Irlanda del Nord

Con il 2021, l’Irlanda del Nord è tornata tristemente terreno di scontri: disordini che ricordano i troubles degli anni ’70 e ’80 ma che sono figli di un evento molto più contemporaneo, la Brexit. Si tratta di una violenza in parte annunciata, durante i quattro anni di negoziati che si sono conclusi a dicembre 2020 con la firma del Trattato di commercio e cooperazione tra Ue e Uk e del Protocollo sull’Irlanda del Nord. La firma del Protocollo sull’Irlanda del Nord sigla l’uscita dell’Irlanda del Nord dall’Unione Europea assieme alla madrepatria, ma la sua permanenza nel mercato comune europeo per permettere la prosecuzione del commercio con la Repubblica d’Irlanda. Decisione accolta da Londra perché capace di scongiurare un dramma economico (gli scambi inter-irlandesi costituiscono infatti la fonte principale di sostentamento per la Regione) e politico, visto il timore che i gruppi armati repubblicani come la “Nuova Ira” prendessero di mira il confine irlandese così “irrigidito” nel nome di un’Irlanda da riunificare.

Il confine commerciale, che comporta dunque l’apposizione di dazi e controlli di frontiera, è posto idealmente nel Mare d’Irlanda: costi aggiuntivi si applicano così nel commercio tra Irlanda del Nord e Inghilterra, Scozia o Galles. Una soluzione capace di rispettare l’Accordo di Pace di Belfast del 1998, ma che da contro non piace alla fazione lealista – quella che rivendica con forza l’appartenenza dell’Irlanda del Nord al Regno Unito e la fedeltà alla Corona inglese. Secondo i lealisti, la creazione di un confine (seppur economico) tra Irlanda del Nord e madrepatria rappresenta un tradimento, un segnale di disinteresse di Londra nei confronti di quei territori che i lealisti avevano difeso durante i troubles a fianco dell’esercito britannico. Il messaggio lealista è stato chiaro, inizialmente sotto forma di minaccia in una lettera indirizzata al premier Johnson: se Londra non avesse rinegoziato le condizioni della Brexit, i gruppi armati lealisti avrebbero tolto il proprio supporto all’Accordo di Pace – di fatto cessando di promettere la non belligeranza.

A riaccendere la miccia delle violenze è stato un episodio interpretato dai lealisti come l’ennesimo favoritismo del Governo nordirlandese nei confronti della fazione repubblicana: la scelta del procuratore di Belfast di non mandare a processo i leader del partito nazionalista Sinn Fein, che avevano infranto le norme anti-covid per partecipare al funerale di Bobby Storey, personaggio di spicco dell’Ira del secolo scorso. Nel prendere le strade, i lealisti hanno sfogato contro la polizia la propria frustrazione nei confronti del Governo locale e di Londra, da cui si sentono abbandonati in un momento di straordinaria vulnerabilità – tra la crisi economica dovuta alla Brexit e ai nuovi dazi nel commercio nazionale e la pandemia, che ha colpito gravemente la Regione costringendola a un lock-down più oneroso che nel resto del Paese. Città come Belfast e Derry/Londonderry hanno rivisto scene degli anni ’80, tra autobus in fiamme e lanci di sassi e molotov per settimane di fila: nessuna vittima, ma decine i poliziotti feriti. Ma a preoccupare è soprattutto la partecipazione in massa dei giovanissimi, già radicalizzati e disillusi da Londra e dalle prospettive future. Dopo le dimissioni del Governo di Belfast, ogni Pace ora sembra temporanea: Londra dovrà finalmente fare i conti con il passato mai sanato dell’Irlanda del Nord, e questa volta senza l’aiuto dell’Unione Europea.