Siria

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lo stallo tra le parti in conflitto continua. I combattimenti per la conquista del territorio si sono affievoliti senza mai terminare completamente. Il cessate il fuoco concordato nel Nord-ovest del Paese a inizio 2020 non ha impedito scontri armati nella zona di Idlib, l’area ancora in mano agli anti-governativi, che hanno complicato ulteriormente la già difficile situazione umanitaria. La lotta per il potere è ancora in corso e non sembra che le forze governative e i gruppi ribelli di opposizione riusciranno a sconfiggersi militarmente a vicenda o a trovare un accordo politico e umanitario per uscire dalla crisi. Gran parte del Paese è stato distrutto dai combattimenti, inclusi i sei siti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. La pandemia del Coronavirus non ha risparmiato neppure la Siria martoriata dalla guerra. La Regione di Idlib controllata dagli anti-governativi ha ricevuto 53.800 dosi di vaccino AstraZeneca nella seconda metà di aprile del 2021. Secondo l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, 912.000 dosi di vaccino sono state allocate nella prima fase della campagna vaccinale alle aree amministrate dal Governo e semi-autonome del Kurdistan. Il numero ufficiale di morti per Covid-19 in Siria rimane comunque molto basso rispetto ai Paesi limitrofi, ma l’attendibilità delle cifre rimane problematica.

Ad aprile 2021 l’Opac, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche a cui la Siria aveva aderito nel 2013 dopo che un attacco con il gas sarin aveva ucciso 1.400 persone nei sobborghi di Damasco e Ghouta, ha votato la sospensione del Paese dall’organizzazione. Secondo l’Organizzazione, le forze aeree siriane sono responsabili dell’attacco del 2017 con gas sarin e bombe al cloro sul villaggio di Lataminah e dell’attacco con bombe al cloro del 2018 nella città di Saraqib. Sempre secondo le Nazioni Unite, il Governo di Damasco non ha mai risposto in questi anni a diciannove domande riguardanti le installazioni militari nel Paese che potrebbero essere state usate per immagazzinare o produrre armi chimiche. All’inizio di aprile 2021, il presidente Bashar al-Assad, al potere da ventun’anni, ha di nuovo presentato la sua candidatura alla guida del Paese e le elezioni del 26 maggio lo hanno confermato nuovamente. Elezioni che gli osservatori internazionali hanno definito lontane dall’essere libere e pulite.

Per cosa si combatte

La guerra siriana è iniziata come una rivoluzione. Sulla spinta delle primavere arabe, nel marzo 2011 i giovani hanno cominciato a scendere in strada per chiedere la caduta del Regime. La rivoluzione si è rapidamente trasformata in conflitto, inizialmente tra le forze governative e gruppi ribelli supportati economicamente e militarmente dalle organizzazioni dei Fratelli Musulmani all’estero. Con lo stallo, il conflitto ha preso una piega religiosa ed è diventato sempre più settario: la maggioranza sunnita del Paese contro quella alauita del presidente Assad. Nel marzo/aprile 2014, il conflitto si è ulteriormente radicalizzato. Mentre i russi offrivano supporto militare al Regime, gli iraniani e le milizie sciite di Hezbollah erano entrate a pieno titolo nella guerra in difesa dei luoghi sacri sciiti e del Regime. Sul lato opposto, i gruppi radicali sunniti che fino ad allora erano rappresentati da Jabat al-Nusra hanno cominciato a proliferare fino a creare lo Stato Islamico. Logorati dal conflitto, in molti hanno aderito a quello che poi è diventato il sedicente Stato Islamico. Nel frattempo, la minoranza curda, militarmente autorganizzatasi nelle Ypg (maschili) e Ypj (femminili) ritenute ideologicamente vicine al Pkk turco, ha iniziato a conquistare i territori del Nord-est. Formando qui la Rojava, i curdi siriani hanno visto la possibilità di creare un loro territorio indipendente, alternativo a quello autonomo del Kurdistan iracheno.

