OCCUPIED LAND

Fotografie e testo di Fabio Bucciarelli per l'Atlante delle Guerre

Sarah accarezza sua fratello minore Youssef nella piazza centrale del campo profughi di Nur Shams a Tulkarem.

Da Tulkarem e Gerusalemme Est

Sarah ha filmato tutto con il suo telefono. In piedi alla finestra di casa, con le mani tremanti stringe il dispositivo che ha immortalato la morte di suo fratello Taha, appena quindicenne, abbattuto da tre proiettili sparati dai soldati dell’esercito israeliano: uno alla gamba, uno allo stomaco e uno sotto l’occhio. Le urla disperate di Sarah chiamano suo fratello. Nessuno risponde. Entra nella stanza suo padre Ibrahim che guardando fuori dalla finestra chiede “Chi è il ragazzo ferito?” Senza attendere risposta: “E’ Taha?” prima di scendere di corsa le scale, uscire di casa e tentare di rianimarlo. Il dolore non lascia spazio al pensiero che i prossimi proiettili saranno per lui. Ibrahim viene colpito alla schiena mentre abbraccia suo figlio e morirà dopo quattro mesi di sofferenze in ospedale.

Storie di occupazione come queste sono comuni nel campo profughi di Nur Shams di Tulkarem. Raid, esplosioni e arresti sono sempre più frequenti, mentre la piazza centrale sembra un campo di battaglia, con pneumatici ammassati pronti ad essere incendiati ed edifici collassati diventati rovine. Nur Shams, come gli altri campi della Cisgiordania, non rispecchia l’immagine stereotipata che abbiamo di un campo profughi, con tende ammassate lungo strade sterrate, servizi igienici comuni ed associazioni che distribuiscono beni di prima necessità. Nel 1948, dopo la fondazione dello Stato di Israele e la conseguente guerra vinta contro la Lega araba, oltre 750.000 palestinesi furono espulsi dalle proprie terre. Da allora, ogni anno si commemora la Nakba, catastrofe. Così nacquero i campi profughi, che dopo 75 anni sono diventati veri e propri quartieri, con case fatiscenti aggrappate lungo un crocevia di strade collegate fra loro da scalinate sempre più strette via via che si sale. Tutto si svolge all’ombra di grandi teli neri, tesi tra un edificio e l’altro per nascondersi dai droni israeliani.

Sarah, 18 anni, si trova nella sua casa nel campo profughi di Nur Shams a Tulkarem, nei territori occupati della Cisgiordania. Ha assistito all’omicidio di suo fratello minore Taha, ucciso dai militari dell’IDF durante un raid nel campo profughi. Nella tenda, sono ancora visibili i buchi dei proiettili che hanno colpito la loro casa durante il raid.

Il campo profughi di Nur Shams di Tulkarem. I teli neri servono per nascondere la visibilità ai droni israeliani.

Bandiere della Jihad Islamica collegate tra un edificio e l’altro nel campo di Nur Shams di Tulkarem.

In fondo a una di queste strade dopo l’ennesima scalinata un gruppo di combattenti fa da sentinella. Sono in tre, due dei quali hanno appena raggiunto la maggiore età. Quello meno giovane pulisce il suo fucile mentre gli altri due gli stanno intorno per imparare, appoggiati a un muretto di cemento che porta i segni di esplosioni. Alla nostra vista, arma il fucile e ci viene incontro. Entrambi sapevamo che era scarico ma il suo sguardo sospettoso scruta ogni piega della mia esistenza cercando inutilmente prove che potessero tradirmi, sotto la maglietta e fra l’attrezzatura fotografica. È diventato sempre più comune vedere agenti israeliani in abiti civili, camuffati, addentrarsi per il campo. Il combattente ha le orbite scavate intorno agli occhi neri, porta sul volto il peso di un’esperienza che va ben oltre i suoi ventuno anni. Non mi dice come si chiama e non mi permette di scattare fotografie tranne quella delle bombe a mano artigianali conservate in uno zaino che prima poteva contenere vestiti. La barba serrata lungo il mento gli conferisce determinazione, ma il suo sguardo è rivolto altrove, concentrato su un mondo che non comprendo. Parla a stento, le parole sembrano fuggire dalla sua bocca solo per obbedire a un dovere imposto. Arriva il suo comandante per vedere se va tutto bene: lui non mi guarda, non mi parla; sono solo un’ombra nella sua realtà, un infedele, un intruso in un territorio alieno. Quel vuoto nel suo sguardo, l’ho già visto prima, ad Aleppo, nel 2012 quando la guerra si è incancrenita e la violenza ha generato altra violenza ed estremismo.

Ad oggi, con la guerra a Gaza, gli israeliani hanno ucciso oltre 34.000 palestinesi, molti dei quali donne e bambini, senza considerare i dispersi e coloro che stanno morendo per la mancanza di cure. Mentre l’attacco imminente a Rafah allontana la possibilità di una pace duratura, la tensione continua a crescere in Cisgiordania. Oggi la soluzione dei due stati è un utopia naufragata davanti alla presenza di centinaia di migliaia di coloni israeliani in un territorio non loro. Che destino attende le prossime generazioni, cresciute in un clima di odio e violenza diventato oramai endemico? Qual è il futuro riservato a chi cresce in un territorio occupato che facilmente avrà anche perso un fratello, un famigliare, un amico? Cosa sarà del tuo domani se, a 15 anni, ti ritrovi a pregare sulla tomba di un amico ucciso, sognando di fare miliziano e, se la fortuna sarà dalla tua parte, diventare un martire?

Una bambina nel campo profughi di Nur Shams di Tulkarem durante la festa dell’ Eid.

Yuki 18, insieme a sua madre nella loro casa nel capo profughi di Nur Shams, Tulkarem. Yuki è stato ferito alla gamba, poi amputata, da un proiettile israeliano.

Una donna guarda dalla finestra di casa sua nei campo profughi d Nur Shams, Tulkarem. Durante un raid, il terrazzo di casa sua è stato distrutto da un mezzo blindato israeliano.

Bombe a mano artigianali dei combattenti di Nur Shams, Tulkarem.

Silwan è un quartiere di Gerusalemme Est, uno dei luoghi maggiormente colpiti dalle politiche di espansione coloniale israeliana. La famiglia di Jmailat Al Raibi vive lì da generazioni e quello che ho imparato nel tempo trascorso insieme è che non abbandonerà mai la propria casa, o ciò che ne rimane, dopo che gli artigli metallici delle gru israeliane ne hanno strappato via i muri. “Ci hanno offerto milioni di euro per il terreno, ma abbiamo rifiutato. Poi, nel cuore della notte, sono arrivate le ruspe con i militari, ci hanno svegliato e dato un’ora per raccogliere le nostre cose e andare via”. Loro distruggono, e noi ricostruiamo.” Da allora è in corso una battaglia legale: hanno venduto tutto ciò che avevano per pagare l’avvocato e ricostruire i mattoni del loro vissuto. Mentre Jmailat parla, nella sala da pranzo, una televisione è in bilico tra due sedie di plastica grigia nascoste da un tendaggio rosso. Sul canale qatariota Al-Jazeera, Hassan Nasrallah, leader religioso e segretario generale di Hezbollah, trasmette il suo discorso, urlando l’ira e la frustrazione del suo popolo davanti alle telecamere. Nella stanza insieme a Nasrallah e a Jmailat, due delle sue nipoti imparano la storia del loro popolo.

Jmailat Al Rajabi, insieme alla sua famiglia nella loro casa nel quartiere di Silwan, a Gerusalemme Est. La loro abitazione è stata parzialmente demolita dall’esercito israeliano.

Quartiere di Silwan a Gerusalemme est.

Jmailat Al Raibi con due delle sue nipoti, nella loro casa a Silwan, Gerusalemme est.

