Sittwe: un ghetto per i Rohingya del Myanmar

Foto di Svetva Portecali e testi di Emanuele Giordana
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Prologo

In Myanmar una sorta di congiura del silenzio avalla il genocidio silenzioso di una comunità musulmana espulsa nel 2012 dalla sua città. Questo reportage risale al mese di agosto del 2020 quando ancora si poteva andare liberamente nella città di Sittwe, capitale dello Stato orientale del Rakhine, cuore dell’espulsione dei Rohingya birmani dal Paese. In seguito l’accesso alla regione è stato chiuso per motivi sanitari. Era comunque vietato anche questa estate uscire dal perimetro di Sittwe, tanto meno visitare campi profughi e il ghetto della città dove restano confinati 4mila degli 80mila rohingya di Sittwe. Il testo è di Emanuele Giordana. Le fotografie sono di Svetva Portecali: illustrano le rovine di templi e abitazioni musulmane e l’ingresso del ghetto della città cui fan seguito immagini varie della capitale del Rakhine.

Sittwe (Stato del Rakhine) – La capitale del Rakhine, lo Stato birmano da cui tra il 2012 e il 2017 almeno 850mila musulmani rohingya sono stati obbligati a fuggire da una sistematica persecuzione, sembra una città tranquilla e invitante. Il lungomare porta e un belvedere affacciato da una parte sul Golfo del Bengala e dall’altra sul delta di un grande fiume limaccioso che confonde le sue acque con quelle del Mar delle Andamane. Lungo la passeggiata, coppiette mano nelle mano, bambini festosi e giovani che si allenano. Sulla spiaggia, qualche surfista occidentale e giovani allegri che nuotano su pneumatici gonfiati come enormi salvagenti. Sul bagnasciuga, decine di baracchini con birra, gamberi arrostiti, piacevolezze da week end e sorrisi. Sullo sfondo, pagode ristrutturate con lamine dorate.

Nel cuore della città vecchia però si respira tutt’altra aria. Se l’occhio va oltre l’alto muro di cinta che circonda un’antica costruzione ottocentesca, la grande moschea di Sittwe – piccolo gioiello d’arte islamica con suggestioni mogul – è ora un ammasso di rovine. La struttura esterna ha resistito ma dentro tutto è devastato. Le piante si arrampicano rapide lungo i muri sbrecciati, corrosi dall’umidità e dall’incuria. E se dimenticare è difficile, alla natura bastano otto anni per cominciare a ripigliarsi ciò che era suo. Succede lo stesso per altri luoghi di culto islamici della città ed è accaduto anche a monasteri e templi buddisti, seppur in maniera minore. Non lontano dalla moschea si apre il ghetto islamico. Non ci si può entrare e non ci si può uscire. Quanti sono? Adesso 4mila, il 5% dei musulmani che vivevano a Sittwe. Come sopravvivono? E’ un altro mistero di una città divisa da una guerra per bande scoppiata nel 2012 che, nel giro di qualche mese, ha chiuso un bilancio per il solo Rakhine – dice un rapporto del 2013 di Pysichians for Human Rights – di almeno 280 morti, circa 135mila sfollati e la distruzione di oltre 10mila abitazioni, decine di moschee, madrase e monasteri.

Se buddisti, cristiani e musulmani rohingya (una comunità di lingua bengalo-assamese e indo-ariana che vive qui da secoli) convivevano più o meno pacificamente, al netto di qualche ricorrente dissidio, nel 2012 uno stupro mortale di cui sono accusati tre musulmani scatena il caos. Un autobus viene assalito e vengono giustiziati dieci rohingya. Parte la caccia all’uomo dalle due parti ma con due grossi svantaggi per la comunità islamica: sono minoranza in un Paese devoto a Budda il compassionevole e l’esercito chiude un occhio. Un occhio lo chiudono anche le autorità religiose buddiste che solo in seguito prenderanno le distanze dal movimento “969” del monaco oltranzista Ashin Wirathu, i cui infiammati sermoni istigano all’odio e alla violenza etnico religiosa. Una violenza che si espande in decine di siti in tutto il Paese – Meiktila, Yamethin, Mandalay – ma che ha il suo fulcro nel Rakhine, a Sittwe, dove i musulmani vengono “evacuati” nei campi sfollati fuori dalla capitale.

