Israele-Palestina

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La decisione di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme da parte del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con il conseguente riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, ha scatenato una serie di proteste e di malcontento nei territori palestinesi. Che fare con Gerusalemme capitale? Annettere tutti i palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, dando loro la cittadinanza israeliana? Sarebbe una soluzione, ma Israele non la prende in considerazione, anche perché questo significherebbe uno squilibrio demografico che depone a favore degli arabi. Il gesto americano ha gettato nuova benzina sul fuoco, essendo un riconoscimento unilaterale, che va a violare i principi degli Accordi di Oslo, ormai morti e sepolti. Inoltre dimostra come gli Stati Uniti nell’era Trump abbiano adottato una linea filoisraeliana come non mai, e la soluzione dei Due Stati diventa ogni giorno una chimera. Di fronte al “no” palestinese di accettare Gerusalemme come capitale indivisibile dello Stato di Israele, Trump, su consiglio del suo ambasciatore all’Onu Nikky Alley, ha deciso di congelare ogni aiuto che gli Stati Uniti danno ai palestinesi mediante le agenzie delle Nazioni Unite, se non accetteranno i negoziati su Gerusalemme. Inoltre, la data simbolo in cui gli Usa hanno deciso di spostare la loro ambasciata, il 14 maggio 2018, coincide con i 70 anni della nascita dello Stato di Israele. Una decisione, quella di scegliere proprio il 14 maggio, che è stata definita dall’Anp (Autorità Nazionale Palestinese) una “provocazione”. Hamas ha parlato di una “dichiarazione di guerra nei confronti della nazione araba e musulmana”. Una situazione che si inserisce nel delicato contesto in cui Gerusalemme è precipitata. L’estate scorsa un attentato ha scosso la città: tre assalitori hanno sparato a dei poliziotti israeliani che presidiavano uno degli accessi alla Spianata delle Moschee, proprio in un venerdì di preghiera. Due agenti sono morti. Durissima la reazione di Israele che ha disposto una serie di misure che andavano a intaccare lo status quo della Città Vecchia. Il premier Netanyahu ha invocato per gli attentatori la pena di morte. E dopo l’uccisione di due coloni in Cisgiordania è tornata prepotente alla Knesset la discussione sulla pena di morte per i terroristi. A sostenere la legge in particolare il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman, mentre sono critiche le opposizioni e l’intelligence interna che teme effetti controproducenti.

Per cosa si combatte

Quella che viene considerata la “madre di tutte le guerre” ha in nuce il basilare concetto del territorio e della sua amministrazione. Non si tratta, dunque, di una disputa a carattere religioso, anche se a fronteggiarsi sono gli israeliani, prevalentemente ebrei, e i palestinesi, per lo più musulmani. L’unica soluzione al conflitto che le diplomazie internazionali da anni perseguono è quella dei due Popoli e due Stati, ed è considerata l’unica in grado di garantire la pace. Ma un accordo in tal senso è assai complicato poiché le parti in causa non la vedono allo stesso modo. Da parte palestinese si chiede il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati nel 1967 (compresa Gerusalemme Est indicata come capitale del futuro Stato Palestinese), il diritto al ritorno per i profughi e lo stop alla costruzione di colonie israeliane, illegali per il diritto internazionale, che minano la continuità territoriale e il controllo delle risorse del futuro Stato. Ma dal canto suo Israele, in nome della “sicurezza” per il suo popolo, prosegue nella realizzazione degli obiettivi del 1948, gli stessi che hanno portato alla prima guerra arabo-israeliana dopo la creazione dello Stato di Israele: e cioè la costituzione di uno Stato ebraico che vada dal fiume Giordano fino al Mar Mediterraneo. Un progetto meglio noto come la Grande Israele di cui si parla anche nella Bibbia. Quello stesso territorio che i palestinesi, Olp e Hamas insieme, rivendicano come Palestina. Ufficialmente non esiste un confine riconosciuto a livello internazionale tra Israele e Palestina.

