Myanmar

Situazione attuale e ultimi sviluppi

“Il Myanmar ha una crisi d’identità” scrive Benedict Arnold, studioso dei conflitti etno-religiosi birmani. Una sintesi che ben rappresenta i segnali contrastanti che provengono dalle forze in campo, in un gioco di tutti contro tutti, con continui campi di campo. E’ una crisi d’identità divenuta più grave negli ultimi anni, quando le regole del gioco sono cambiate e tutti sono stati costretti ad abbandonare i vecchi codici di comportamento per adeguarsi alla realtà di una “democratura”. E’ in questa crisi d’identità, ad esempio, che si trova la ragione della politica di Aung San Suu Kyi. A livello interno, ad esempio, sembra quasi allinearsi alle posizioni dei militari nella limitazione dei diritti civili e della libertà d’espressione. Ma questa stessa arma le è servita a incriminare il monaco estremista Wirathu (per quanto non abbia potuto farlo per istigazione all’odio etnico, che avrebbe provocato reazioni più forti dagli ultranazionalisti, bensì per le dichiarazioni “oscene e personali” nei suoi confronti). In politica estera il Governo della National League si muove ugualmente in maniera ambigua, cercando alleati tra chiunque si mostri disponibile (è il caso del premier ungherese Viktor Orban o del filippino Duterte). In questo modo il Myanmar cerca di compensare l’isolamento, tanto più a livello regionale, dove le nazioni dell’Asean quali Indonesia e Malaysia cercano consensi anche tra le fazioni islamiche. Il Myanmar (anzi, il Governo di Suu Kyi), inoltre, deve cercare di bilanciare la rinnovata influenza cinese che sfrutta la situazione per presentarsi come un grande, benevolo fratello sia con i gruppi etnici che controllano molte Regioni, sia con il Governo, sia con i militari. La crisi in Rakhine, al centro dell’attenzione e della condanna Occidentale per le vicende dei rohingya, non è che un avviso del caos che potrebbe essere generato. Nella Regione, infatti, sta rafforzandosi l’Arakan Army, milizia buddista che ne rivendica la sovranità. Sino a poco tempo fa ha operato lontano dal suo territorio, sotto l’ombrello della cosiddetta Alleanza del Nord, che raggruppa alcune delle milizie più agguerrite, in particolare il Kachin Independence Army. Ed è stato proprio nello stato Kachin, all’estremo Nord del Paese, sul confine con la Cina, che ha reclutato molti dei suoi uomini, tra i giovani arakanesi che lavorano nelle miniere di giada. Sull’altro fronte risorge la militanza islamica con l’Arakan Rohingya Salvation Army, finanziato e addestrato – sostengono l’intelligence indiana e del Bangladesh – da cellule di al-Qaeda e dell’Isis.

Per cosa si combatte

La Birmania è “l’occhio del Buddha”. La definisce così lo storico Thant Myint-U : “Tracciate un cerchio attorno a Mandalay, nel centro della Birmania, con un raggio di circa 700 miglia: racchiude gli stati del Bengala Occidentale e del Bihar in India, le Provincie cinesi dello Yunnan e del Sichuan, nonché il Tibet, mentre a Sud copre la maggior parte del Laos e della Thailandia. Quel cerchio è popolato da circa 600milioni di persone”, scrive nel saggio “Where China Meets India: Burma and the New Crossroads of Asia”. La collocazione strategica del Myanmar lo rende la tessera fondamentale del domino asiatico: per i cinesi è lo sbocco sull’Oceano Indiano, dove sbarca l’80% del greggio e delle commodities indispensabili al suo sviluppo. Per i Paesi del Golfo, sostengono alcuni osservatori, è la connessione tra Indonesia e Bangladesh per allargare la una sfera di influenza islamica in Sudest Asiatico. E’ lo scenario perfetto per alimentare tensioni interne adattandole a interessi esterni. I veri protagonisti sono i signori della guerra che si finanziano col traffico di droga. Vogliono controllare il territorio e cercano nuovi sbocchi. La crisi in Rakhine, ad esempio, con il caos interno e la facilità di reclutare corrieri, ha aperto quello in Bangladesh, dove circa sei milioni di persone sono consumatori delle metanfetamine prodotte nei territori Shan e Kachin. Una pillola scadente di yaba, la droga che fa impazzire, costa meno di una birra. E’ il combustibile dei più poveri.

