Filippine

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il “red tagging” è il nuovo fenomeno che si è imposto nella società e nella politica filippina: significa essere bollati come “rossi”, sostenitori dei ribelli comunisti e dunque complici del terrorismo. Ne hanno fatto le spese politici, difensori dei diritti umani, avvocati, attivisti, religiosi. Il fenomeno è una appendice del conflitto a bassa intensità che è ripreso ed è proseguito senza interruzione tra l’esercito e i ribelli comunisti, soprattutto nelle zone centrali dell’arcipelago. Nel rapporto con i ribelli comunisti, infatti, il Governo Duterte ha effettuato l’ennesima inversione ad “U”, ribaltando del tutto la politica orientata ai criteri di “pace e sviluppo” perseguita fino al 2018. Da allora, il Presidente ha mutato registro lanciando una feroce campagna repressiva e dando all’esercito l’ordine di “sterminare tutti i ribelli”. Annullati i negoziati, la popolazione delle Province nella parte centrale dell’isola di Mindanao e nella Regione di Visayas Orientale ha visto sfumare il pregresso piano di integrazione e cooperazione socio-economica, nonché ogni forma di amnistia per i guerriglieri.

La militarizzazione del territorio ha generato diffusi abusi dei diritti umani ed esecuzioni extragiudiziali compiute dall’esercito, largamente impunite. Sono finiti nel mirino rappresentanti delle comunità locali, leader indigeni e membri di Ong sospettati di sostenere la guerriglia. Culmine di tali operazioni, il 7 marzo 2021, in quella che è stata soprannominata la “Bloody Sunday” filippina, 9 attivisti appartenenti a diverse organizzazioni della società civile sono stati uccisi in esecuzioni mirate compiute dalle forze di sicurezza. Anche nelle Filippine del Sud, nella Regione autonoma di Bangsamoro, si sono registrati scontri tra insorti di matrice jihadista e le forze di sicurezza. Mentre la legge marziale proclamata all’indomani dell’assedio jihadista alla città di Marawi è stata revocata alla fine del 2019, i combattenti Bangsamoro Islamic Freedom Fighters (Biff) e altri gruppi ribelli legati al sedicente Stato Islamico hanno compiuto raid e imboscate a pattuglie militari. Tali gruppi rigettano l’approvazione della “Bangsamoro Basic Law”: la legge, approvata nel 2019 e confermata da un referendum popolare, ha istituito la nuova Regione autonoma musulmana. Un conflitto si è aperto anche sul versante marittimo: persistono tensioni tra le Filippine e la Cina sulla presenza di forze navali cinesi nel Mar Cinese Meridionale. Manila ha presentato una protesta diplomatica per la illecita presenza di navi della guardia costiera cinese nelle proprie acque territoriali.

Per cosa si combatte

Sono due i fronti di conflitto aperti da decenni nelle Filippine: il primo vede l’esercito governativo impegnato a contrastare i gruppi terroristi e jihadisti, il secondo aperto con la guerriglia di ispirazione maoista. Sul primo versante, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso si è attivato sull’isola di Mindanao, nelle Filippine meridionali, il Fronte Nazionale di Liberazione Moro (Mnlf), ben presto affiancato dal Fronte Islamico di Liberazione Moro (Milf), entrambi combattenti per l’autonomia (o a volte per la secessione). In un conflitto che in cinquant’anni ha fatto oltre 150mila morti, la creazione della Regione autonoma di Mindanao musulmana ha sottratto terreno fertile a gruppi fondamentalisti islamici come Abu Sayyaf (“Il brando di Dio”), che hanno cercato una alleanza trasversale con lo Stato Islamico. Sul versante della guerriglia comunista, a partire dagli anni Novanta, il Nuovo Esercito Popolare (Npa), collegato al Partito comunista delle Filippine, ha promosso una ribellione armata nell’area Centrale e Meridionale dell’arcipelago. Il conflitto tra le forze governative e i ribelli comunisti, che nei decenni ha fatto oltre 40mila vittime, si è riacceso nel novembre 2018, quando il presidente Duterte ha ufficialmente cancellato i negoziati di Pace con il Partito comunista e bollato il Nuovo Esercito Popolare come “gruppo terroristico”. Da allora sono iniziate una lotta senza quartiere e una nuova ondata di violenza che ha preso di mira anche civili, attivisti, gruppi indigeni.

