Yemen-Arabia Saudita

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Sono quasi 100mila i morti ormai e la guerra sembra non fermarsi, nell’imbarazzo generale del Mondo. Nello Yemen, lo scontro armato fra insorti Houthi filo iraniani e Arabia Saudita va avanti dal 2015, sempre violento. Le organizzazioni umanitarie internazionali hanno documentato, sino a metà del 2019, 91.600 persone uccise. Solo nei primi sei mesi del 2019, la coalizione araba a guida saudita e sostenuta dagli Usa avrebbe provocato la morte di oltre ottomila civili, tra gli 11.900 uccisi totali. La situazione è, poi, catastrofica dal punto di vista umanitario: sono almeno 22milioni gli esseri umani a rischio fame.

Le soluzioni appaiono lontane. Qualche speranza l’aveva regalata, nel dicembre 2018, un accordo per il cessate il fuoco a Hodeida, città sul mar Rosso di 600mila abitanti. E’ un porto strategico per l’ingresso degli aiuti umanitari. Era stato considerato un primo passo verso la ripresa del negoziato diplomatico, bloccato dal 2016. Non è stato così.

Nell’aprile 2019, Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione in cui si chiede al Presidente Donald Trump di fermare, entro 30 giorni, ogni sostegno degli Stati Uniti alla coalizione saudita nella guerra in Yemen. Per Trump – che ha posto il veto – si è trattato di una specie di affronto: lui sostiene Riyad ad oltranza. Continua a vedere nell’Arabia Saudita l’unico vero baluardo contro il grande nemico, l’Iran.

Sul piano militare, a dispetto dei bombardamenti con aerei o droni, gli insorti Huothi guadagnano terreno. Nei primi mesi del 2019 hanno annunciato di aver conquistato postazioni militari delle forze lealiste sostenute dall’Arabia Saudita. Il loro portavoce, Yahya Sarai, ha detto che gli attacchi a sorpresa sono stati compiuti nella Regione Sud Occidentale di Najran, tra la capitale Sanaa in mano agli Huothi e il porto di
Aden controllato dai lealisti.

Intanto, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato il loro parziale ritiro militare. Partecipano dal 2015 alla Coalizione araba guidata dall’Arabia Saudita contro gli insorti. Fonti militari di Abu Dhabi hanno dichiarato di aver ritirato le truppe dalla base di Kokha, sul Mar Rosso, mentre fonti militari yemenite, vicine al Governo filo-saudita di Aden, riferiscono del ritiro degli Emirati dalla base di Sirwah, nella Regione centrale di Marib e a Ovest della capitale Sanaa. “Siamo passati da un piano basato sull’opzione militare prima di tutto, a uno concentrato sull’opzione negoziale e di pace prima di tutto”, ha detto una fonte militare degli Emirati. Di qui la scelta di sganciarsi.

Per cosa si combatte

Lo Yemen è in una posizione strategica fondamentale. Controlla mezzo stretto di Bab el Mandeb, che collega il Mar Rosso con il Golfo di Aden ed è quindi una via commerciale fondamentale, soprattutto per il petrolio. Inoltre, lo Yemen è considerato uno “Stato fallito”. È diventato per questo il terreno di scontro fra le due potenze regionali: Arabia Saudita e Iran. Non è la prima volta che sauditi e iraniani si confrontano direttamente per mantenere l’influenza in un Paese del Golfo. Lo dimostra l’invasione saudita del Bahrein nel marzo del 2011, durante le proteste della maggioranza sciita contro la monarchia appoggiata dall’Arabia Saudita.

Quadro generale

La guerra fra Yemen e Arabia Saudita è iniziata ufficialmente nella notte fra il 24 e il 25 marzo 2015, quando alcuni aerei dell’Arabia Saudita e di altri Paesi arabi hanno bombardato le postazioni in Yemen dei ribelli sciiti houthi. Questi ultimi, nei mesi precedenti avevano preso il controllo della capitale Sana’a e dell’area Ovest del Paese.

