Etiopia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Dal 3 al 27 novembre, giorno in cui l’esercito federale e entrato nel capoluogo tigrino spodestando il Governo del Fronte Popolare di Liberazione del Tigray (Tplf), e calato sul Tigray un sipario. Non si conosce, ad ora, il numero esatto di morti e feriti militari e civili. Fino a febbraio 2021, l’Etiopia ha costantemente negato la presenza sul suo territorio di truppe eritree, schierate con le milizie regionali amhara e afar, tradizionali nemici dei tigrini. Ugualmente, ha negato gli attacchi a quattro campi Unhcr abitati da profughi eritrei fra dicembre 2020 e inizio 2021, campi che sono stati distrutti e dai quali sono state deportate in Eritrea almeno 10mila persone. E stato il primo di una lunga serie di crimini contro l’umanità a essere documentati. Gli altri sono stati i massacri di civili e gli stupri di gruppo, tutti imputati alle truppe asmarine da numerose organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch. I tigrini accusano anche gli Emirati Arabi di averli bombardati con droni decollati da Assab in Eritrea. Addis Abeba ha sempre definito il conflitto “operazione di polizia interna” e respinto ogni mediazione internazionale. La nuova Amministrazione americana ha più volte chiesto il ritiro degli eritrei e il cessate il fuoco e l’Ue ha tagliato gli aiuti all’Etiopia. Dal punto di vista bellico, gli unici elementi accertati sono il duplice bombardamento di Asmara da parte di missili del Tplf, confermato dalle ambasciate occidentali, e la trasformazione di guerra in guerriglia dopo il 27 novembre. In Tigray, nel 2020 e esplosa l’emergenza umanitaria che si e via via aggravata per le difficolta di accesso degli aiuti e degli operatori umanitari. I report di Onu, Croce Rossa e Msf indicano che a metà 2021 solo il 27% degli ospedali funzionava e che molte scuole erano state distrutte e trasformate in campi per sfollati. Sono 60mila i profughi fuggiti in Sudan nei vecchi campi dell’Unhcr, mentre gli sfollati interni sono due milioni su sette milioni di tigrini. A maggio, il 90% della popolazione aveva bisogno di aiuti d’emergenza. Per consentire la ripresa della semina, almeno ufficialmente, il 28 giugno Addis Abeba ha proclamato un cessate il fuoco unilaterale ritirando le truppe da Macalle. Il Tplf ha posto come condizioni per accettarlo, tra l’altro, il ritiro delle truppe etiopi ed eritree dalla Regione e l’avvio di inchieste indipendenti sulle atrocità commesse sui civili.

Per cosa si combatte

Secondo Addis Abeba, il Tplf è un’organizzazione terroristica che destabilizza il Paese dopo averlo derubato e oppresso per oltre un quarto di secolo e va eliminata. Il Parlamento etiopico l’ha messo fuorilegge a novembre 2020 e ha addotto questa ragione per internare o sospendere dalle mansioni funzionari pubblici originari del Tigray e i soldati impegnati come Caschi Blu nel contingente in Somalia e Sudan. Ha inoltre arrestato (per poi rilasciarli dopo le proteste) i giornalisti tigrini che collaboravano con le poche testate internazionali cui e stato permesso l’accesso in Tigray. L’obiettivo di Abiy e sconfiggere i nemici del progetto di centralizzazione del potere e di ridefinizione dell’architettura costituzionale per combattere il federalismo etnico che, a suo dire, ostacola la modernizzazione, la stabilita e lo sviluppo di un Paese diviso da lotte etniche. Ha assegnato allo Stato amhara una fetta di Tigray sottratto nel 1995 dal Tplf, mentre diverse aree sono occupate dagli eritrei. Per il Tplf, l’attacco di Abiy e stato progettato dal leader eritreo Afewerki e dalle elite regionali amhara unite dal desiderio di impossessarsi del territorio degli arcinemici. Gli amhara, etnia degli ultimi Negus e del gruppo dirigente del Derg, si sono opposti al Governo ultraventennale del partito tigrino. Pur essendo diviso internamente tra gruppi più o meno inclini al conflitto, il Tplf si è unito sul progetto nazionalista di indipendenza da raggiungere con le armi e ha ripreso a coltivare il vecchio sogno del grande Tigray, che includerebbe una futura annessione dell’Eritrea.

