Israele-Palestina

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Una guerra che non vede la fine quella tra Israele e Palestina.

A complicare la situazione l’insediamento di Donald Trump, dichiaratamente a favore del governo israeliano e che sembra non voglia opporsi all’annunciata ripresa della colonizzazione a Gerusalemme Est, la parte di città occupata nel 1967 dall’esercito israeliano e annessa nel 1980.

La decisione arriva dopo la risoluzione 2334 adottata il 23 dicembre 2016 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che condanna “la costruzione e l’espansione delle colonie”. Mutamenti intanto nello scenario politico palestinese A Mosca, i leader di Al Fatah e Hamas hanno deciso di formare un governo di unità nazionale, che permetterà di convocare le elezioni. L’ultima volta che alle elezioni si sono presentate sia Hamas sia Fatah era il 2006.

Oltre 70 Paesi hanno partecipato all’incontro organizzato dalla Francia per confermare l’impegno della comunità internazionale in favore della soluzione dei due stati, elaborata con gli accordi di Oslo del 1993. La proposta attuale prevede che il territorio tra la Cisgiordania e il Mar Mediterraneo sia diviso in parti uguali tra Israele e Palestina, secondo i confini precedenti alla guerra dei sei giorni del 1967. Il risultato del vertice è stato accolto dai Palestinesi, ma rigettato da Israele e si è concluso semplicemente con un comunicato ufficiale, senza la sigla di alcun documento.

Per cosa si combatte

Due popoli e due Stati: rimane questa la soluzione al conflitto israelo-palestinese perseguita dalle diplomazie internazionali. Da parte palestinese si chiede il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel 1967 (compresa Gerusalemme Est indicata come capitale del futuro Stato Palestinese), il diritto al ritorno per i profughi e lo stop alla costruzione di colonie israeliane, illegali per il diritto internazionale, che minano la continuità territoriale e il controllo delle risorse del futuro Stato. Da parte israeliana, ufficialmente si rivendica il diritto alla propria “sicurezza”, ma di fatto si perseguono gli obiettivi del 1948, ovvero la realizzazione in Palestina di uno Stato ebraico esteso dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.

Quadro generale

Il conflitto israelo-palestinese dura da oltre 60 anni. Momento spartiacque è la fine del mandato britannico, al termine della seconda guerra mondiale. È allora, con il ricordo ancora vivo della Shoah nazista nell’opinione pubblica internazionale, che hanno successo gli sforzi del movimento sionista, nato alla fine dell’Ottocento su iniziativa di Theodor Herzl per dare una patria agli ebrei. Il 29 novembre 1947 una risoluzione dell’Onu accoglie le rivendicazioni del popolo ebraico, assegnandogli il 73% del territorio dell’ex mandato britannico. La decisione viene respinta dai palestinesi e dai Paesi arabi. Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq attaccano il nascente Stato, che però vince la guerra, ampliando il territorio sotto il suo controllo verso la Galilea a Nord e verso il Negev a Sud. Il 14 maggio 1948 nasce ufficialmente lo Stato d’Israele con la “Dichiarazione d’indipendenza” firmata dal primo Ministro David Ben-Gurion. Per i palestinesi si tratta della Nakba (catastrofe): in centinaia di migliaia vengono cacciati dalle proprie case o fuggono, cercando riparo in altri Paesi vicini. Nel 1956, dopo la nazionalizzazione da parte del Cairo del canale di Suez, Israele attacca l’Egitto conquistando Gaza e il Sinai (da cui poi sarà costretto a ritirarsi). Nel maggio del 1967 il Presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, stringe con la Giordania un patto di difesa, che getta le basi per un attacco allo Stato d’Israele. La reazione di Tel Aviv è immediata: nel giugno del 1967 Israele attacca l’Egitto, poi la Giordania e la Siria. È la ‘Guerra dei Sei giorni’, che segna la dura sconfitta degli arabi, e l’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est, alture del Golan (tutt’oggi sotto controllo israeliano) e Sinai (restituito all’Egitto nel 1979). In seguito ci saranno altre guerre: nel 1973 la guerra dello Yom Kippur contro Egitto e Siria e nell’83 con il Libano. È con la “Guerra dei Sei giorni” che la questione israelo-palestinese entra nell’impasse attuale. Nonostante le pressioni internazionali e le numerose risoluzioni dell’Onu, infatti, Israele non si è ancora ritirata dai Territori occupati, e ha cominciato una lenta e costante campagna di colonizzazione che prosegue tuttora. Nel 1987 lo stallo nel conflitto dà origine a una sollevazione popolare contro l’occupazione israeliana, nota coma Intifada (“rivolta”), che inizia nel campo profughi di Jabaliyya ma si estende presto a Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est. La rivolta dura sei anni, durante i quali i palestinesi manifestano e protestano con ogni mezzo, dalla disobbedienza civile agli scioperi generali, fino al lancio di pietre contro i militari. La guerriglia si interrompe grazie agli Accordi di Oslo del 1993, con la stretta di mano tra il primo Ministro israeliano Itzhak Rabin, e Yasser Arafat, storico leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp). Quest’ultimo, a nome del popolo palestinese, riconosce lo Stato di Israele e a sua volta Tel Aviv riconosce l’Olp come rappresentante del popolo palestinese (ruolo che dal 1995 spetterà all’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese). Gli accordi di Oslo si riveleranno però fallimentari e la tensione tornerà alta il 28 settembre del 2000, quando l’allora capo dell’opposizione politica israeliana Ariel Sharon fa una provocatoria passeggiata, con mille uomini armati, sulla Spianata delle Moschee di Gerusalemme. Un gesto simbolico, compiuto in uno dei luoghi più sacri per i musulmani, con cui si rivendicava Gerusalemme come capitale “indivisa” di Israele. È l’inizio della “Seconda Intifada”. Dalla Striscia di Gaza, l’anno successivo, comincia il lancio dei razzi ‘Qassam’ contro Israele. Azione questa che nel corso degli anni porterà Israele ad intervenire più volte nella Striscia al fine di “indebolire la resistenza palestinese”. Con la motivazione di difendersi dagli attentati suicidi palestinesi, Israele nel 2002 prende la decisione di costruire una “barriera di sicurezza” in Cisgiordania, che di fatto sottrae ulteriori territori ai palestinesi, grazie a un tracciato che non segue la Linea verde del 1967 ma entra profondamente in Cisgiordania e circonda alcune delle più popolose colonie, diventate nel frattempo piccole città. La struttura, ribattezzata “muro dell’apartheid”, viene condannata anche dalla Corte internazionale di giustizia. Nel frattempo si rafforzano le tensioni anche nel fronte palestinese, alimentate dalla vittoria di Hamas alle elezioni politiche del gennaio 2006. Gli scontri armati tra le due principali fazioni palestinesi raggiungono il culmine nel giugno 2007 a Gaza, quando si rischia una vera e propria guerra civile. Hamas ha la meglio, dando vita così a una separazione di fatto dei territori palestinesi, con la Striscia di Gaza controllata dal movimento islamico e la Cisgiordania governata da al-Fatah, che controlla l’Anp. Sempre nel giugno 2007, con lo scopo dichiarato di contrastare Hamas, Egitto e Israele impongono un assedio totale su Gaza, tuttora in vigore. Al termine del 2008 Tel Aviv avvia anche una campagna militare contro la Striscia, durata 17 giorni e nota come “Operazione Piombo fuso”. Il bilancio finale dei raid israeliani è di 1305 morti palestinesi e di 5450 feriti.