Quadro generale

Comprendere la Birmania è impossibile se non si considera l’immanenza del Theravada, una delle correnti del buddhismo, diffuso in Birmania, Thailandia, Laos e Cambogia. L’altra è il Mahayana, che abbraccia Tibet, Mongolia, Cina, Giappone e Vietnam. La differenza più profonda sta nel metodo per seguire il Dharma (termine che indica sia le leggi sia il fatto di metterle in pratica) e raggiungere il Nirvana (pace assoluta). Il Mahayana è incentrato sulla dottrina della compassione universale, sulla condizione di Bodhisattva, colui che rinuncia al Nirvana per aiutare l’umanità nel pellegrinaggio che conduce a esso. La meta del Theravada è la salvezza personale. A questo fine, particolare rilevanza è data alla vita monastica, mentre per i laici è importante accumulare meriti facendo donazioni e offerte al Budda e ai monaci. Il che spiega l’affermazione di un missionario cristiano in Myanmar: “Avere il monaco significa avere la coscienza del popolo”.

I Draghi, gli Orchi e i Deva, gli angeli hindubuddisti, sono gli altri personaggi chiave per analizzare le vicende dell’attuale Myanmar. Secondo la leggenda fu l’alleanza tra i loro re, circa 600 anni prima dell’Era Comune, a permettere l’avverarsi della profezia che preconizzava l’avvento del regno dei Pyu, stanziati lungo il corso dell’Ayeyarwady (Irrawaddy), che attraversa la Birmania da Nord a Sud e la collega (a Nordovest) ai bacini del Brahamaputra e del Gange. Più o meno nello stesso periodo, altri regni e popoli vantavano origini divine e legami col Budda. Come gli stessi arakanesi, secondo cui il Buddha sarebbe arrivato in quella regione 2600 anni fa. Fermandosi là dove oggi sono accampati i profughi in fuga dalle vicine zone di scontro tra l’esercito e i ribelli delle formazioni etno-buddiste. In Myanmar, si materializza in modo spesso sanguinoso quel “tribalismo” ormai definito come una categoria geopolitica. Un tribalismo asimmetrico, quindi ancor più soggetto a crisi. Il gruppo predominante, il 68% della popolazione, è quello Bamar, stanziato sul territorio nel IX secolo. Da allora controlla il Paese, prima con la formazione di regni dominanti e in epoca moderna controllando il Governo, l’amministrazione e, soprattutto Tatmadaw, le forze armate. Gli altri 135 gruppi etnici riconosciuti (non sono compresi i Rohingya) costituiscono il 32% degli abitanti e sono stanziati in sette stati etnici. Molti di questi (in particolare lo stato Chin, Kachin, Karen, Arakan, Shan) sono in uno stato di ciclico conflitto con il Governo e hanno costituito gruppi armati più simili a eserciti che non a milizie rivoluzionarie. Le tensioni etniche dunque hanno caratterizzato la storia del Myanmar sin dal 1947, alla vigilia della sua indipendenza. Fu in quell’anno che il generale Aung San (padre della patria e di Aung San Suu Kyi) organizzò la conferenza di pace di Panglong (località nel Sud dello stato Shan) per cercare un accordo tra i maggiori gruppi etnici. Accordo poi vanificato dopo l’assassinio di Aung San, qualche mese più tardi, e osteggiato dai successivi Governi militari che dominarono il Paese dal 1962 e costituirono una vera e propria etnocrazia bamar. Aung San Suu Kyi lo ha riproposto nel maggio 2018, segnando un piccolo passo avanti sul percorso di riconciliazione nazionale poi vanificato con l’accendersi di nuovi fronti. Il tortuoso percorso verso un equilibrio etnico è lo specchio di quella road map verso la democrazia intrapresa nel 2010 col primo Governo “semicivile” e la liberazione di Aung San Suu Kyi, che sembrava aver subito una decisa accelerazione nel 2015 con la schiacciante vittoria della National League alle elezioni. E’ una strada che appare disseminata di trappole: i tre ministeri più importanti, Difesa, Interno e Affari di frontiera, sono riservati ai militari. E la costituzione riserva al comandante in capo di Tatmadaw il diritto di approvare le candidature del Presidente e dei vicepresidenti, nonché quello di sciogliere il Parlamento in caso di pericolo per la sicurezza dello Stato. Nonostante le trappole sul percorso, tuttavia, la Birmania sta cambiando sempre più velocemente. Anche l’uso del nome ha perduto valore politico. “Birmania, Myanmar, chiamala come ti pare. L’importante è che ora posso viverci” dice un blogger che si era rifugiato in Thailandia. “Chiamiamola MineMar”, dice un insegnante d’inglese a Yangon, giocando sulla parola mine: “mia” e “miniera”. Il Myanmar è una miniera di risorse naturali e un mercato di sessanta milioni di persone.