Quadro generale

Della prima guerra africana in epoca di Covid sappiamo poco o nulla per il blackout di energia elettrica e web fatto calare sulla Regione. Si tratta di una guerra “oscurata” tra il Governo centrale di Addis Abeba e il Tplf, alla guida della Regione Nordoccidentale, le cui radici affondano in uno scontro politico precedente la guerra stessa, scoppiata il 4 novembre 2020. Torniamo ai primi mesi del 2018. Dopo tre anni di proteste di piazza represse violentemente, soprattutto negli Stati federali dell’Oromia e dell’Amhara, nell’aprile 2018 Abiy Ali Ahmed succede all’esponente del Tplf Haile Mariam Desalegn, nel cui primo esecutivo Abiy era stato ministro della Scienza e della Tecnologia (2015-2016): diventa premier nella coalizione unitaria (Eprdf) che regge il Paese. Abiy, 41 anni, proviene dall’esercito ed e il leader del Partito democratico oromo, primo premier di quell’etnia della storia (anche se la madre e amhara): la sua figura rassicura cosi i giovani manifestanti anti-Tplf, partito accusato di corruzione e di aver saccheggiato la nazione in venticinque anni di Governo. Dopo aver liberato parte dei prigionieri politici e inaugurato una stagione di normalizzazione del quadro politico, ampliando libertà di stampa e diritti civili, nel giugno 2018 il Neopremier a sorpresa accetta l’Accordo di Pace siglato ad Algeri nel 2000 dall’Eritrea e mette fine a un conflitto durato vent’anni. L’alleanza politico-militare tra Abiy e il dittatore eritreo Isaias Afewerki si rivelerà fondamentale nel conflitto del Tigray tre anni dopo, dato che il Tplf e arcinemico di entrambi. Intanto, nel 2019, la riapertura delle frontiere etiopico-eritree e la distensione con Somalia e Gibuti, condizioni che determinano l‘apparente stabilizzazione del Corno d’Africa benedetta da Arabia Saudita ed Emirati Arabi, portano Abiy a vincere il Nobel per la Pace a ottobre. Ma i problemi politico-istituzionali, economici e sociali interni non sono diminuiti, anzi. Prima della pandemia, l’Etiopia stava crescendo con percentuali a due cifre, ma resta un’economia a basso reddito con larghe sacche di povertà. Il Paese e la seconda nazione più popolosa in Africa, con 110milioni di abitanti. Abiy deve andare a elezioni e, per vincerle, ha bisogno di creare centinaia di migliaia posti di lavoro all’anno per assumere disoccupati e giovani, che cominciano a contestarlo, in particolare in Oromia. Qui, sono guidati da Jawar Mohammed, fondatore dell’agenzia di notizie Oromia Media Network e influencer, passaporto americano ed ex sostenitore di Abiy, arrestato il 30 giugno 2020 dopo l’uccisione ad Addis Abeba per mano di ignoti del rapper e attivista oromo Haacaluu Hundessaa, la cui morte ha provocato proteste represse dalla polizia con decine di morti e arresti. Ormai, per gli oromo, Abiy e un traditore. Questa tensione sociale spiega la determinazione etiopica di avviare la Grande Diga del Rinascimento sul Nilo, che a pieno regime può generare l’elettricità necessaria al fabbisogno nazionale per sostenere lo sviluppo industriale nei vari distretti. Ma l’acquaserve anche a irrigare i campi di Sudan ed Egitto, che si oppongono al mega progetto avviato nel 2012 perché non vi e un limite stabilito alla quantità d’acqua da utilizzare.

I continui colloqui non hanno portato ancora a nulla. Il programma politico interno di Abiy e radicale, basato sulla centralizzazione dei poteri dei dieci Stati federali, i quali tuttavia possono scegliere la secessione e sono dotati di proprie milizie secondo quanto stabilisce la Costituzione approvata nel 1995 (allo scopo di ridurre le eterne tensioni etnico-regionali). Va inoltre ricordato che i partiti in Etiopia sono fondamentalmente su base etnica. Sul piano economico, Abiy ha accelerato la discontinuità col passato dirigista sposando una visione piu liberista, confermata nel dicembre del 2019 dal rafforzamento dell’accordo con il Fondo Monetario Internazionale, imperniato sull’aggiustamento strutturale e la stabilizzazione finanziaria, sul contenimento della spesa pubblica, la deregulation e la liberalizzazione. Principale oppositore della centralizzazione e il Tplf, che esce dal Governo quando Abiy fonda, il primo dicembre 2019, il nuovo Partito della Prosperita che sostituisce il partito unico del Fronte popolare rivoluzionario democratico. Lo scoppio della pandemia porta il premier a rinviare le elezioni politiche nazionali al giugno 2021. Tigray, Oromia e altri Territori del Sud vengono esclusi dall’appuntamento elettorale. Il Tplf lo sfida apertamente, aprendo i seggi a settembre 2020 nonostante i veti di Addis Abeba: vince le elezioni con il 98% dei consensi. La tensione cresce e, il 3 novembre, l’assalto delle milizie del Tplf a una base federale in Tigray per sottrarvi armi scatena il conflitto armato. Il 21 giugno 2021 si sono tenute le elezioni politiche nel Paese. Il Partito della Prosperita di Abiy ha stravinto. Ma correva senza opposizioni.