Repubblica Centrafricana

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Non c’è Pace per la Repubblica Centrafricana. Continuano, infatti, le operazioni militari delle Forze armate centrafricane (Faca) appoggiate dagli alleati russi e ruandesi per la conquista dei territori occupati dai ribelli confluiti nella Coalizione dei patrioti per il cambiamento (Cpc), formatasi a dicembre 2020 per ostacolare il processo elettorale nel Paese, intento che non e stato raggiunto. Sin dalla caduta del presidente Francois Bozize nel 2013 (rovesciato dall’alleanza ribelle della Seleka), si stima che il 70% del territorio nazionale sia di fatto controllato da gruppi armati.

Un’altra milizia, 3R (Retour, Reclamation et Rehabilitation), e stata indebolita dall’uccisione del suo capo, Bi Sidi Soulemane. Non e noto a oggi un bilancio complessivo degli scontri tra le forze governative e i ribelli ne delle operazioni di rastrellamento in corso, iniziate tra maggio e giugno 2021, e neppure il numero di morti, feriti o prigionieri. Quel che sembra verosimile e che i ribelli, allertati dell’arrivo delle truppe, si nascondano o fuggano temporaneamente, col rischio di un ritorno se non verranno insediati rappresentanti dell’autorità dello Stato e forze di sicurezza anche nelle località distanti dalla capitale Bangui. Giungono invece denunce di violazioni dei diritti umani da parte dei militari centrafricani ma anche, e soprattutto, degli alleati russi. Ufficialmente, Mosca ha inviato in Centrafrica 475 istruttori civili che hanno ricevuto l’autorizzazione a operare.

Altri 300 istruttori sono arrivati a fine dicembre 2020 su richiesta del presidente Faustin Archange Touadera per organizzare la formazione di unita supplementari delle forze armate locali. Molti definiscono tali istruttori “mercenari” del gruppo Wagner. Accuse di esecuzioni arbitrarie, abusi, furti sono rivolte ai cosiddetti alleati russi al loro passaggio in varie località. Mentre la Russia nega persino l’esistenza di contractors, Bangui prende le difese dell’alleato e le distanze dal rapporto delle Nazioni Unite. L’ex presidente Francois Bozize, ricercato dalla giustizia con l’accusa di aver fomentato la ribellione, e considerato latitante. Secondo fonti concordanti, Bozize si trovava in territorio ciadiano nei primi mesi del 2021.Un’indagine e in corso per far luce sulla creazione della ribellione Cpc, ma anche su possibili legami con l’ex Presidente e gli oppositori Anicet-Georges Dologuele, Martin Ziguele e Karim Meckassoua. La candidatura di Bozize alle elezioni presidenziali era stata respinta a causa di sanzioni imposte dall’Onu.

Per cosa si combatte

Non sono chiare le ragioni di questa guerra e non sono attribuibili né a rivalità etniche né, tantomeno, a questioni religiose. Fattori che nel passato della Repubblica Centrafricana hanno avuto poco peso se non sono stati del tutto irrilevanti. Thierry Vircoulon, ricercatore dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (Ifri) vede nel panorama centrafricano un “business conflict model” che molti, troppi, hanno interesse a veder protrarre nel tempo. La nota dell’analista intitolata “Ecosistema dei gruppi armati”, dell’ottobre 2018, è ancora attuale oggi. “Dal 2013 i gruppi armati sono i veri padroni della Repubblica Centrafricana”, osservava Vircoulon.
L’ecosistema dei gruppi armati rimane fondamentalmente aperto per tre ragioni principali. In primo luogo, in uno spazio politico caratterizzato dall’estrema povertà e dall’inversione del contratto sociale, il “business conflict model” dei gruppi armati è molto attraente, persino per gli attori politici a Bangui e per le comunità in cerca di protezione e di mezzi di sussistenza. È un modello autosufficiente poiché l’insicurezza diventa una risorsa economica. In secondo luogo, mentre il rapporto tra Governo e gruppi armati è spesso rappresentato in modo antagonista, in realtà contiene aree di cooperazione. Terzo, gli attori che dovrebbero contenere e combattere questo “modello di conflitto affaristico”, ovvero le potenze straniere e le forze di Pace, stanno perseguendo una politica che tacitamente o esplicitamente lo incoraggia.