Il tutto era accaduto al termine di lunghi anni di crisi interna. Lo Yemen è il Paese più povero del Medio Oriente. A Nord confina con l’Arabia Saudita, a Oriente con l’Oman. Dal 1962 e fino al 1990 sono esistiti due stati yemeniti: a Nord la Repubblica Araba dello Yemen, governata in maniera autoritaria da Ali Abdullah Saleh, a Sud la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen, governata da un regime marxista. Dopo l’unificazione, le tensioni sono rimaste, con grandi spinte separatiste del Sud. Tra il 2011 e l’inizio del 2012 vi era stato un forte cambiamento politico. Ali Abdullah Saleh, il capo da oltre trent’anni, aveva lasciato il potere. La cosiddetta “Primavera Araba” era arrivata anche lì, guidata proprio dagli Houthi e dagli Islah, vicini ai Fratelli Musulmani.

A sostituire Saleh era stato Abdel Rabbo Monsour Hadi, con una elezione riconosciuta dai Paesi arabi e dall’Occidente. In realtà, Saleh era rimasto vicino al potere, controllando funzionari e militari. Da lì aveva stretto una alleanza con gli Houthi per rimuovere Hadi. Un’alleanza apparsa innaturale: Saleh aveva a lungo perseguitato gli Houthi.

L’avanzata del gruppo sciita era stata inarrestabile. Hadi era stato costretto alla fuga nei primi mesi del 2015. L’influenza dei ribelli – addestrati dalla Guardia Rivoluzionaria Iraniana secondo fonti interne a Teheran – è cresciuta, arrivando a controllare praticamente tutto il Paese.

L’intervento dell’Arabia Saudita era iniziato a quel punto, con bombardamenti massicci. Ufficialmente Riad rispondeva così alle minacce avanzate dagli Houthi, che promettevano di invadere l’Arabia Saudita e di occuparla sino a Riad. In realtà, la ragione della guerra era politica e strategica: per Riad avere al confine Sud una forte popolazione sciita rappresenta una minaccia alla propria sicurezza nazionale. La paura dei sauditi è che la presenza, al confine Sud, di un Paese sciita possa convincere alla ribellione le popolazioni sciite della zona Orientale del Paese.

L’Arabia Saudita ha allora creato una alleanza di Stati sunniti per combattere lo Yemen, trovando l’appoggio dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e dell’Egitto, tornato a politiche interventiste con il Presidente al Sisi. Secondo l’agenzia Reuters, a bombardare il territorio yemenita sono stati per lungo tempo velivoli di Egitto, Marocco, Giordania, Sudan, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, e Bahrain.

Ma la contrapposizione a due, nel tempo, ha visto aggregarsi un terzo attore, con interessi propri: gli Emirati Arabi Uniti, almeno all’inizio del conflitto formalmente alleati all’Arabia Saudita. Con Riad condividono la volontà di tenere a freno le ambizioni di Teheran e dei ribelli yemeniti. Ma le ambizioni di Dubai si scontrano con l’Arabia Saudita. Gli Emirati sostengono i separatisti Meridionali con obiettivi precisi: indebolire i Fratelli Musulmani, rappresentati dal partito Islah. Contrastare Al-Qaeda. Creare una propria area di influenza nel Sud dello Yemen.

Le alleanze sono saltate definitivamente nel 2018, con gli scontri fra sauditi e emiratini nella zona Sud dello Yemen.

A complicare ulteriormente la situazione, è la presenza – storicamente forte – di al-Qaeda (Aqap, chiamata anche al-Qaeda in Yemen), che controlla alcuni territori nel Sud del Paese. È attualmente la divisione più potente di tutta al-Qaeda, autorizzata a compiere attacchi terroristici all’estero, anche in Occidente. Si oppone a tutti: al Presidente Hadi, che aveva collaborato con gli Stati Uniti per attaccare l’organizzazione.

Ai ribelli Houthi, che sono sciiti. Infine si oppone all’Isis yemenita, che attacca le moschee di Sana’a frequentate da sciiti.