tempo indeterminato. In qualche caso è durato più di trent’anni, con paghe misere e famiglie distrutte La lista di violazioni di diritti umani all’Asmara è lunga. Nel 2019, Aferweki ha ad esempio ordinato la chiusura dei centri sanitari gestiti dalla Chiesa Cattolica. Si tratta di una quarantina tra ospedali e scuole in zone rurali. Garantiscono sanità e istruzione alle fette più povere della popolazione. Malati e ragazzi sono stati cacciati dall’esercito, gli immobili sono stati confiscati. Le città sono ormai prevalentemente abitate da donne, anziani e bambini. Per gli oppositori ci sono la prigione o la tortura. La più usata è la “Pratica del Gesù”: si appende chi rifiuta di collaborare, con corde legate ai polsi, a due tronchi d’albero. Il corpo assume la forma di una croce. Il passaporto, poi, non viene dato ai maggiorenni: solo le donne con più di 40anni e gli uomini sopra i 50 possono sperare di averlo. La situazione è talmente pesante che molti attivisti hanno chiesto all’Unione Europea di bloccare i progetti di aiuto nell’area, per evitare di finanziare il dittatore. La Ue sta per erogare 312 milioni di euro di aiuti al Corno d’Africa per la costruzione di infrastrutture che consentiranno di far transitare merci dall’Etiopia al mare, attraversando proprio l’Eritrea. Una situazione complessa quindi, nonostante la volontà etiope di por fine alla guerra iniziata nel 1998 e consumata nelle trincee sugli altopiani. Protagonista della svolta è stato il primo Ministro etiope Abiy Ahmed: 41 anni, al potere da aprile 2018, una carriera nell’esercito prima di buttarsi in politica. Una apertura rischiosa la sua: è già sfuggito ad un attentato. Esponente della fazione degli Oromo nel Fronte Democratico Rivoluzionario Etiope – la coalizione di forze al potere dal 1991, anno della cacciata del dittatore marxista Menghistu – ha stretto un accordo con i rivali tigrini. Poi ha aperto le porte delle carceri, cancellato dalla lista delle organizzazioni terroristiche tre partiti di opposizione, liberalizzato il web. Forte di un’economia in grande espansione, ha deciso chiudere un conflitto che è costato la vita a 80.000 persone, tenuto l’Etiopia lontana dallo sbocco sul Mar Rosso e tarpato le ali all’ulteriore sviluppo nazionale.