Quadro generale

a Russia è diventata alleata di primo piano del Centrafrica del presidente Faustin Archange Touadera, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza nazionale. Il Paese africano è ufficialmente sotto un embargo sulle armi imposto a dicembre 2013 in piena crisi politico-militare successiva al golpe armato guidato dall’alleanza Seleka contro l’ex presidente Bozizé. Nonostante varie iniziative di Pace, un periodo di transizione e le elezioni nel 2016, le sanzioni sono tuttora in vigore. Ma alla quindicina di milizie non governative (oltre ai banditi comuni) che ontrollano o controllavano fino a poco tempo fa i tre quarti del territorio, le armi non sono mai mancate. Contrariamente all’esercito regolare, fino a poco tempo fa quasi inesistente e privo di risorse. Difficile, in questa situazione, mostrare i muscoli davanti a un’orda di gruppi ribelli non disposti a cedere terreno. È proprio in questo contesto che i russi hanno fatto il loro ingresso nello scenario centrafricano. Nel febbraio 2016, Touadera fu eletto e la Francia decise di ritirare la missione militare Sangaris, mandata in extremis a dicembre 2013 allorché dilagavano le violenze. Presa da nuove crisi, in particolare nel Sahel, Parigi si disimpegnò lasciando una porta aperta. Propose al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di mandare al neo esercito di Bangui armi recuperate dalla pirateria in Somalia. Al Consiglio delle Nazioni Unite, Mosca sollevò un’obiezione giuridica, che venne accolta. La Francia chiese allora a Touadera di mediare, pensando di ottenere un ammorbidimento della posizione russa. Il Presidente fu così convincente che ottenne molto di più: il coinvolgimento diretto di Mosca a fianco delle forze centrafricane, con istruttori, mezzi (armi e blindati di seconda mano), consiglieri e guardia presidenziale, nonché i famigerati mercenari del gruppo Wagner.

È il Governo centrafricano, tuttavia, a dimostrare interesse per investimenti russi nei settori delle risorse naturali, dell’energia elettrica, delle infrastrutture, dei trasporti e nell’agricoltura. L’ottenimento di licenze su siti minerari non è un argomento di cui Bangui vuole parlare con chiarezza, anzi tende ad eluderlo, ma sembra che finora non sia iniziato un vero e proprio sfruttamento del sottosuolo e delle sue potenziali riserve da parte delle grandi aziende minerarie russe. L’altro protettore ufficiale di Bangui è la missione Onu, con relazioni altalenanti. I rapporti su presunte violazione dei diritti umani da parte dell’esercito e dei russi sono spesso messi in dubbio. La Francia, che non è più partner privilegiato né esclusivo, rimane molto attiva nell’aiuto umanitario e l’aiuto allo sviluppo, in particolare attraverso l’Agence française pour le dévelopment (Afd). Parigi ha circa 300 soldati impegnati in compiti di addestramento per le forze armate nazionali e, se necessario, forniscono supporto alla Minusca. A dicembre, mentre la Cpc dichiarava di voler impedire le elezioni, il presidente Emmanuel Macron ha “condannato i tentativi da parte di gruppi armati e alcuni leader politici, tra cui François Bozizé, di ostacolare l’attuazione degli Accordi di Pace e lo svolgimento delle elezioni secondo il programma fornito e sostenuto dalla comunità internazionale”.

Voci di un possibile coinvolgimento di Parigi nella destabilizzazione di Bangui sono circolate negli ambienti anti-neocolinialisti e neopanafricanisti. Per l’attivista franco-beninese Kemi Seba, “il Mondo intero sa quale ruolo ha svolto la Francia nel creare focolai di tensione nella Repubblica Centrafricana. La Francia ha dato fuoco a questo Paese, che soffre di neocolonialismo e françafrique”. Secondo i più noti media francesi che seguono l’Africa, è attiva in questo periodo una nebulosa di vettori online che propagano teorie del complotto e messaggi anti-francesi, al servizio della Russia. A farsi spazio poi è anche il Ruanda. Ai primi di maggio, il Capo di stato maggiore delle Forze armate della Repubblica Centrafricana, il generale Zephlin Mamadou, ha guidato un team militare in una visita di lavoro di una settimana in Ruanda. Lo scopo era discutere dell’attuazione dell’accordo di cooperazione in materia di difesa firmato tra il Centrafrica e lo stesso Ruanda nell’ottobre 2019. Attualmente il Ruanda è presente con due battaglioni e un ospedale di secondo livello sotto la missione di mantenimento della Pace delle Nazioni Unite, e ha anche schierato un ulteriore battaglione militare nell’ambito dell’Accordo bilaterale.