Repubblica Centrafricana

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Un quarto dei centrafricani è profugo, in parte sfollato (circa 700mila) all’interno dei confini nazionali, in parte rifugiato all’estero (altri 550mila). E quasi due milioni e mezzo di persone – poco meno della metà dell’intera popolazione – hanno bisogno di aiuti umanitari internazionali per la sopravvivenza.

Un quadro allarmante, che diventa drammatico se consideriamo che 14 Province su 16 (ossia circa l’80% del territorio) sono sotto il controllo di gruppi armati.

Sulla via della pacificazione, il fatto nuovo è l’accordo di pace firmato il 5 febbraio 2019, fra il Governo di Touaderà e i 14 principali gruppi armati presenti nel Paese.

Un accordo che dà qualche speranza, ma non molte, visto come è nato e quali sono i contenuti.

Innanzitutto, è l’ottavo in sei anni di guerra civile. Inoltre, la trattativa, pur promossa dall’Unione Africana, si è tenuta non ad Addis Abeba (sede della Ua) ma a Khartoum. Il motivo? Diversi capi dei gruppi ribelli che sedevano al tavolo sono incriminati al Tribunale Penale Internazionale.

Nella capitale etiope avrebbero rischiato l’arresto, in quella sudanese no, perché Khartoum non riconosce il Tpi. Quanto ai contenuti, di fatto l’accordo prevede l’amnistia per tutti i gruppi armati (anche quelli minori che non hanno partecipato al tavolo di trattativa) e la formazione di un nuovo Governo che includa, nella compagine governativa, alcuni ministri provenienti dagli stessi gruppi armati.

Come ha giustamente osservato monsignor Juan José Aguirre Muñoz, vescovo di Bangassou, all’indomani della firma, “l’accordo era già lettera morta il giorno dopo”, perché, ha spiegato Aguirre Muñoz, “chi ha ottenuto un vantaggio non sono i cittadini del Centrafrica bensì i ribelli, quasi tutti non centrafricani”. L’immunità premia, anziché punire, coloro che hanno causato le morti, le violenze e i saccheggi.

È vero che il trattato prevede lo scioglimento di tutti i gruppi armati, ma è anche vero che è molto vago il percorso che porterebbe al disarmo, specie se si considera che le stesse formazioni di guerriglieri controllano gran parte delle miniere di diamanti, oro, cobalto e mercurio del Paese.

Il nuovo Governo, poi, è stato formato, il 26 febbraio. Primo Ministro Firmin Ngrebada, il quale però già ai primi di marzo ha dovuto procedere a un rimpasto per evitare il ritiro dall’accordo di tre delle formazioni ribelli, che lamentavano di essere state escluse dalla compagine di Governo. Il Premier le ha accontentate.

Con queste premesse – unite alle politiche invasive di Russia, Cina, Francia e Iran – c’è poco da stare allegri sul futuro prossimo del Centrafrica.

Un ultimo dato, che rende l’idea del degrado in cui versa il Paese: secondo l’ultima classifica di Reporters sans Frontières, del 2019, la situazione della libertà di stampa nello Stato africano è crollata: ha perso dall’anno precedente 33 posizioni, scendendo al 145° posto su 180 Paesi censiti.

Per cosa si combatte

Il Centrafrica è fra gli Stati più poveri e destrutturati del mondo, eppure – ma è il caso anche di altri Paesi africani – dispone di ingenti materie prime, sia del suolo che del sottosuolo. Non solo il legname delle foreste che ricoprono buona parte del territorio, ma anche diamanti, oro, petrolio, uranio. Beni che fanno gola alle potenze internazionali, le quali non a caso si contendono l’appoggio del Governo locale: Francia e Cina, ma anche l’Iran (interessato all’uranio) e la new entry Russia sono gli attori principali, che agiscono spesso con l’appoggio locale di Ciad e Sudan.

Ad esempio, sono scesi dal Nord-Est, che confina con Ciad e Sudan, gli uomini armati che hanno dato origine alle milizie Seleka. Allora, nel 2013, la ragione dichiarata era la rivolta contro il Presidente François Bozizé.

Ne era seguita la guerra civile fra due gruppi belligeranti: Seleka e Anti-balaka (gruppi di miliziani formati dalla componente cristiana e animista che si opponeva al dominio degli estremisti musulmani).

Oggi, il conflitto si è trasformato: sono nate altre fazioni e sottofazioni, gruppi armati, e anche nuclei che fanno puro e semplice banditismo. Ciascuno “gestisce” parti più o meno estese di territorio, che quindi è in gran parte fuori controllo. Scontri ed episodi di violenza sono diffusi in molte parti del Paese. C’è un dato che, da solo, rende l’idea del perché, oggi, si combatte: in soli 13 mesi, tra il gennaio 2018 e il febbraio 2019 sono state rilasciate 116 permessi minerari, sia di esplorazione che di concessione.

