Myanmar

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il primo febbraio del 2021, un colpo di Stato militare guidato dal generale Min Aung Hlaing, già  a capo di Tatmadaw (l’esercito birmano), ha rovesciato il governo civile di Aung San Suu Kyi, arrestato lei e il presidente Win Myant assieme ad altri esponenti della Lega nazionale per la democrazia che, l’8 novembre 2020, aveva vinto – con ancor maggior consenso rispetto alle legislative del 2015 – la stragrande maggioranza dei seggi in parlamento. Dopo alcuni giorni e’ iniziata in tutto il Myanmar una protesta pacifica con centinaia di migliaia di persone nelle piazze e una sorta di sciopero diffuso in tutti i settori vitali dell’economia. Questo Movimento di disobbedienza civile ha dovuto pero’ affrontare una repressione durissima che si e’ sempre più intensificata col’andare del tempo. Al 28 marzo 2021, il bilancio delle vittime superava i 420 morti con centinaia di feriti e oltre 3mila arresti. Le forze di sicurezza hanno sparato alla testa proiettili veri col chiaro intento di uccidere, reso noto per altro anche da comunicati televisivi in cui il Consiglio amministrativo di Stato (State Administrative Council) ha messo in guardia chi fosse ancora sceso in piazza perche sarebbe stato colpito “alla testa e alla schiena”. In marzo Unione Europea, Stati Uniti e Regno Unito hanno varato i primi pacchetti di sanzioni. L’Asean (Associazione del Sudest asiatico) , sostenuta dall’unanime condanna al golpe, starebbe tentando una mediazione. I più forti sostenitori della giunta sono i russi, ma Tatmadaw ha potuto godere sull’appoggio più’ o meno diretto anche di Cina, India, Vietnam che hanno annacquato o ritardato le prese di posizione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Il 16 aprile viene presentato un Governo di unità nazionale birmano (Nug): “Finisce l’era della divisione e dell’odio e nasce quella della speranza” dice il dottor Sasa, Special Envoy of Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (CRPH) all’Onu, cui e’ spettato il compito di presentare il nuovo esecutivo clandestino in cui sono inclusi sia il presidente deposto dalla giunta sia la Nobel Aung San Suu Kyi, sia le formazioni politiche delle autonomie regionali, i parlamentari eletti e la società civile senza distinguo – ha detto – etnici o religiosi. Creato, sulla carta, anche un esercito federale. Nella prima metà di maggio  il Nug promuove la nascita di Forze di difesa popolare (Pdf), gruppi di autodifesa che si diffondono rapidamente nel Paese mentre la protesta, molto estesa numericamente e rimasta sostanzialmente pacifica per tre mesi, da maggio si fa più rada per lasciare il posto ad azioni sporadiche di guerriglia urbana. Si lavora intanto alla formazione di un esercito federale birmano che si opponga a Tatmadaw e che dovrebbe unire in un solo fronte le diverse autonomie armate regionali, i cosiddetti “eserciti etnici” espressione delle minoranze. Tra queste le più attive sono le formazioni Karen e Kachin.

Quadro generale

Comprendere il Myanmar (la ex Birmania) è impossibile se non si considera l’immanenza del Theravada, una delle correnti del buddhismo, diffuso in Myanmar, Thailandia, Laos e Cambogia. L’altra è il Mahayana, che abbraccia Tibet, Mongolia, Cina, Giappone e Vietnam. La differenza più profonda sta nel metodo per seguire il Dharma (termine che indica sia le leggi sia il fatto di metterle in pratica) e raggiungere il Nirvana (pace assoluta). Il Mahayana è incentrato sulla dottrina della compassione universale, sulla condizione di Bodhisattva, colui che rinuncia al Nirvana per aiutare l’umanità nel pellegrinaggio che conduce a esso. La meta del Theravada è la salvezza personale. A questo fine, particolare rilevanza è data alla vita monastica, mentre per i laici è importante accumulare meriti facendo donazioni e offerte al Budda e ai monaci. Il che spiega l’affermazione di un missionario cristiano in Myanmar: “Avere il monaco significa avere la coscienza del popolo”.

