Sudan del Sud

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nuovi caschi blu in arrivo nel Sud Sudan, il più giovane Stato al mondo, nato con un referendum nel 2011 ed ancora molto fragile. Il governo di Juba ha ceduto alle pressioni internazionali e ha accettato l’arrivo di una forza regionale delle Nazioni Unite.

Questo dopo che i sanguinosi combattimenti del luglio 2016, durante i quali si è sfiorata una nuova guerra civile.

I nuovi caschi blu affiancheranno la Minuss, la missione Onu nel Sud Sudan, nata per il “consolidamento della pace” nel Paese nel 2015.

Nel Sud Sudan dal 2013 è in atto una guerra civile tra le fazioni del presidente Salva Kiir e i ribelli del vicepresidente Riek Machar. Gli scontri hanno una forte componente etnica.

Intanto l’Onu ha avviato un’indagine per capire se le forze di pace non sono intervenute per fermare le aggressioni sessuali documentate a Juba durante gli scontri.

La giovane Nazione africana deve ancora fare i conti anche con il Sudan, con il quale si contende il controllo del petrolio e con l’Uganda: qui sono in discussione tratti di confine e nel 2015 sono stati numerosi gli scontri a fuoco fra i due eserciti.

Per cosa si combatte

Alla base del conflitto ci sono divisioni etniche antiche, ma anche l’incapacità del Governo di rispondere ai gravissimi problemi del Sud Sudan.

Quanto alle questioni tribali, fin dall’indipendenza era evidente il venir meno del “collante” che aveva tenuto insieme i diversi gruppi: la lotta al comune nemico Khartoum e la forza carismatica di John Garang. La nascita del nuovo Paese ha fatto emergere fin da subito la volontà dei dinka (l’etnia maggioritaria) di mantenere il controllo del potere. Al punto che non pochi membri degli altri gruppi – specie i nuer – hanno vissuto la supremazia dinka in campo militare e amministrativo quasi come una forza di occupazione.

Del resto, anche la transizione dello Spla da movimento armato di liberazione a partito politico è tutt’altro che terminata, e molti degli amministratori del Paese, a tutti i livelli, devono la propria carica non a competenza o a capacità di gestione politica, ma semplicemente al fatto di essere ex capi del movimento di ribellione. Infine, va sottolineato che il disaccordo fra Kiir e Machar cresceva da tempo, e quest’ultimo aveva reso sempre più esplicita l’intenzione di contrapporsi al presidente in carica alle elezioni del 2015.

Nella fase delicatissima che vivrà il Paese nel 2014, avranno un ruolo cruciale le chiese cristiane del Paese: i leader religiosi, fin da subito, hanno denunciato la strumentalizzazione della questione etnica per scopi di potere: “Quello che è accaduto”, hanno scritto rivolgendosi all’opinione pubblica, “non deve essere descritto come un conflitto etnico. Vi sono piuttosto contrasti politici tra il Sudan People’s Liberation Movement e i leader politici del Sud Sudan”.

Quadro generale

La Repubblica del Sud Sudan è la più giovane nazione africana. È nata ufficialmente il 9 luglio 2011, quando è stata proclamata a Juba, la capitale, l’indipendenza dal Sudan. È il 54° Stato dell’Africa e il 193° delle Nazioni Unite.

La secessione dal regime di Khartoum è stata conquistata col sangue: quasi mezzo secolo di guerre, delle quali l’ultima è durata ben 22 anni: dal 1983 al 2005. Il trattato di pace che ha chiuso il conflitto aveva anche fissato le tappe successive: un periodo di transizione di cinque anni, nei quali il Sud avrebbe goduto di ampia autonomia e il referendum per l’autodeterminazione, svoltosi il 9 gennaio 2011, nel quale il 98,83 per cento dei votanti si è espresso a favore della secessione.

Il neonato Paese africano ha la libertà, ma poco altro. È ancora alle prese con le ferite profonde dei decenni di guerra civile che hanno opposto il Nord arabo e musulmano e il Sud, africano e cristiano-animista, non solo per ragioni religiose ed etniche, ma anche per l’iniqua distribuzione delle ricchezze nazionali e degli investimenti da parte dei governi di Khartoum.

Il conflitto, aggravato da prolungate carestie, ha causato due milioni di morti e quattro di rifugiati e sfollati. Ma anche la distruzione quasi totale delle infrastrutture: scuole, strade, ponti, ospedali.

Oltre alle enormi carenze dello stato sociale, nella sua breve storia il Sud Sudan ha dovuto affrontare diverse crisi umanitarie. La prima delle quali legata al rientro in massa di 350mila sudsudanesi che durante la guerra erano emigrati nelle regioni del Nord e che sono rientrate in patria con l’indipendenza.

Inoltre, nel 2012, erano scoppiati scontri etnici in diverse aree del Paese (proseguiti anche nel 2013), il più grave dei quali aveva provocato migliaia di morti nella Regione del Jonglei, con decine di migliaia di sfollati. Altre emergenze umanitarie si erano verificate nel Sud-Ovest, lungo il confine col Centrafrica a causa delle incursioni del gruppo ribelle del Lra (Esercito di resistenza del Signore). E, ancora, lungo il confine Nord, per via degli scontri fra l’esercito di Khartoum e i gruppi armati del Sud Kordofan e del Blue Nile, due Regioni le cui popolazioni non hanno potuto votare per l’autodeterminazione, pur avendo combattuto con l’Spla (l’Esercito di liberazione del Sud Sudan) la guerra per l’indipendenza, e scegliere di far parte del nuovo Stato meridionale. Gli scontri dei suoi primi due anni di vita avevano già spinto alla fuga oltre 200mila profughi oltre confine.

Quanto alla situazione economica del Paese, dipende totalmente dal petrolio (costituisce il 98% delle entrate delle Stato). L’85% delle riserve di greggio, con la scissione in due del grande Sudan è rimasto al Sud. La capacità di estrazione è di circa 350mila barili al giorno. Ma i soli oleodotti utilizzabili, realizzati prima dell’indipendenza, sono quelli che attraversano il Nord. Il contenzioso sul “diritto di passaggio”, per il quale Khartoum esigeva un prezzo salatissimo, ha portato il Governo del Sud a interrompere le estrazioni, dal gennaio 2012 fino al marzo 2013, quando sono riprese a seguito di un nuovo accordo con Khartoum. Ma quell’anno e più senza introiti del greggio ha precipitato il già poverissimo Paese in una profonda crisi economica, che ha costituito una delle premesse al rigurgito di guerra civile della fine del 2013. Se da un lato la prima metà dell’anno aveva salutato i risultati positivi degli accordi con Khartoum (quello, appunto, sui dazi per l’uso degli oleodotti del Nord; ma anche quello sulla smilitarizzazione del confine per una fascia di 10 km) e della conseguente normalizzazione dei rapporti col governo di Omar El Bashir, sul piano interno il Sud Sudan si è progressivamente avvitato nella crisi politica, sfociata a fine 2013 in scontro armato vero e proprio che ha messo a nudo tutta la fragilità della leadership sudsudanese e degli equilibri tra le diverse etnie, ma anche tra le differenti “anime” dell’Splm (vedi “Gli ultimi sviluppi”).