Irlanda del Nord

Vent’anni dopo, si sta tornando indietro. Nel 2018 si sono festeggiati i vent’anni dagli Accordi di Pasqua che misero fine ai Troubles, i “Guai” come da queste parti chiamano i trent’anni di guerra fra partigiani della Gran Bretagna – protestanti e appoggiati dalla Regina – e patrioti unionisti – cattolici che chiedevano l’Unione al resto dell’Irlanda. Erano costati 4mila morti e decine di migliaia di incarcerazioni. C’è stato poco da festeggiare, in una tensione crescente e fra riconciliazioni che non ci sono mai state. A rendere di nuovo tesa la situazione è stata la Brexit, il referendum inglese che nel 2017 ha chiesto e ottenuto di far uscire il Regno Unito dall’Unione Europea. La politica interna immediatamente è entrata in una fase disastrosa. Ad inizio 2018, da un anno mancava il Governo, con i negoziati fra partiti a saltare uno dopo l’altro. Proprio per effetto della Brexit, a dominare la scena non più i moderati che avevano portato alla pace di vent’anni prima, ma i “duri” di Sinn Fein da un lato e del Democratic Unionist Party (Dup) dall’altro. Proprio il Dup – partito dei partigiani della Corona – ha conquistato un potere inatteso nel 2017. La premier britannica Theresa May ha indetto elezioni anticipate, nella speranza di rafforzarsi in Parlamento. Calcolo sbagliato: la sua maggioranza si è indebolita, arrivando a dipendere proprio dai dieci parlamentari del Dup, che quindi hanno avuto un potere quasi illimitato. Immediata la richiesta di opporsi a qualsiasi accordo con l’Unione Europea sulla Brexit se dovesse essere messa in gioco la “britannicità” del Nord Irlanda.

È una richiesta pesante, per la Premier. Bruxelles, Londra e Dublino hanno visioni divergenti. Se, infatti, concordano sull’idea di non tornare a controlli di frontiera simili a quelli di vent’anni prima, sul “come” sono distanti anni luce. L’Unione Europea insiste nel dire che per evitare controlli ai 499 chilometri di frontiera – e quindi tensioni sociali e politiche – l’Irlanda del Nord deve continuare a far parte dell’Unione doganale. Il Dup si oppone, rendendosi conto che questa scelta allontanerebbe Belfast da Londra e l’avvicinerebbe a Dublino. La scelta sarà determinante per il futuro dell’Irlanda del Nord, che ne frattempo si sente trattata ancora una volta – lo dicono gli osservatori – come un danno collaterale. Intanto si misurano i possibili danni economici. Sono 35mila, ogni giorno, i frontalieri, l’agricoltura del Nord vive grazie al rapporto con il Sud, che lavora i prodotti. Il 31% dell’export nordirlandese va all’Irlanda e il 27 dell’import nordirlandese viene dal Sud. Vuol dire il transito, ogni anno, di un milione di Tir, un milione e mezzo di furgoni, 12milioni e mezzo di auto.

Numeri importanti e la violenza torna a far paura. Nella seconda metà del 2017, a Belfast si sono fatti risentire i paramilitari lealisti, intimidendo alcune famiglie cattoliche. Qui e là sono state ritrovate rudimentali bombe, tutte disinnescate senza causare vittime. Forse i “Guai” non sono ancora finiti in Irlanda del Nord.