Somalia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nel 2020, all’instabilità politica che pervade la Somalia e alla massiccia presenza del terrorismo islamico, si sono aggiunte ulteriori minacce, quali l’epidemia di coronavirus, l’invasione delle locuste e le inondazioni che hanno provocato circa 500.000 sfollati interni. La situazione e andata aggravandosi perché alcune vaste aree sono diventate inaccessibili agli aiuti. Il Paese e il tipico caso in cui la sinergia perniciosa di guerra e cambiamenti climatici produce i suoi effetti più devastanti. All’insicurezza, al gran numero di sfollati interni ai confini (2,6milioni) e di rifugiati all’estero (900mila), alla carenza di tutti i servizi sociali, i somali devono aggiungere le ricorrenti e sempre più frequenti carestie dovute alla siccità. La malnutrizione colpisce centinaia di migliaia di bambini. Per rispondere alla crisi occorrono, secondo le agenzie Onu, 710milioni di dollari. Sul versante della piaga del terrorismo di al Shabab, rimane preoccupante la forte capacità di infiltrazione del gruppo estremista islamico oltre confine. Negli ultimi mesi del 2021 si sono intensificati gli attentati in zone urbane. Il più pesante per gli effetti devastanti e per le conseguenze politiche e avvenuto a Mogadiscio il 13 luglio 2020 ai danni di un convoglio di scorta al generale Rage, comandante dell’esercito somalo da un anno. Tuttavia, gli Shabab hanno un problema con cui misurarsi: una parte (minoritaria) del gruppo terroristico si e scisso. La ragione risiede nel fatto che, mentre al Shabab e sempre stato filo al-Qaeda, l’ala scissionista si e invece dichiarata fedele all’Isis e al Califfato. Questa rottura si ripercuote pesantemente sulla popolazione: tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019, entrambi i gruppi, quello filo qaedista degli Shabab e quello affiliato all’Isis (denominato Islamic State in Somalia-Abnaa ul-Calipha), hanno cominciato a taglieggiare la popolazione, le imprese e le società per autofinanziarsi. Un ultimo importante elemento riguarda i rapporti della Somalia con i Paesi della Penisola arabica. Rispetto alle forti tensioni che oppongono Qatar ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi (su fronti opposti nella guerra in Yemen), il presidente Farmajo ha sempre cercato di mantenere una posizione di neutralita. Una linea che però rischia di essere scardinata dalla politica di investimenti della Turchia, che nel 2020 ha sottoscritto ulteriori accordi militari per addestrare truppe somale e ha accresciuto gli investimenti (la compagnia Albayrak ha firmato un contratto per la gestione del porto di Mogadiscio per la durata di quattordici anni).

Per cosa si combatte

In origine, nel 1991, il conflitto è scoppiato per abbattere la dittatura di Siad Barre. Presto, la guerra civile è diventata una lotta tra clan guidati dai “signori della guerra”. Poi a partire dai primi anni del 2000, si è trasformata ancora, assumendo una pseudo matrice religiosa: scomparsi i warlord, il potere è gradualmente passato nelle mani delle Corti Islamiche che, applicando un modello tradizionale di giustizia e di gestione politica, sono riuscite a pacificare alcune aree del Paese. Si è trattato di un esperimento interessante interrotto troppo presto. L’ultimo decennio (ma soprattutto a partire dal
2012) è stato caratterizzato dall’affermazione del movimento terrorista degli Shabab, decisamente
più radicalizzati rispetto alle vecchie Per cosa si combatte Corti. L’obiettivo degli Shabab è la conquista
del Paese e l’instaurazione della shari’a. La presenza della missione dell’Unione Africana (Ua) Amisom ha indebolito il movimento che di fronte alle sconfitte sul campo, pur continuando a controllare ancora vaste zone rurali nel Sud del Paese, ha adottano da tempo la tattica di ritirarsi in aree più remote, infiltrando i propri miliziani tra la popolazione civile e nelle città e intensificando gli attentati. Nel novembre del 2017, è stato annunciato il progressivo disimpegno dei 22mila militari dell’Amisom, ma finora c’è stata solo una lieve riduzione. Nel gennaio del 2021, gli Stati Uniti hanno ritirato i propri uomini dalla missione Onu, che sono stati ridislocati in Kenia.