Oggi è l’ultimo giorno di Eid, la festa che segue il mese sacro del Ramadan, il fumo del Maqluba, appena rovesciato si diffonde e avvolge l’atmosfera. È un rituale antico di ospitalità e condivisione, ma anche un atto di resistenza. Il Maqluba è un piatto del Levante, composto da riso, verdure, pollo, ceci e spezie, cotti insieme in una pentola e poi capovolti nel vassoio di portata: porta con sé il nome e l’affermazione dell’identità palestinese in un contesto di occupazione. Anche Sarah e la sua famiglia è pronta a servire il Maqluba, nonostante il primo Ramadan trascorso senza Taha e Ibrahim.“Il giorno dopo che hanno ucciso mio fratello e ferito a morte mio padre”, continua Sarah, “I soldati dell’IDF hanno profanato la nostra casa, trasformandola in un avamposto della loro occupazione. Ci hanno costretto a rimanere testimoni della nostra umiliazione, proprio qui, dove ora ci troviamo.” Insieme a sua sorella Fatima si alza ed insieme mi mostrano la foto di loro padre con il volto giovane avvolto in una kefir bianca e sorretta da un agal nero, prima di procedere in un’altra ala della casa attraverso una porta scavata nella parete “Qui hanno piazzato le postazioni dei cecchini, hanno distrutto il muro: l’abbiamo ricostruito, ma si vede ancora.” Una macchia di stucco ricopre i buchi dove si poggiavano i fucili di precisione.

Davanti alla loro casa, proprio nel punto esatto in cui Taha è stato ucciso da armi vere, decine di bambini giocano alla guerra, brandendo fucili giocattolo ed indossando bandane della Jihad Islamica, alimentando sogni di eroismo e sacrificio. A poche centinaia di metri, nel cimitero del campo, Yasan Fahmawe prega silenziosamente davanti alla tomba di suo figlio di cui gli rimane il ricordo ed il nome rimane scolpito nella pietra, ucciso insieme ad altre cinque persone della sua famiglia da un drone israeliano.

Bambini giocano alla guerra con armi giocattolo durante la festa dell Eid nel campo profughi di Nur Shams a Tulkamen.

La vita nei territori occupati finisce presto. E’ arrivato anche per noi il momento di salutare e tornare indietro verso Gerusalemme. Con il calare del sole le strade spesso cambiano, rendendo incerto il ritorno. Quando i soldati israeliani bloccano il cammino, ai check point si crea una coda interminabile fino a quando decine di macchine cercano un passaggio alternativo: giornate perse rincorrendo un obiettivo che di continuo viene spostato. Anche questo fa parte della strategia di oppressione alla quale devono sottostare quotidianamente coloro che vivono nei territori occupati: la frammentazione della rete logistica e la rottura delle comunicazioni favoriscono il controllo e ostacolano l’unità.

Il giorno dopo, l’Iran ha sferrato il primo attacco diretto contro Israele con 320 ordigni, tra cui 170 droni, 30 missili da crociera e 120 missili balistici, in risposta al bombardamento israeliano dell’ambasciata iraniana a Damasco. La settimana successiva, le Forze di Difesa Israeliane hanno condotto uno dei più violenti raid nel campo profughi di Nur Shams, causando la morte di almeno quattordici persone. I semi del conflitto sono germogliati e si stanno rapidamente diffondendo in tutta la regione; solo un imminente cessate il fuoco a Gaza potrebbe evitare la catastrofe.

Lion Gate dopo la preghiera dell’ultimo venerdì di Ramadan.

Scontri tra fedeli musulmani e militarti dell’esercito israeliano, fuori dalla maschera di Al-Aqsa, Gerusalemme, prima della preghiera dell’ultimo venerdì di Ramadan.

Una parte del cimitero di Tulkarem è dedicato ai martiri. Un ragazzo piange sulla tomba di un suo amico ucciso durante un raid israeliano.

Fabio Bucciarelli è un fotografo e giornalista italiano. I suoi lavori in territori di conflitto sono stati riconosciuti dai più prestigiosi premi internazionali fra i quali The Robert Capa Gold Medal e dieci Pictures of The Year International. Collabora con l’Atlante delle Guerre dalla sua fondazione. E’ direttore artistico del premio WARS ed è Canon ambassador.

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