Venezuela

Il 2018 e il 2019 in Venezuela sono stati segnati da vari tentativi falliti da parte dell’opposizione, guidata da Juan Guaidó – Presidente dell’Assemblea nazionale, di rovesciare il Governo del Presidente Nicolás Maduro. Il 23 gennaio 2019, durante una manifestazione a Caracas, Guaidó si autoproclama capo di Stato. Pochi minuti dopo, gli Stati Uniti lo riconoscono come Presidente legittimo, seguiti dal Canada e da altri Paesi latinoamericani ed europei, mentre Russia, Cina, Cuba e Turchia continuano a riconoscere Maduro come Presidente.

In febbraio, mentre Guaidò chiama la popolazione e l’esercito a dare la spallata finale al regime, un convoglio di aiuti umanitari dell’agenzia di cooperazione americana Usaid tenta di passare la frontiera Colombia-Venezuela, trovando però l’opposizione dell’esercito di Caracas, che salvo poche defezioni è rimasto fedele al Governo bolivariano. Sul lato venezuelano della frontiera si sono avuti scontri anche violenti, che nei mesi di marzo e aprile sono continuati a Caracas e in altri centri del Paese. Le rivolte, represse dalle forze regolari, e dai colectivos, milizia del movimento chavista di Maduro, non hanno però avuto esito.

Sul fronte internazionale, i due schieramenti si sono arroccati sulle loro posizioni: il fronte di Guaidò, guidato dagli Usa e dal Gruppo di Lima, che riunisce la maggior parte dei Paesi latino-americani, chiede la destituzione immediata e la messa sotto processo di Maduro, il riconoscimento di Guaidò come Presidente ad interim, e nuove elezioni. Mentre Russia, Cina, Turchia, Cuba, e El Salvador continuano a riconoscere l’attuale Governo, e subordinano il dialogo a questa condizione.

La crisi è drammatica: l’inflazione è stata dell’80mila% nel 2018, 4milioni di venezuelani espatriati, di cui 1milione e 750mila riconosciuti come profughi dall’Unhcr, scarsità di cibo, acqua e medicinali, e un tasso di violenza fra i più alti al mondo. Malgrado l’abbondanza di petrolio, il Venezuela è entrato anche in crisi sul piano energetico, per l’inadeguatezza delle centrali. I continui black-out hanno mandato in crisi la distribuzione dell’acqua, gli impianti di refrigerazione, con perdite di cibo e medicinali. La ragione per cui un piano di pace stenta a decollare non è difficile da individuare: tutto potrebbe essere risolto con nuove elezioni sotto supervisione internazionale, ma la strada è bloccata dalla condizione posta da Washington di dichiarare illegittimo l’attuale regime.

Condizione che la controparte non può accettare. Durante i governi di Chavez e Maduro, il Venezuela ha firmato accordi con i governi cinese e russo per i diritti sulle risorse petrolifere. Nel caso di una transizione pacifica, nemmeno la sconfitta di Maduro invaliderebbe gli accordi. Ma l’amministrazione Usa dichiara apertamente di voler estromettere Cina e Russia dallo sfruttamento futuro delle riserve. E Pechino ha investito circa 20miliardi di dollari in Venezuela e Mosca una cifra di poco inferiore, a cui non pensano di rinunciare.

Se l’opposizione denuncia le cause di questo dramma umanitario nelle scelte del Governo – che si è isolato dalla comunità internazionale e si è messo in rotta di collisione con gli Stati Uniti – e nella corruzione e inefficienza del regime la radice della crisi, il Governo chavista accusa l’embargo delle potenze occidentali di aver strangolato l’economia, con lo scopo di farlo cadere e impossessarsi delle risorse naturali. Il risultato è che nessuna iniziativa positiva ha finora avuto esito.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha pubblicato un rapporto graffiante, dopo la visita in Venezuela dell’Alto commissario Michelle Bachelet: diritti dei cittadini sistematicamente violati in materia di salute, economia, sicurezza, accesso al cibo, libertà di espressione, e accuse al regime di Nicolas Maduro di “reprimere e criminalizzare l’opposizione politica”.

Bachelet ha concluso che “I venezuelani meritano una vita migliore, liberi dalla paura e con accesso al cibo, all’acqua e ai servizi sanitari. Il destino di oltre 30milioni di venezuelani è nelle mani delle autorità e della loro capacità di mettere i diritti umani davanti a ogni ambizione ideologica o politica. Se la situazione non migliorerà, l’esodo dei migranti e dei rifugiati continuerà”.