I Draghi, gli Orchi e i Deva, gli angeli hindubuddisti, sono gli altri personaggi chiave per analizzare le vicende dell’attuale Myanmar. Secondo la leggenda fu l’alleanza tra i loro re, circa 600 anni prima dell’Era Comune, a permettere l’avverarsi della profezia che preconizzava l’avvento del regno dei Pyu, stanziati lungo il corso dell’Ayeyarwady (Irrawaddy), che attraversa la Birmania da Nord a Sud e la collega (a Nordovest) ai bacini del Brahamaputra e del Gange. Più o meno nello stesso periodo, altri regni e popoli vantavano origini divine e legami col Budda. Come gli stessi arakanesi, secondo cui il Buddha sarebbe arrivato in quella regione 2600 anni fa. Fermandosi là dove oggi sono accampati i profughi in fuga dalle vicine zone di scontro tra l’esercito e i ribelli delle formazioni etno-buddiste. In Myanmar, si materializza in modo spesso sanguinoso quel “tribalismo” ormai definito come una categoria geopolitica. Un tribalismo asimmetrico, quindi ancor più soggetto a crisi. Il gruppo predominante, il 68% della popolazione, è quello Bamar, stanziato sul territorio nel IX secolo. Da allora controlla il Paese, prima con la formazione di regni dominanti e in epoca moderna controllando il Governo, l’amministrazione e, soprattutto Tatmadaw. Gli altri 135 gruppi etnici riconosciuti (non sono compresi i Rohingya) costituiscono il 32% degli abitanti e sono stanziati in sette stati etnici. Molti di questi (in particolare lo stato Chin, Kachin, Karen, Arakan, Shan) sono in uno stato di ciclico conflitto con il Governo e hanno costituito gruppi armati più simili a eserciti che non a milizie rivoluzionarie. Le tensioni etniche dunque hanno caratterizzato la storia del Myanmar sin dal 1947, alla vigilia della sua indipendenza. Fu in quell’anno che il generale Aung San (padre della patria e di Aung San Suu Kyi) organizzò la conferenza di pace di Panglong (località nel Sud dello stato Shan) per cercare un accordo tra i maggiori gruppi etnici. Accordo poi vanificato dopo l’assassinio di Aung San, qualche mese più tardi, e osteggiato dai successivi Governi militari che dominarono il Paese dal 1962 e costituirono una vera e propria etnocrazia bamar. Aung San Suu Kyi lo ha riproposto nel maggio 2018, segnando un piccolo passo avanti sul percorso di riconciliazione nazionale poi vanificato con l’accendersi di nuovi fronti. Il tortuoso percorso verso un equilibrio etnico è lo specchio di quella road map verso la democrazia intrapresa nel 2010 col primo Governo “semicivile” e la liberazione di Aung San Suu Kyi, che sembrava aver subito una decisa accelerazione nel 2015 con la schiacciante vittoria della National League alle elezioni poi ripetutasi nel novembre 2020 dando la stura al golpe del 2021 ordito dai militari che quelle elezioni hanno clamorosamente perso. Gia’ dunque prima del golpe del 1 febbraio, era  comuqnue una strada  disseminata di trappole: i tre ministeri più importanti, Difesa, Interno e Affari di frontiera, sono riservati ai militari. E la costituzione riserva al comandante in capo di Tatmadaw il diritto di approvare le candidature del Presidente e dei vicepresidenti, nonché quello di sciogliere il Parlamento in caso di pericolo per la sicurezza dello Stato. Nonostante le trappole sul percorso, tuttavia, la Birmania stava cambiando sempre più velocemente. Anche l’uso del nome ha perduto valore politico. “Birmania, Myanmar, chiamala come ti pare. L’importante è che ora posso viverci” dice un blogger che si era rifugiato in Thailandia. “Chiamiamola MineMar”, dice un insegnante d’inglese a Yangon, giocando sulla parola mine: “mia” e “miniera”. Il Myanmar è una miniera di risorse naturali e un mercato di sessanta milioni di persone. Ora di nuovo sotto scacco da una giunta che promesso nuove elezioni entro un anno ma che ha cambiato tutti i vertici politico e amministrativi e pratica arresti di massa e stragi mentre l’economia del Paese è ormai sostanzilamente collassata.