Myanmar

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il primo febbraio del 2021, un colpo di Stato militare guidato dal generale Min Aung Hlaing (già a capo di Tatmadaw, l’esercito birmano), ha rovesciato il Governo civile di Aung San Suu Kyi, arrestata col presidente Win Myint e altri esponenti della Lega nazionale per la democrazia che, l’8 novembre 2020, aveva vinto – con ancor maggior consenso rispetto alle legislative del 2015 – la stragrande maggioranza dei seggi in Parlamento. Dopo alcuni giorni, è iniziata in tutto il Myanmar una protesta pacifica con centinaia di migliaia di persone nelle piazze e una sorta di sciopero diffuso in tutti i settori vitali dell’economia. Questo movimento di disobbedienza civile ha dovuto però affrontare una repressione durissima, che si è intensificata con l’andare del tempo. A fine giugno, il bilancio delle vittime sfiorava i 900 morti e contava centinaia di feriti e oltre 5mila detenuti politici. Nel maggio 2021, le forze di sicurezza, che fanno capo alla giunta golpista del Consiglio amministrativo di Stato (State Administrative Council), hanno dovuto però affrontare la nascita delle Forze di difesa popolari (Pdf), nascita accompagnata da sempre meno manifestazioni di piazza e sempre più atti individuali mirati. Intanto, i cosiddetti “eserciti etnici” – espressione delle minoranze – hanno in gran parte rifiutato di sottomettersi alla Giunta e hanno iniziato combattimenti veri e proprie grazie soprattutto alle formazioni karen e kachin, tra le più attive.

Combattimenti e azioni di guerriglia si sono estesi a macchia d’olio. In marzo, Unione Europea, Stati Uniti e Regno Unito hanno varato i primi pacchetti di sanzioni e l’Asean (Associazione regionale del Sud-est asiatico) ha tentato una mediazione, rivelatasi fallimentare. In giugno, l’Assemblea Generale dell’Onu ha votato l’embargo alla vendita di armi, ma il Consiglio di Sicurezza non è andato oltre una blanda condanna. I più forti sostenitori della Giunta sono i russi, ma Tatmadaw ha potuto godere dell’appoggio più o meno diretto anche di Cina, India e Vietnam, che hanno annacquato o ritardato le prese di posizione del CdS. Il 16 aprile è stata resa nota la nascita di un Governo di unità nazionale birmano (Nug) creato dal Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw (Crph), organismo formato dai parlamentari estromessi dal golpe. Vi sono inclusi il presidente deposto Win Miynt, Aung San Suu Kyi, le formazioni politiche delle autonomie regionali, alcuni parlamentari eletti e la società civile senza distinguo etnici o religiosi. È stato creato, sulla carta, anche un esercito federale. Il Nug ha sostanzialmente dichiarato guerra alla giunta e si serve di commando anche armati denominati People’s Dfenece Forces (Pdf).

La magistratura della capitale ha condannato il 6 dicembre a quattro anni di carcere (poi ridotti a due)  Aung San Suu Kyi, agli arresti in luogo ignoto dal golpe del 1 febbraio scorso. E’ stata giudicata colpevole – nella prima sentenza a suo carico –  di incitamento e violazione delle regole Covid19 ai sensi di una legge sui disastri naturali. Stessa condanna era stata comminata in precedenza all’ex presidente Win Miynt. Sempre in dicembre è avvenuto un massacro noto come la “strage di Natale” a danni di decine di civili trovati legati e carbonizzati nelle loro auto. Tra questi anche due funzionari di Save The Children.

2022: l’anno nuovo si apre nel  sangue

L’anno nuovo si è aperto nelle polemiche per il viaggio di due giorni compiuto  il 7 gennaio dal premier cambogiano Hun Sen (che ha nel 2022 la presidenza dell’Asean). Il viaggio, pensato come una forma di diplomazia individuale dal dittatore cambogiano, non ha sortito effetti e Hun Sen non ha potuto incontrare Suu Kyi come già prima l’inviato ufficiale dell’Asean che pertanto aveva rinunciato ad andare in Myanmar. La visita è stata accolta con manifestazioni in molte città e post sulla pagina facebook di Hun Sen, accusato di aver rotto il fronte Asean contro la giunta che, già dalla fine del 2021, era stata esclusa dai summit dell’Asssoicazione cui possono partecipare solo non militari..