La guerra civile iniziata nel 2013 ha infranto, peraltro, una lunga tradizione secolare di convivenza pacifica e rispettosa delle diverse componenti religiose presenti in Centrafrica: cristiani, musulmani e aderenti alle religioni tradizionali. Di sicuro, la presenza delle potenze straniere sta rendendo più difficile la pacificazione del Paese e l’avvio, finalmente, di una nuova stagione nel Paese. Ma anche questa non è una storia solo centrafricana.

Quadro generale

Il Centrafrica non ha mai conosciuto una vera democrazia. Provato da decenni di malgoverno e colpi di Stato, il Paese non è mai riuscito a sollevarsi. Negli ultimi anni il Paese africano ha anche subito pressioni e instabilità causate dalle vicende politiche degli Stati confinanti, Ciad e Sudan, che hanno inciso nella sua tenuta interna, totalmente impreparato a ricevere le ondate di profughi in fuga da altri teatri di guerra. L’insicurezza e il pericolo, oltre a una rete di strade per lo più disastrate, hanno impedito alle agenzie umanitarie di raggiungere le zone colpite dai combattimenti, in particolare nel Nord- Est, e di portare sostegno alla popolazione. La criminalità e il traffico clandestino di diamanti (seconda voce nelle esportazioni del Paese) contribuiscono ad aumentare la già drammatica situazione interna del Centrafrica.

Una storia travagliata fin dall’inizio, quella del Centrafrica. La Repubblica è stata fortemente voluta da Berthelemey Boganda, un prete cattolico, leader del Movimento d’Evoluzione Sociale dell’Africa Nera, il primo partito politico del Paese. Boganda ha governato fino al 1959 quando è morto in un misterioso incidente aereo. Suo cugino, David Dacko, nel 1962 ha imposto un regime monocratico. Ha avuto inizio così una lunga serie di colpi di Stato. Il primo, ai danni di Dacko, lo attua il colonnello Jeab Bedel Bokassa, che sospende la costituzione e scioglie il Parlamento. La pazzia di Bokassa arriva al punto di autoproclamarsi Presidente a vita nel 1972 e Imperatore del risorto Impero Centrafricano nel 1976. Un impero di follia, e di povertà per la gente.

La Francia, ex potenza coloniale, decreta la fine di Bokassa nel 1979 e restaura la presidenza di Dacko, con un altro golpe. Nel 1981 il generale Andre Kolingba prende il potere. Pressioni internazionali costringono il dittatore a convocare elezioni nel 1993, vinte da Ange-Félix Patassé. Il neo Presidente dà vita a una serie di epurazioni negli apparati statali. Promulga una nuova costituzione nel 1994, ma le forti tensioni sociali sfociano in rivolte popolari e violenze interetniche. Nel 1997 vengono firmati gli accordi di pace che portano al dispiegamento di una forza internazionale composta da forze militari di Paesi africani. Poi arriva il turno dell’Onu. Di nuovo alle urne nel 1999, Patassé vince, ma ormai le tensioni sono fuori controllo. Il Paese diventa una sorta di terra di nessuno dove le forze militari e i ribelli razziano e rapinano la popolazione. Terreno fertile per un ennesimo colpo di Stato, che in effetti porta al potere nel 2003 il generale François Bozizé, che poi vince le elezioni nel 2005 (ritenute valide dalla comunità Internazionale).

Nel 2013, però, anche Bozizé viene spodestato dal gruppo politico-militare Seleka (che dichiara di ispirarsi alla religione islamica). L’avvento al potere della minoranza musulmana, però, ha presto provocato violente reazioni da parte della maggioranza cristiana e animista. Alla Presidenza della Repubblica sale Michel Djotodia. Ma il dilagare delle violenze e degli scontri in tutto il Paese ha fatto che il Governo di Seleka durasse meno di un anno: il 27 gennaio 2014 Djotodia si dimette. Al suo posto nasce un Consiglio e un Governo Nazionale per la Transizione, guidato prima da Alexandre-Ferdinand Nguendet e poi da Catherine Samba-Panza, che ha traghettato il Centrafrica fino alle elezioni del 2016. Il voto ha decretato la vittoria dell’attuale Presidente Faustin-Archange Touadéra (Capo dello Stato dal 30 marzo 2016).

Di fatto, però, dal 2013 il Paese vive una sorta di guerra civile “a bassa tensione”, con ricorrenti attacchi, scoppi di violenza, controllo del territorio da parte delle bande armate, nonostante la presenza dei 13mila caschi blu della missione di pace “Minusca” (che a più riprese sono stati accusati di non difendere la popolazione e di restare inermi di fronte agli attacchi e ai massacri; il loro mandato è stato rinnovato dal Consiglio di sicurezza Onu per tutto il 2019). Il risultato di tutto ciò è che il Centrafrica rimane fanalino di coda negli indici di crescita e di sviluppo umano (188° su 188): il 70% della popolazione vive al di sotto del livello di povertà, l’aspettativa di vita è di soli 52,8 anni, gli analfabeti (sopra i 15 anni) sono i due terzi della popolazione, la mortalità infantile sotto i 5 anni è di 130 per mille, l’accesso a servizi sanitari adeguati è garantito a poco più di un quinto degli abitanti.

E la condizione di emergenza umanitaria – ora particolarmente drammatica – è una costante.