Quadro generale

Nel marzo 2011, sulla spinta delle rivolte arabe, anche in Siria sono iniziate le proteste contro la famiglia Assad che controlla il Paese dal 1971, quando Hafez al-Assad (padre dell’attuale presidente Bashar) è diventato presidente e ha stabilito un regime autoritario e totalitario sotto il controllo del partito Baath. Il 18 marzo 2011, in quello che venne chiamato “il venerdì della dignità”, migliaia di persone scesero in piazza. L’esercito aprì il fuoco a Daraa, nel Sud del Paese, uccidendo due ragazzi. Era l’inizio della rivoluzione siriana. Sotto la spinta delle proteste che stavano infiammando il mondo arabo, migliaia di studenti iniziarono ad inondare le strade delle città siriane manifestando contro la dittatura della famiglia Assad. Università e moschee in tutto il Paese stavano diventando l’epicentro della rivolta. Il Regime, nella convinzione di poter fermare l’onda di dissenso, ha usato la violenza. Lo scontro si è trasformato in conflitto armato quando molti disertori dell’esercito hanno formato quello che per anni ha combattuto sotto il cappello del “Free Syrian Army”, l’esercito libero siriano.

Era l’estate 2011 e si profilavano le parti in lotta: da un lato, l’esercito regolare siriano e, dall’altro, i “ribelli” dell’esercito libero siriano. Questi erano guidati e finanziati principalmente dai Fratelli Musulmani e i loro leader, in maggioranza banditi dalla Siria ed esiliati all’estero, avenano appoggiato i movimenti popolari all’inizio delle rivolte per cercare legittimità tra la popolazione civile. Il logorante conflitto, i repentini cambi di alleanze delle forze coinvolte, la difficoltà di vedere un futuro migliore manifestata da molti giovani che avevano imbracciato le armi (con conseguenze enormi sulle loro vite) hanno aperto il campo all’estremismo islamico di Jabat al-Nusra prima e Isis poi, oltre che a quello di una galassia di altre sigle islamiste che hanno poi giurato fedeltà al sedicente Stato Islamico dell’autoproclamatosi califfo al-Baghdadi. Dopo oltre dieci anni dall’inizio del conflitto, l’80% dei siriani vive sotto la soglia di povertà, secondo la Croce Rossa Internazionale. L’Osservatorio siriano per i diritti umani ha calcolato che a fine 2020 i morti erano oltre 593mila. Circa 11milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria (Un) e, se 6milioni di siriani sono sfollati interni, 5,5milioni di loro connazionali sono rifugiati nei Paesi limitrofi (Unhcr), formando 1/3 dei rifugiati mondiali. I danni a ospedali, scuole, case e infrastrutture sono incalcolabili. La maggior parte del Paese è andata distrutta sotto il fuoco del conflitto.

La pandemia che nel 2020 ha colpito il Mondo non ha risparmiato neppure la Siria, complicando una situazione già drammatica. Nel 2017 Zeid Ra’ad al-Hussein, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha definito la Siria “il peggior disastro causato dall’uomo dopo la Seconda guerra mondiale”, con 9,3milioni di persone che soffrono di insicurezza alimentare e 4,5milioni di bambini che soffrono la fame. Nel maggio 2021, il Governo siriano di Bashar al-Assad e dell’esercito nazionale supportato da Hezbollah libanesi, Iran e Russia (che offrono sostegno e personale militare sul campo) controlla la maggior parte del Paese, incluse Damasco, Aleppo, Homs e Hama. Dopo le operazioni turche “Euphrates shield” e “Olive Branch” del 2017 e “Peace Spring” del 2019, l’Esercito nazionale siriano (Sna), supportato e finanziato dalla Turchia, controlla le zone cuscinetto a Nord della Siria e a Nord di Aleppo sul confine turco. Hay’et Tharir al-Sham (Hts) è il cappello sotto il quale si sono riunite alcune tra le prime organizzazioni qaediste che combattevano in Siria al fianco dell’esercito libero siriano dall’inizio della Rivoluzione. Come Jabat al-Nusra, sono in controllo del governatorato di Idlib, Nord di Hama e Latakia e Ovest di Aleppo.

Le Forze democratiche siriane (Fds), nate nel 2015 e considerate dalla Turchia un’organizzazione terroristica al pari del Pkk, sono formate dall’alleanza di milizie curde (Ypg e Ypj), arabe, assiro-siriache e di altre minoranze (armene, cecene e turkmene). Nel maggio 2021, questo gruppo controlla tutte le città curde del Rojava, la parte Nord-est della Siria a predominanza curda, e le città di Raqqa, Qamishli e Hasakah. Il Daesh, gruppo jihadista composto prevalentemente da combattenti stranieri e salito alla cronaca nel 2014 dopo la cattura di larga parte della Siria e l’autoproclamazione del Califfato (caduto nel marzo del 2019), non controlla più territori ma si verificano ancora attacchi suicidi in alcune aree che aveva conquistato in passato.