Somalia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La Somalia è il tipico caso di Paese dove la sinergia perniciosa di guerra e cambiamenti climatici produce i suoi effetti più devastanti. All’insicurezza, al gran numero di sfollati interni ai confini (2,6milioni) e di rifugiati all’estero (900mila), alla carenza di tutti i servizi sociali, i somali devono aggiungere le ricorrenti e sempre più frequenti carestie dovute alla siccità. Nella primavera del 2019 le Nazioni Unite hanno lanciato l’ennesimo appello per assistere 2,2milioni di persone in emergenza, stimando che entro settembre la popolazione a rischio alimentare arrivi a 4,5milioni. La malnutrizione colpisce centinaia di migliaia di bambini. Per rispondere alla crisi occorrono, secondo le agenzie Onu, 710milioni di dollari. Sul versante della piaga del terrorismo di al Shabab l’elemento preoccupante è la forte capacità di infiltrazione del gruppo estremista islamico oltre confine. L’ultimo grave attentato messo a segno (e rivendicato) a Nairobi, il 15 gennaio 2019 (fu preso d’assalto il grande albergo DusitD2), fu ideato e realizzato quasi esclusivamente da seguaci del movimento kenyani. I terroristi individuati, per di più, provenivano da regioni assai lontane dal confine somalo, segno della capacità dei terroristi di ingaggiare adepti in aree lontane anche centinaia di chilometri dalla Somalia. Tuttavia, gli Shabab hanno un nuovo problema con cui misurarsi: una parte (minoritaria) del gruppo terroristico si è scisso. La ragione risiede nel fatto che mentre al Shabab è sempre stato filo al-Qaeda, l’ala scissionista si è invece dichiarata fedele all’Isis e al Califfato. Tra i due gruppi è guerra aperta, che si è tradotta poi, sul terreno, in violenti scontri avvenuti per lo più nell’area del Bari, nella Regione montuosa del Puntland (ossia la parte Nord-est della Somalia, subito a Sud del Somaliland). Anche questa recente evoluzione dello scenario bellico si ripercuote pesantemente sulla popolazione: tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019 entrambi i gruppi, quello filo qaedista degli Shabab e quello affiliato all’Isis (denominato Islamic State in Somalia- Abnaa ul-Calipha) hanno cominciato a taglieggiare la popolazione, le imprese e le società per autofinanziarsi. Un ultimo importante elemento riguarda i rapporti della Somalia con i Paesi della penisola arabica. Rispetto alle forti tensioni che oppongono il Qatar ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi (su fronti opposti nella guerra in Yemen), il Governo del Presidente Farmajo ha sempre cercato di mantenere una posizione di neutralità. Una linea che però rischia di essere scardinata dalla politica di investimenti che sta portando avanti in Somaliland il Qatar (appoggiato in questo anche dalla Turchia, Paese che dal 2011 ha puntato moltissimo sulla Somalia con elargizioni economiche imponenti). Lo Stato semiautonomo della Somalia Settentrionale ha stretto numerosi accordi commerciali col Qatar, che lo Stato centrale somalo non è in grado di contrastare. E che potrebbe mettere in crisi la sua politica di terzietà.

Per cosa si combatte

In origine, il conflitto è scoppiato per abbattere la dittatura di Siad Barre. Era il 1991, la maggior parte dei somali di oggi non era ancora nata. Presto, la guerra civile è diventata una lotta clanica per la conquista di Mogadiscio. Ma a partire dai primi anni del 2000, si è trasformata ancora, assumendo – con la comparsa delle Corti Islamiche – una pseudo matrice religiosa, nella quale i “signori della guerra” hanno perso potere fino a scomparire. L’ultimo decennio (ma soprattutto a partire dal 2012) si è caratterizzato con la comparsa e l’affermazione del movimento ribelle e terrorista degli Shabab, decisamente più radicalizzati rispetto alle vecchie Corti Islamiche.

L’obiettivo degli Shabab è chiaro: la conquista del Paese e l’instaurazione della sharia, la legge islamica. Le sconfitte subite negli scontri con la missione dell’Unione Africana (Ua) Amisom e con l’esercito regolare hanno indebolito il movimento dal punto di vista della supremazia sul territorio (ne controlla ancora vaste zone rurali nel Sud del Paese), ma non da quello delle azioni terroristiche: di fronte alle sconfitte sul campo, gli Shabab adottano da tempo la tattica di ritirarsi in aree più remote del Paese, infiltrando i propri miliziani tra la popolazione civile e nelle città, e intensificando gli attentati. Nel novembre del 2017 era stato annunciato il progressivo disimpegno dei 22mila militari dell’Amisom presenti nel Paese (disimpegno che in teoria si sarebbe dovuto completare nel 2020), ma in realtà, finora, c’è stata solo una lieve riduzione a 19.500 militari impiegati. Secondo gli analisti, in caso di chiusura della missione, il Paese tornerebbe del tutto fuori controllo.