Quadro generale

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, eletto a maggio 2016, in un sessennio ha conquistato definitivamente la nazione, imprimendo una svolta alla vita politica, sociale e culturale in senso populista e autoritario. Costantemente ai massimi livelli di gradimento popolare (con una media del 70% su base nazionale), Duterte ha vinto le elezioni di medio temine nel maggio 2019 e, a capo della Coalizione per il cambiamento, ha governato con una maggioranza schiacciante in Parlamento (oltre il 70% dei seggi). Nel triennio che lo porta a conclusione del mandato, verso le elezioni previste a maggio del 2022, il Presidente ha confermato e accentuato le sue politiche di stampo populista imperniate su una campagna che gli è valsa il solido consenso della maggior parte della popolazione: la “guerra contro la droga” da lui avviata e condotta dalla polizia grazie all’ausilio di veri e propri squadroni della morte, responsabili di omicidi in massa di spacciatori di droga e tossicodipendenti. Secondo Amnesty International e Human Rights Watch, fin dal 2016 la polizia filippina ha ucciso o ha pagato per far uccidere migliaia di presunti autori di crimini di droga in un’ondata di esecuzioni extragiudiziali che ha fatto oltre 30mila vittime, generando indignazione a livello internazionale.

Ma, nonostante le proteste delle organizzazioni della società civile filippina e l’allarme lanciato sull’urgenza di “difendere la democrazia e i diritti umani, contro le migliaia di assassini extragiudiziali e l’impunità”, Duterte ha confermato appunto trionfalmente “la guerra alla droga” anche nel secondo triennio del suo mandato presidenziale – che scade a maggio 2022. Senza curarsi della denuncia presentata davanti alla Corte Penale Internazionale né della costernazione espressa in sede Onu, Duterte ha continuato a mettere al centro della politica le questioni di sicurezza e legalità anche nell’emergenza legata alla pandemia. Anzi, nel suo approccio da uomo forte che catalizza l’attenzione dell’opinione pubblica, ha usato le medesime espressioni e paradigmi per descrivere la “guerra al Covid-19”, la “guerra alla droga”, la “guerra alla ribellione comunista” e quella al jihadismo nel Sud del Paese. I diversi e variegati fronti di conflitto aperti sul versante interno, allora, sono apparsi strettamente funzionali a mantenere elevata nell’opinione pubblica l’impressione della necessità di un Presidente-sceriffo (come Duterte si è presentato fin dal primo giorno) nonché la presenza pervasiva delle forze militari e della polizia, che ha condotto a una progressiva militarizzazione delle città e delle aree rurali. Le forze dell’ordine dispiegate sul territorio in maniera capillare sono state presentate e percepite come necessarie per combattere le varie guerre in atto: quella per garantire l’osservanza delle misure anti-Covid-19 (in un Paese pesantemente toccato dalla pandemia e cui sono stati imposti vari lock-down), quella per eliminare la criminalità e lo spaccio di droga dalla società, quella per contrastare la piaga della ribellione comunista che affligge soprattutto la parte centrale dell’arcipelago e quella per stroncare il risveglio del jihadismo nelle Filippine del Sud, rinnovato dalla presenza dello Stato Islamico.

Una delle “guerre” interne che invece il Governo di Duterte non ha affrontato con la necessaria decisione è quella alla povertà e all’indigenza, aggravate dall’emergenza pandemica che ha avuto due effetti deleteri: colpire il vasto settore del lavoro informale, migliaia di salariati a giornata e di piccoli lavoratori dei trasporti, commercianti e artigiani che popolano Manila e le città più estese; diminuire improvvisamente il cospicuo flusso delle rimesse dall’estero, stampella determinante per l’economia filippina. Si stima, infatti, che i 10milioni di filippini che vivono e lavorano all’estero contribuiscano, con il denaro inviato in patria, a comporre il 10% del Prodotto Interno Lordo. Nazione irrimediabilmente segnata da costanti disastri naturali, le Filippine registrano una delle economie in più rapida crescita nel Sudest asiatico, nonostante la frenata dovuta alla diffusione del Covid-19. Tuttavia, le forti disparità regionali (il Pil nella capitale è cinque volte superiore a quello dell’isola di Mindanao) e un tasso di povertà nazionale che resta su alti livelli (la metà delle famiglie è a rischio povertà, oltre 12milioni di persone sono in stato di indigenza) rappresentano sfide ancora aperte.