Quadro generale

Alla base del conflitto, che dura ormai da 70 anni, c’è il progetto sionista di dare una patria agli ebrei, soprattutto a quelli della diaspora. La dichiarazione di Balfour, che nel 1917 sancisce che il Governo di Londra dichiara di appoggiare una “Patria nazionale ebraica in Palestina”, diede la spinta decisiva alla formazione dello Stato di Israele, che avvenne 30 anni dopo, nel 1947. In particolare è il passaggio in cui la dichiarazione recita “Il Governo di sua maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni”. Al termine della seconda guerra mondiale, dopo che gli ebrei uscirono dalla tragedia dell’Olocausto, nel 1947 una risoluzione dell’Onu accoglie le rivendicazioni del popolo ebraico, assegnandogli il 73% del territorio dell’ex mandato britannico, preludio alla costituzione dello Stato di Israele che avvenne l’anno seguente. Una decisione che portò gli Stati arabi a muovere guerra al nascente Stato di Israele. Palestinesi, Egitto, Siria, Transgiordania, Libano e Iraq subirono una pesante sconfitta e Israele ampliò la sua sovranità anche sulla Galilea a Nord e verso il Negev a Sud. Per i palestinesi il 14 maggio 1948 è il giorno della nakba, cioè della catastrofe che si abbatte sul loro popolo, costretto ad abbandonare le proprie case e rifugiarsi nei campi profughi. Alla prima guerra arabo israeliana ne seguirono altre: nel 1956 quella contro l’Egitto in seguito alla nazionalizzazione del canale di Suez, la terribile guerra dei Sei Giorni nel 1967, che portò all’occupazione militare di Gerusalemme Est, di Gaza, del Sinai e del Golan, e poi nel 1973 la guerra del Kippur. Ma è proprio la guerra del 1967 a incrinare forse in maniera definitiva le possibilità di una pace duratura e a gettare le basi di quella situazione che ancora oggi domina le recrudescenze violente che periodicamente sfociano. I palestinesi, insieme alla comunità internazionale, fanno pressione su Israele affinché si ritorni ai confini precedenti al 1967, richiesta che lo Stato Ebraico rimanda al mittente. L’altro grande problema, che impedisce la realizzazione di uno Stato Palestinese, è l’estrema frammentazione del territorio, sul quale le colonie ebraiche si espandono a macchia di leopardo rendendo praticamente impossibile un collegamento omogeneo tra le varie regioni palestinesi. Da allora a oggi due grandi rivolte palestinesi, nel 1987 e nel 2000, note come prima e seconda Intifada, in seguito alla quale si cominciò a costruire il muro di separazione tra Israele e i Territori Palestinesi, condannato anche dalla Corte Internazionale di Giustizia. Negli ultimi anni qualche tentativo di bollare le violenze che periodicamente esplodono come una nuova intifada, ma il popolo palestinese sembra non aver più né la forza né la voglia di combattere. Complice anche una leadership frammentata e corrotta. Qualche tentativo di pace è stato fatto, su tutti gli Accordi di Oslo del 1993, siglati tra il leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) Yasser Arafat, che riconosce lo Stato di Israele, e il primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, che a sua volta riconosce l’Olp come rappresentante del popolo palestinese (ruolo che dal 1995 spetterà all’Anp, l’Autorità Nazionale Palestinese). Un processo di pace che naufraga definitivamente con gli ultimi sviluppi seguiti alla presidenza Trump in America, ma che viene messo a dura prova già durante la seconda Intifada e nel 2005 quando il primo Ministro israeliano Ariel Sharon decise il ritiro unilaterale di Israele della Striscia di Gaza. A questo seguì due anni dopo l’affermazione a Gaza del movimento islamico palestinese Hamas, che uscì vittorioso dalle elezioni politiche del 2006, e cacciò l’Olp dalla Striscia. Da allora Gaza è isolata e Israele più volte lancia offensive militari per indebolire e sconfiggere Hamas. È stato così nel 2009, con l’Operazione Piombo Fuso, nel 2012 con l’operazione Colonna di Nuvole e nel 2014 con l’operazione Margine di Protezione. Tutte guerre lampo che si sono risolte con un numero altissimo di perdite civili palestinesi, tra cui molti bambini, e quasi nessuna vittima israeliana.