Quadro generale

Stando al Rapporto “Indice Globale della Pace” del 2018 dell’Istituto per l’economia e la pace di Sydney, la Somalia sarebbe al 159° posto su 163 Paesi censiti. In Africa, di peggio c’è solo il Sudan del Sud, al di fuori del Continente, l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria. Uno studio che da un’idea plastica della situazione del Paese. Le ottimistiche prospettive che vi si possano consolidare istituzioni democratiche stanno via via scemando a causa del continuo rinvio sine die delle elezioni. Si è creato uno stallo che ha progressivamente eroso il consenso del presidente Formajo. Nell’aprile 2021, come risposta alle dimissioni forzate del Primo ministro Hassan Ali Khaire e all’approvazione da parte del Parlamento della proroga di due anni del mandato presidenziale, nella capitale Mogadiscio si sono tenute violente dimostrazioni che hanno accresciuto l’insicurezza.

Ripercorriamo i passaggi salienti, che hanno portato un Paese ancora stabile (anche se sotto dittatura) nella seconda meta degli anni ‘80 a diventare una delle Aree più disastrate del Pianeta. Dalla proclamazione dell’indipendenza del primo luglio 1960 (che costituisce il momento di unificazione della Somalia, prima divisa fra il Centro-sud sotto l’amministrazione fiduciaria italiana – 1950-1960 – e, nel Nord, il Somaliland britannico), il Paese per nove anni ha avuto un Governo legittimamente eletto. Poi, nel 1969, Siad Barre, un promettente militare, con un colpo di Stato prende il potere e instaura un regime di ispirazione marxista. Nel 1977, la Somalia muove guerra contro l’Etiopia per conquistare l’Ogaden, Regione etiopica con un’alta presenza di popolazione somala. Un conflitto per la Somalia disastroso, conclusosi con una cocente sconfitta e un impoverimento generalizzato. Il Regime diventa sempre più dispotico e poco tollerato e, verso la fine degli anni ‘80, gli scontri assumono il profilo di una guerra civile. Molti oppositori vengono arrestati e incarcerati, altri fuggono all’estero. Il Regime cade nel gennaio del 1991.

Da un lato l’integrità somala viene gradualmente erosa (il Somaliland arriva ad autoproclamare l’indipendenza il 18 maggio 1991), dall’altro incomincia uno dei periodi più bui della storia del Paese: una guerra di tutti contro tutti, signori della guerra, clan, bande rivali. Il Paese subisce una balcanizzazione. Le Nazioni Unite danno vita alla missione Unosom, nota anche come “Restore Hope”, con l’obiettivo di creare un margine di sicurezza per l’invio di aiuti umanitari per la popolazione. L’Italia prende parte al contingente internazionale con il compito di controllare l’area di Mogadiscio. E la prima volta in cui una ex potenza coloniale prende parte a una missione Onu in luoghi dove aveva possedimenti coloniali. La missione sarà un totale fallimento e cesserà nei primi mesi del 1994. Gli anni successivi saranno caratterizzati da una progressiva frammentazione del Territorio da parte dei “signori della guerra”. La Somalia diventa terra di nessuno, priva di controlli lungo i confini, gestita dai clan col controllo delle armi. Una situazione che permette lo svolgimento e la crescita di traffici illeciti di tutti i tipi, dalle armi ai rifiuti pericolosi, dalla droga alla tratta di esseri umani, fino alla formazione dei campi di addestramento delle milizie jihadiste. Alcune aree della costa diventeranno basi di partenza e approdo dei pirati.

Molte sono state le trattative di Pace messe in atto, ma concluse ogni volta con un nulla di fatto. Occorre attendere il 2004 per vedere, a conclusione della 14a Conferenza di pacificazione, la nomina di un Parlamento di transizione che elegge presidente Abdullahi Yusuf Ahmed e un Governo Federale di Transizione (Tfg). Nell’estate 2006, negli scontri iniziati dentro Mogadiscio fra i warlord e l’Unione delle Corti Islamiche, queste ultime prevalgono e da Mogadiscio, poco alla volta, prendono il controllo di buona parte della zona Sud della Somalia. Il Tfg, che nel frattempo aveva ottenuto la tutela dell’Onu, lancia allora la controffensiva che, con il determinante intervento dell’esercito etiopico e il sostegno dei militari della Regione autonoma del Puntland, porta in pochissimo tempo alla riconquista di Mogadiscio da parte del presidente Abdullahi Yusuf. Il primo agosto 2012, poi, l’Assemblea Nazionale Costituente approva la nuova Costituzione: nasce cosi la Repubblica federale Somala. Dal febbraio 2017 e presidente del Paese Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo.