India

Nel maggio 2019 in India gli elettori hanno dato un secondo mandato di Governo a Narendra Modi, leader del Partito nazionale indiano (Bjp). È un mandato pieno, a maggioranza assoluta. E il trionfo di Narendra Modi è il segno di una svolta profonda ormai avvenuta nella più grande nazione dell’Asia meridionale. Infatti il Bjp è l’espressione politica dell’ideologia detta “hindutva”, o “indu-ità”, l’idea che la cultura hindu sia la sola identità indiana e che abbia diritto di imporre la sua supremazia. Ciò significa negare la realtà di un Paese di un miliardo e 300milioni di persone in cui convive una pluralità di culture, lingue, etnie e minoranze religiose. I musulmani in India sono il 13% degli indiani, poi ci sono cristiani, buddisti, parsi (zoroastriani) e altri: oltre 250milioni di indiani non si identificano come hindu. Gli ideologhi della hindutva li considerano un corpo estraneo.

Nel 2014 Modi ha vinto il suo primo mandato promettendo sviluppo, investimenti e lavoro in una economia “di rango mondiale”, e lasciando volutamente in ombra il discorso identitario; molti così lo votarono scegliendo di ignorare il ruolo che aveva avuto nel 2002, nel pogrom contro i musulmani che fece migliaia di vittime in Gujarat, stato che allora Modi governava.

Del promesso sviluppo in realtà poco si è concretizzato; l’economia anzi ha rallentato (il tasso di crescita del 6,8% nel 2018-19 è il più basso da 5 anni), l’export non decolla, la disoccupazione è al livello più alto e la crisi agraria è al massimo. La “demonetizzazione” lanciata due anni fa non è riuscita nell’intento di colpire l’economia illegale ma ha pesato sui più poveri (cioè la maggioranza degli indiani). Invece, Modi ha dato mano libera all’estremismo “color zafferano”, come le bande di autoproclamatesi “difensori delle mucche” che in nome dei valori hindu hanno attaccato e linciato chi lavora alla macellazione dei bovini (di solito fuoricasta o musulmani), seminando il terrore nelle minoranze. Soprattutto, ha cambiato le regole della politica: delegittimate le istituzioni democratiche (la magistratura, i media, la Banca centrale o la Commissione elettorale), il primo Ministro ha accentrato i poteri come mai prima, anche piazzando uomini delle Rss (movimento paramilitare a cui appartiene lo stesso Modi) alla guida di università e altre istituzioni.

Nella primavera 2019 Narendra Modi ha parlato agli elettori non di sviluppo, ma proprio di hindutva, di “riscattare” la grandezza della “nazione hindu”, aiutato anche dall’ondata nazionalista suscitata da un attentato in febbraio contro l’esercito indiano in Kashmir, lo stato himalayano conteso da India e Pakistan fin dal 1947. E il suo trionfo sancisce che la svolta cominciata cinque anni fa è consolidata; nell’India di Modi il paradigma dominante ormai è quello chiamato “majoritarianism”, governo della maggioranza.

In questo quadro, gli storici conflitti interni all’India sembrano destinati ad acutizzarsi: dalle guerre di casta ai conflitti etnici nel Nordest del paese, alle ribellioni rurali, fino al conflitto armato a bassa intensità che serpeggia nelle zone montagnose più remote di alcuni stati Centro-Settentrionali (Bengala Occidentale, Bihar, Jharkhand, Odisha, Chhattisgarh e Andhra Pradesh). Sono le Regioni dove l’avanzata di miniere e acciaierie ha tolto terra e foreste alle popolazioni native, e di questo si nutre il movimento armato di ispirazione maoista detto anche naxalita. Salvo rari tentativi di dialogo, lo stato indiano ha risposto con la forza, in circolo vizioso di repressione e rivolta. E questo bisognerà aspettarsi anche dall’amministrazione di Narendra Modi, non certo propensa al dialogo: né con i naxaliti né con le minoranze del Nordest, né con le opposizioni, i dissidenti, o i numerosi movimenti sociali che si agitano nel Paese e si preparano a una lunga resistenza. Infine da segnalare l’ennesimo scontro con il Pakistan (vedi scheda Paese) che ha portato nel 2019 le due nazioni nate dal Raj britannico nel 1947 sull’orlo di un altro conflitto.