Yemen-Arabia Saudita

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il 2020 e il 2021 si profilano già come i due anni più cruciali tra i sei già trascorsi per la risoluzione del conflitto in Yemen e quelli che hanno già definito, almeno nel Sud del Paese, un riequilibrio di forze militari sul terreno e di rappresentanze politiche e tribali nel Governo centrale, sempre per la presidenza di Rabbo Mansour Hadi. Il quadro generale sembra propendere per una futura e breve risoluzione del conflitto sul 2022 con una probabile risuddivisione dello Yemen in Nord e Sud e una ipotesi di federazione sul lungo periodo. Tutto questo non senza una ultima battaglia senza quartiere tra il Governo centrale e gli alleati sauditi contro il Governo non riconosciuto delle tribù houthi al Nord per la conquista del ricco e strategico governatorato del Marib. Se l’Armageddon finale in Yemen si gioca nel Nord, il Sud si è assestato su equilibri mediamente consolidati, attraverso una spartizione di aree di interesse e influenze, risorse e controllo militare del territorio tra il Governo centrale da una parte, sostenuto dai sauditi, e il Governo di Transizione del Sud, nato da una costola del partito separatista storico al-Hirak. Nel 2020 il Governo di Transizione del Sud (Stc), appoggiato militarmente dalle truppe delle tribù del governatorato di Abyan e con la benedizione degli Emirati Arabi Uniti appena ritiratisi dall’area, ha occupato la costa a Sud-est di Aden, stabilendo il suo controllo e la sua supremazia sull’esercito regolare del Governo Hadi.

Questa vittoria de facto ha reso possibile il suo accreditamento presso Riyad e l’entrata, nel dicembre 2020, attraverso un rimpasto, nel Governo Hadi, che ha cambiato un buon numero di Ministri per venire a patti con l’Stc. Sempre più inconsistente, il Governo centrale è riuscito ad ottenere alla fine del 2020 appoggio pieno dall’Amministrazione americana di Trump per indebolire gli houthi al Nord, attraverso il loro inserimento nella lista delle organizzazioni terroristiche mondiali. Ma l’elezione del democratico Joe Biden ha ribaltato lo scenario, annullando il precedente decreto. Gli houthi, esentati dalle sanzioni che impedivano loro movimenti bancari consistenti e ogni relazione con le organizzazioni umanitarie e approfittando della temporanea tregua dei bombardamenti per mano saudita, nel febbraio 2021 hanno contrattaccato militarmente l’esercito regolare nel governatorato del Marib, strategicamente cruciale per la presenza dei più grandi giacimenti di petrolio. Sulla battaglia del Marib, già sanguinosa e potenzialmente lunga, si gioca l’ultimo atto della guerra in Yemen.

Per cosa si combatte

Lo Yemen paga, tra le ragioni del conflitto, la sua posizione profondamente strategica a gomito tra l’Oceano Indiano e il passaggio, attraverso lo Stretto delle Lacrime (Baab al Mandab), verso il Mar Rosso. Chi controlla questo Stretto e il Golfo di Aden controlla di fatto il passaggio dei carichi di idrocarburi dallo Stretto di Hormutz al Canale di Suez. Un bottino appetitoso per tutte le potenze regionali e internazionali (Usa, Uae, Turchia) che negli anni hanno posizionato le loro basi navali sulla sponda opposta, in particolare a Gibuti. L’instabilità dello Yemen è dunque una grande occasione per occupare anche la costa Sud del Paese e avere una posizione privilegiata sul mare, occasione già colta dagli emiratini, che hanno occupato Aden e l’isola di Socotra. Nonostante si tenda a leggere questo conflitto come una guerra per procura, minimizzandone la sua portata locale, lo Yemen resta un terreno di scontro ideale per l’Arabia Saudita e l’Iran. La prima vede nello Yemen il suo potenziale giardino di casa, come l’Iraq lo è per l’Iran; l’Iran ha interesse a impedire che questo scenario si concretizzi e non ostacola l’avanzata degli alleati locali houthi al confine di terra del competitor regionale, anche per testarne, con lancio di droni armati, la vulnerabilità. Entrambe le potenze regionali sono interessate alla conquista del governatorato del Marib, ricco di petrolio, e ai porti della costa yemenita Ovest di Mokha e Hodeida, vicinissimi ai confini di mare sauditi.

Quadro generale

Il conflitto yemenita nasce e si sviluppa nel 2014 con data di inizio convenzionale nella notte tra il 24 e il 25 marzo 2015, quando l’aviazione delle Lega araba a guida saudita iniziò a bombardare la capitale Sana’a. La campagna di guerra “Decisive storm”, che sarebbe dovuta essere breve e chirugica nelle intenzioni formali del Governo centrale yemenita che l’aveva richiesta ai suoi alleati, dura ancora oggi. L’obiettivo sarebbe dovuto essere l’eliminazione manu militari delle milizie sciite houthi che dall’agosto 2014 avevano occupato la capitale Sana’a, defenestrando successivamente il Governo del presidente Rabbo Mansour Hadi, costretto alla fuga.

La realtà dei fatti è che la campagna militare ha contenuto e ridimensionato l’avanzata degli houthi che erano riusciti, grazie anche all’appoggio finanziario e strategi co dell’Iran, ad occupare il Paese fino alla punta Sud, nella città di Aden), ricacciandoli indietro verso Taiz, che è tuttora il loro avamposto meridionale. Ma “Decisive Styorm” non è stata né breve né chirurgica e ha di fatto diviso il Paese in un Nord saldamente in mano agli houthi e in un Sud ancora sotto controllo governativo ma con con molte turbolenze, incertezze e influenze di gruppi separatisti, da al-Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap) fino a una sparuta presenza dello Stato Islamico (Wilaya Sana’a). La situazione attuale dello Yemen è frutto dell’instabilità successiva alla rivoluzione del 2011, quando il partito Islah dei Fratelli Musulmani yemeniti riuscì a incanalare le proteste contro i trentatré anni di dittatura del presidente Ali Abdullah Saleh in una transizione che avrebbe dovuto portare alla redazione di una nuova Costituzione, ad elezioni, a un nuovo Parlamento e a un nuovo Governo.

La Conferenza di Unità Nazionale, che lavorò per diciotto mesi dentro l’albergo Movenpick di Sana’a e che vide intorno al tavolo delegazioni rappresentative di tutte le tribù del Paese, dei partiti, della società civile, dei giovani e delle donne, non riuscì a raggiungere il quorum su tre punti: disarmamento delle tribù; Stato federato; ma soprattutto amnistia per l’ex presidente Ali Abdullah Saleh e per i suoi familiari, esiliati dal Paese, sanzionati, con beni congelati. Ad opporsi furono i due maggiori gruppi separatisti del Nord (gli houthi) e del Sud (al-Hiraki) – coloro che, con il senno di poi, sono stati gli attori locali più attivi e intransigenti di questo conflitto. Gli Houthi non si limitarono a boicottare la Conferenza ma si organizzarono per stipulare un’alleanza di comodo con Saleh che governò al loro fianco finché, nel dicembre 2017, non lo assassinarono.