Filippine

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La Legge marziale nelle Filippine del Sud è stata prolungata fino alla fine del 2019 e a nulla sono valsi i ricorsi presentati davanti alle Corte Suprema. Il pericolo del jihadismo e del terrorismo sull’isola di Mindanao e nelle isole Sulu tiene banco sulla scena politica filippina: gli episodi degli attacchi suicidi alla cattedrale cattolica di Jolo e in una moschea di Zamboanaga, all’inizio del 2019, hanno confermato il Presidente Duterte nella necessità di non allentare le legge marziale, dichiarata il 23 maggio 2017, giorno in cui il gruppo “Maute”, affiliato all’autoproclamato Stato Islamico aveva preso con le armi la città di Marawi. D’altro canto il progetto di promuovere la piena inclusione delle comunità islamiche nella società filippina, strappandole al circolo vizioso dell’emarginazione e della povertà, che le consegnano nelle mani dei jihadisti, è stato perseguito con un passo determinante: l’avvenuta approvazione della Bangsamoro Basic Law, la legge che istituisce una nuova Regione autonoma musulmana. Il Congresso filippino l’ha approvata e il referendum popolare tenutosi a gennaio del 2019 ha confermato l’esito favorevole. La nuova Regione è un’entità politica che consente alle popolazioni un regime di autoGoverno in materia fiscale e amministrativa, lasciando al Governo centrale la politica estera e la sicurezza.

Sul versante della lotta ai gruppi insurrezionalisti di matrice comunista, invece, dopo anni di stallo nei negoziati, il Governo ha deciso di cambiare strategia, provando a promuovere concretamente “pace e sviluppo” nelle comunità che sostengono i gruppi ribelli. A tal fine è stata istituita una “task force” che riunisce e coordina le risorse del Governo, della polizia, delle istituzioni locali, ponendo l’enfasi messa sulle questioni di carattere socio-economico e legate allo sviluppo che interessano le aree dove si dove si concentra la guerriglia: a partire dalle quattro Province della Regione definita “Soccsksargen”, situata nella parte centrale dell’isola di Mindanao, ma anche nella Regione di Visayas Orientale (le isole al centro dell’arcipelago). Il piano prevede iniziative concrete per l’integrazione e la cooperazione, nonché un programma di amnistia, con un finanziamento di 3,24miliardi di pesos per il 2019 e 1, 26miliardi di pesos per il 2020. La task force inizierà a identificare i villaggi influenzati dal News People’s Army, fornendo servizi sociali e infrastrutture alla popolazione, con l’idea che “far avvertire la vicinanza dello stato servirà a distaccare la gente dalla violenza e dalla guerriglia”.

Per cosa si combatte

Sono due i fronti di conflitto aperti da decenni nelle Filippine: il primo vede l’esercito governativo impegnato con i movimenti islamici, il secondo con la guerriglia di ispirazione maoista. Sul primo versante, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso è attivo sull’isola di Mindanao, nelle Filippine meridionali, il Fronte Nazionale di Liberazione Moro (Mnlf), ben presto affiancato dal Fronte Islamico di Liberazione Moro (Milf), staccatosi dal Mnlf, entrambi combattenti per l’autonomia (o a volte per la secessione). In un conflitto che in 50 anni ha fatto oltre 150mila morti, accanto a gruppi guerriglieri che negli anni sono scesi a patti con Manila, negoziando la creazione della Regione Autonoma di Mindanao Musulmana, sono nati altri gruppi fondamentalisti islamici come Abu Sayyaf (“Il brando di Dio”) che ha scelto metodi terroristici per rivendicare l’indipendenza. Su questo terreno già fervido di violenza, si è innestata negli ultimi anni la presenza dello Stato Islamico, balzata agli onori della cronaca nel 2017 con la presa della città di Marawi, organizzata dal gruppo filippino “Maute”, proclamatosi fedele all’IS.

Sul versante della guerriglia comunista, a partire dagli anni Novanta il “Nuovo Esercito Popolare” (Npa), collegato al Partito Comunista delle Filippine, ha promosso una ribellione armata nell’area centrale e meridionale dell’arcipelago, portando avanti una ideologia di stampo marxista. Il conflitto con l’esercito regolare ha fatto oltre 40mila vittime.