Quadro generale

Nel 2018 l’Istituto per l’economia e la pace di  Sydney aveva pubblicato il Rapporto “Indice Globale della Pace” che, attraverso una serie di indicatori, andava a definire una sorta di classifica dei Paesi rispetto alla stabilità e all’assenza di violenza. La Somalia era al 159° posto, su 163 Paesi censiti. In Africa, di peggio c’era solo il Sud Sudan, al di fuori del Continente l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria. Uno studio che dà un’idea plastica della situazione del Paese. Seppure la realtà somala, come abbiamo visto, sia tutt’altro che statica, la condizione dello Stato e della sua popolazione continua a essere pesantissima, colpita dalle sempre più frequenti siccità, dal terrorismo degli Shabab, dalla povertà e vulnerabilità di ampie fasce dei suoi abitanti. Ripercorriamo i passaggi salienti, che hanno portato un Paese ancora stabile (anche se sotto dittatura) nella seconda metà degli anni ’80 a diventare una delle aree più disastrate del pianeta. È il 26 gennaio 1991. Con la caduta del dittatore Siad Barre incomincia uno dei periodi più foschi della storia della Somalia: comincia una guerra di tutti contro tutti, signori della guerra, clan, bande rivali. Il Paese viene conteso e suddiviso in fazzoletti di territorio sotto il dominio di milizie senza scrupoli. Riguardo alla sua storia precedente, dalla proclamazione dell’indipendenza del 1° luglio 1960 (che costituisce il momento di unificazione della Somalia, prima divisa fra il Centro-sud sotto l’amministrazione fiduciaria italiana – 1950-1960 – e, nel Nord, il Somaliland britannico) il Paese per nove anni aveva avuto un Governo legittimamente eletto. Nel 1969 Siad Barre con un colpo di Stato prende il potere e nel 1977 Barre muove guerra contro l’Etiopia per conquistare l’Ogaden, la Regione etiope con un’alta presenza di popolazione somala da sempre rivendicata dal potere di Mogadiscio. Un conflitto, per la Somalia, disastroso, conclusosi con una cocente sconfitta. Il regime interno, sempre più dispotico, è poco tollerato, gli scontri aumentano e verso la fine degli anni ’80 assumono il profilo di una guerra civile. Il Somaliland rivendica l’autonomia e arriva ad autoproclamare l’indipendenza il 18 maggio 1991. Molti oppositori al regime di Siad Barre vengono arrestati e incarcerati, altri fuggono dal Paese. Dopo la caduta del regime (1991) e lo scoppio degli scontri interni, la comunità internazionale decide di intervenire con l’invio di una missione Onu, chiamata Unosom. Obiettivo della missione, nota anche come “Restore Hope” (l’Italia fa parte del Contingente internazionale col ruolo centrale di controllo dell’area di Mogadiscio), era quello di creare un margine di sicurezza per l’invio di aiuti umanitari per la popolazione civile. Ma l’intricata situazione di controllo del territorio da parte dei signori della guerra, principalmente dei due grandi oppositori di quegli anni, Ali Mahdi da una parte e il generale Mohamed Farah Aidid dall’altra, conducono Unosom a un totale fallimento e al ritiro nei primi mesi del 1994, a meno di due anni dal suo inizio. Gli anni successivi sono caratterizzati da una progressiva frammentazione del territorio da parte dei “lord war”. La Somalia diventa la vera terra di nessuno, caratterizzata da inesistenza di controlli frontalieri, gestita dai clan col controllo delle armi. Una situazione che consente lo svolgimento di traffici illeciti di tutti i tipi, dalle armi ai rifiuti pericolosi, dalla droga alla tratta di esseri umani, fino alla formazione dei campi di addestramento delle milizie jihadiste. Molte le trattative di pace messe in atto, ma concluse ogni volta con un nulla di fatto. Occorre attendere il 2004 per vedere, a conclusione della 14a Conferenza di pacificazione, la nomina di un Parlamento di transizione che elegge Presidente Abdullahi Yusuf Ahmed e un Governo Federale di Transizione (Tfg). Nell’estate 2006 gli scontri iniziati dentro Mogadiscio fra i lord war e l’Unione delle Corti Islamiche (le milizie jihadiste somale antesignane degli Shabab) portano queste ultime a scacciare i signori della guerra e a conquistare la capitale. Da Mogadiscio poco alla volta le Corti islamiche prendono il controllo di buona parte della zona Sud della Somalia. Il Tfg, che nel frattempo aveva ottenuto la tutela dell’Onu, lancia allora la controffensiva che, con il determinante intervento dell’esercito etiope e il sostegno dei militari della Regione autonoma del Puntland, porta in pochissimo tempo alla riconquista di Mogadiscio da parte del Presidente Abdullahi Yusuf (il Presidente migiurtino rimarrà al potere fino al 2009). Il 1° agosto 2012, poi, l’Assemblea Nazionale Costituente approva la nuova Costituzione: nasce così la Repubblica Federale Somala. Dal febbraio 2017 è Presidente del Paese Mohamed Abdullahi Mohamed detto Farmajo.