Il 10 gennaio del 2022 la magistratura di  Naypyidaw ha condannato  la Consigliera di Stato Daw Aung San Suu Kyi ad altri 4 anni di reclusione in tre casi aperti contro di lei ( due anni di reclusione per l’importazione illegale di walkie-talkie, un anno per il possesso di questi dispositivi  e due anni per un’accusa che riguarda la violazione di norme Covid-19. In seguito la Lady è stata trasferita in una prigione della capitale. Mentre gli sforzi negoziali dell’Asen (nel 2022 sotto presidenza cambogiana) sono sostanzialmente falliti, nel penultimo week end di luglio la giunta ha eseguito 4 condanne a morte. Una scelta che non avveniva dagli anni Ottanta

Per cosa si combatte

Il Myanmar è “l’occhio del Buddha”, scrive lo storico Thant Myint U nel saggio Where China Meets India. “Tracciate un cerchio attorno a Mandalay, nel centro della Birmania, con un raggio di circa 700 miglia: racchiude gli Stati del Bengala Occidentale e del Bihar in India, le province cinesi dello Yunnan e del Sichuan, nonché il Tibet, mentre a Sud copre la maggior parte del Laos e della Thailandia. Quel cerchio è popolato da circa 600milioni di persone”. La collocazione strategica del Myanmar lo rende dunque una tessera fondamentale del domino asiatico: per i cinesi è lo sbocco sull’Oceano Indiano, dove sbarcano energia e commodities indispensabili allo sviluppo della Repubblica Popolare; per l’Occidente è un terreno di scontro con Pechino; per i Paesi del Golfo, la connessione tra Indonesia e Bangladesh. È lo scenario perfetto per alimentare tensioni interne adattandole a interessi esterni, ora sconvolti dall’ennesimo golpe. Protagonisti sono sia i militari sia i signori della guerra che gestiscono eserciti “etnici” regionali e ottengono finanziamenti occulti, oltre a quelli prodotti dal narcotraffico. La loro esistenza risale alla liberazione dal Regno Unito nel 1948, che ha visto fallire il sogno unitario di Aung San (padre di Suu Kyi) e la nascita di decine di focolai di guerriglia autonomista o separatista. Il Governo democratico aveva tentato, con qualche successo, di lavorare a un processo di Pace che portasse a una federazione e a una nuova Costituzione che riconoscesse i diritti delle oltre 130 nazionalità. Ma il golpe ne ha condizionato il cammino. Dal 1 febbraio 2021, dopo il golpe militare che ha dimissionato il Governo in carica, è scoppiata una vera e propria guerra civile iniziata con forme di opposzione pacifica poi trasformatesi in atti violenti contro il personale militare. sia da parte delle Pdf sia da parte di diversi eserciti delle autonomie regionali.