Quadro generale

Le Filippine sono una nazione segnata oggi, nel bene e nel male, dalla ingombrante presenza del suo nuovo leader, il Presidente Rodrigo Duterte. Eletto a maggio 2016, dopo tre anni di Governo il Presidente ha conquistato definitivamente le Filippine. Saldamente in testa nei sondaggi sul gradimento popolare (con una media del 70% su base nazionale), Duterte ha vinto le elezioni di medio temine nel maggio 2019 assicurandosi una maggioranza bulgara (20 membri su 24) in Senato, e confermandosi, a capo della “Coalizione per il cambiamento”, alla guida di una maggioranza schiacciante alla Camera, grazie all’alleanza di partiti nazionalisti che supera il 70% dei seggi. Duterte avrà dunque campo libero per far approvare più facilmente provvedimenti a lui cari come la reintroduzione della pena di morte o l’abbassamento della soglia di età per la responsabilità penale, da 15 a 12 anni. Soprattutto Duterte potrà mandare avanti il progetto di riforma costituzionale, un disegno di decentramento dei poteri che resta uno dei suoi obiettivi politici più ambiziosi. Duterte è ben consapevole che le elezioni a metà del sessennio presidenziale rappresentavano una sorta di “referendum” sul suo Governo e sulle politiche autoritarie e repressive da lui adottate.

Il Presidente, infatti si è guadagnato la notorietà internazionale soprattutto grazie a una campagna generale di “guerra contro la droga” da lui avviata e condotta dalla polizia con metodi poco ortodossi, grazie all’ausilio di veri e propri “squadroni della morte” che hanno promosso omicidi in massa di spacciatori di droga e tossicodipendenti. Secondo Ong come Amnesty International e Human Rights Watch la polizia filippina ha ucciso, o ha pagato per far uccidere, migliaia di presunti autori di crimini di droga in un’ondata di esecuzioni extragiudiziali che ha fatto oltre 20mila vittime, generando clamore e indignazione a livello internazionale. Ma nonostante le proteste delle organizzazioni della società civile filippina e l’allarme lanciato sull’urgenza di “difendere la democrazia e i diritti umani, contro le migliaia di assassini extragiudiziali, l’impunità e segni incombenti di ascesa dell’autoritarismo”, Duterte ha confermato trionfalmente che “la guerra alla droga continuerà” anche nel secondo triennio del suo mandato presidenziale. E se alcuni mass media chiedono indagini sulle uccisioni e il perseguimento dei killer, garantendo così lo stato di diritto, Duterte non sembra curarsi della denuncia presentata da avvocati e associazioni davanti alla Corte Penale Internazionale: “Le responsabilità non ricadono solo su chi preme il grilletto ma anche su chi ordina o incoraggia uccisioni e altri crimini contro l’umanità”, ha scritto Amnesty International. Quando la Corte dell’Aja ha annunciato l’avvio di indagini preliminari per crimini contro l’umanità nei confronti del Presidente Rodrigo Duterte, per “esecuzioni extragiudiziarie e omicidi di massa”, il Presidente ha annunciato il ritiro delle Filippine dal trattato istitutivo della Corte penale internazionale. Se le questioni di sicurezza e legalità hanno ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, altrettanta preoccupazione ha generato il risveglio del jihadismo nelle Filippine del Sud, rinnovato dalla presenza del cosiddetto Stato Islamico. L’intenzione di organizzare una presenza stabile e un mini-califfato a Mindanao è il disegno apparso chiaro al Governo di Manila con la clamorosa occupazione della città di Marawi, a maggio del 2017, poi liberata dopo un assedio di oltre cinque mesi. In seguito a quell’azione eclatante, il Governo si è impegnato per sradicare quel mix di vecchi e nuovi jihadisiti, difficile da contrastare sia per il loro capillare radicamento nelle piccole comunità locali (che ha sempre costituito un fattore di protezione e difesa), sia per la configurazione del territorio, caratterizzato da fitte foreste o piccole isole. Per isolare i jihadisti Duterte ha promosso ed è riuscito a far approvare la Legge fondamentale Bangsamoro che ha istituito la nuova Regione autonoma musulmana nel Sud del Paese.

A livello economico, invece, per affrontare il nodo della povertà e dell’indigenza, nell’ottica di dare una spinta allo sviluppo, il Governo ha avviato un programma di grandi progetti infrastrutturali. La nazione continua ad avere un’economia pienamente immersa nel boom asiatico, con tassi di crescita sempre intorno al 6% annuo (confermato nel 2018) e un’inflazione inferiore al 4%, il che incoraggi gli investimenti pubblici che potranno giocare a favore di Duterte.