Quadro generale

Il Myanmar, a lungo chiamato Birmania, si affaccia sul Mar delle Andamane nel Golfo del Bengala e fa parte dell’Asean, l’Associazione regionale del Sud-est asiatico. Ha alle spalle una lunga storia di dittature militari seguite all’esperimento democratico di Aung San, eroe della liberazione dal Regno Unito (1948). Queste dittature cominciano nel 1962 e solo nel 2010 il Governo militare birmano attua una serie di graduali riforme politiche che hanno portato alla scarcerazione degli oppositori politici, tra cui Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia. Le prime elezioni parlamentari parzialmente libere risalgono al 2012, ma la svolta vera è la consultazione del 2015: la Lega nazionale per la democrazia ottiene la Presidenza del Paese (Win Myint) mentre Suu Kyi ottiene il ruolo di Consigliera di Stato (di fatto, Primo ministro). Alle elezioni del 2020, la vittoria della Lega si ripete con una maggioranza più forte, ma dopo un lungo contenzioso su possibili brogli (esclusi dagli osservatori internazionali), i militari prendono il potere nel febbraio 2021. Gli osservatori non riescono a spiegare la decisione di Tatmadaw, che poteva comunque contare per Costituzione sulla Vicepresidenza, tre dicasteri chiave (Interno, Difesa, Frontiere), la possibilità di sciogliere la legislatura e su un quarto dei seggi in Parlamento. I militari inoltre controllano e controllavano, attraverso conglomerati e aziende collegate, praticamente l’intera economia birmana – formale e illegale. Non è solo la politica a essere complicata in Myanmar: comprendere l’ex Birmania è impossibile, per esempio, se non si considera l’immanenza del Theravada, una delle correnti del buddismo, diffusa anche in Thailandia, Laos e Cambogia.

L’altra è il Mahayana, che abbraccia Tibet, Mongolia, Cina, Giappone e Vietnam. La differenza più profonda sta nel metodo per seguire il Dharma (termine che indica sia le leggi sia il fatto di metterle in pratica) e raggiungere il Nirvana (pace assoluta). Il Mahayana è incentrato sulla dottrina della compassione universale, sulla condizione di Bodhisattva, colui che rinuncia al Nirvana per aiutare l’umanità nel pellegrinaggio che conduce a esso. La meta del Theravada è la salvezza personale. A questo fine, particolare rilevanza è data alla vita monastica, mentre per i laici è importante accumulare meriti facendo donazioni e offerte al Buddha e ai monaci. Il che spiega l’affermazione di un missionario cristiano in Myanmar: “Avere il monaco significa avere la coscienza del popolo”. I Draghi, gli Orchi e i Deva, gli angeli hindubuddisti, sono altri personaggi chiave della cosmogonia birmana: secondo la leggenda, fu l’alleanza tra i loro re, circa 600 anni prima dell’Era Comune, a permettere l’avverarsi della profezia che preconizzava l’avvento del regno dei Pyu lungo il corso dell’Ayeyarwady (Irrawaddy), che attraversa il Paese da Nord a Sud e lo collega (a Nord-ovest) ai bacini del Brahamaputra e del Gange. Più o meno nello stesso periodo, altri regni e popoli vantavano origini divine e legami col Buddha. Come gli stessi arakanesi, secondo cui il Buddha sarebbe arrivato in quella Regione 2.600 anni fa. Molte di queste realtà regionali (in particolare lo Stato di Chin, Kachin, Karen, Arakan, Shan) sono in una situazione di ciclico conflitto con il Governo e hanno costituito gruppi armati più simili a eserciti che a milizie rivoluzionarie. Le tensioni etniche, dunque, hanno caratterizzato la storia del Myanmar sin dal 1947, dalla vigilia della sua indipendenza. Fu in quell’anno che il generale Aung San organizzò la conferenza di Pace di Panglong per cercare un accordo tra i maggiori gruppi etnici.

Accordo poi vanificato dopo la sua uccisione, qualche mese più tardi, e osteggiato dai successivi Governi militari che dominarono il Paese dal 1962 e costituirono una vera e propria etnocrazia bamar (la comunità etnica più numerosa). Aung San Suu Kyi ha riproposto il processo di Pace nel maggio 2018, facendo un piccolo passo avanti nel percorso di riconciliazione nazionale, passo poi reso inutile dall’accendersi di nuovi fronti e col collasso della svolta democratica. Il tortuoso percorso verso un equilibrio etnico è lo specchio di quella road map verso la democrazia intrapresa nel 2010 col primo Governo “semicivile” e la liberazione di Suu Kyi e che sembrava aver subito una decisa accelerazione nel 2015 con la vittoria della stessa Suu Kyi alle elezioni, vittoria ripetutasi nel novembre 2020 ma per ora conclusasi dopo il golpe del 2021.