Il pogrom anti musulmano si ripete cinque anni dopo, nel 2017, quando un gruppo islamico (Arakan Rohingya Salvation Army – Arsa) attacca alcuni siti delle forze di sicurezza birmane nel Rakhine. E’ la loro risposta al 2012, ma per l’esercito birmano – conosciuto come Tatmadaw – è l’occasione per far piazza pulita. Nel giro di un mese quasi 700mila rohingya scappano in Bangladesh a ingrossare le fila nei campi profughi oltre confine. Presto se ne aggiungono altri. Il Myanmar non è più casa loro: per Naypyidaw sono bengalesi immigrati, quindi clandestini, senza diritto a un documento. La parola rohingya è bandita dal vocabolario in quella che diventa la prima grande operazione di pulizia etnica del XXI secolo che si consuma, dopo 50 anni di governo militare, all’ombra del primo esecutivo civile con a capo un premio Nobel, la signora Aung San Suu Kyi. Poi, tra le fine 2018 e l’inizio del 2019, per Tatmadaw appare un’altra sfida: l’Arakan Army, autonomisti arakanesi per lo più buddisti e armati. Sono nati nel 2009 e sono attivi dal 2015 ma questa volta fanno sul serio. Non sono gli straccioni armati di machete e moschetto dell’Arsa. Una nuova guerra si riaccende tra le pianure del Rakhine e le montagne dello Stato Chin, dove l’AA mantiene le sue basi operative.

A fine 2019 il più recente aggiornamento dell’Ufficio Onu per gli affari umanitari (Ocha) diceva che circa la metà della popolazione sfollata in Myanmar a causa di conflitti vive nello Stato del Rakhine. Numeri che crescono e che l’Unhcr stimava nel 2019 a oltre 700mila persone “prese in carico” a diverso titolo, tra cui 600mila rohingya, ciò che resta di quella comunità. La condizione in cui vivono gli sfollati nei campi è di estrema vulnerabilità: persistenza dei conflitti armati, apolidia, restrizioni di movimento, malnutrizione, malattie. Le agenzie umanitarie fanno quel che possono ma “l’accesso ai campi sfollati viene impedito dall’esercito a qualunque straniero. Possiamo arrivarci – dice il funzionario di un’organizzazione internazionale che chiede l’anonimato – solo con personale locale”. C’è una diffusa reticenza a parlare coi reporter da parte delle varie strutture internazionali presenti a Sittwe, sia Onu sia Ong. Probabilmente è dovuta sia al fatto che nel 2014 ci fu una vera e propria sollevazione contro gli internazionali ritenuti pro-rohingya, sia a un episodio dell’aprile di quest’anno, quando è stato ucciso nel Rakhine un autista dell’Oms. Nessuno se la sente di parlare con un giornalista, nemmeno off the record. “Argomento troppo sensibile”, è la vaga risposta quando una risposta viene data. Argomento scomodo, viene invece da dire.

A Yangon un funzionario Onu accetta di parlare ma sempre anonimamente: “La situazione si è molto complicata dal 2019: in termini di flussi, stiamo parlando di 70 nuovi siti che è difficile chiamare “campi” con 45mila sfollati che nei primi sei mesi del 2020 sono raddoppiati: 150 siti con un totale di 90mila sfollati. In queste aree del Rakhine il nostro lavoro è ostacolato da una burocrazia di permessi che comincia col governo ma finisce con i militari. E il Western Comand, che controlla l’area, ha sempre l’ultima parola. Per il personale non birmano l’accesso è praticamente impossibile e anche per i locali non è facile: ci sono cinque livelli da superare per avere un permesso nelle aree off limits salvo che il primo check point non ti rispedisca indietro. L’accesso è migliore nelle aree urbane ma in quelle rurali – nelle zone di Paletwa, Rathedaung e Buthidaung – non c’è niente da fare. Il mantra è “sicurezza” cui si sono aggiunte – conclude – le restrizioni del Covid”. E’ abbastanza chiaro che non è molto piacevole dover ammettere di non aver quasi nessuna capacità di controllo su un’emergenza umanitaria che richiede comunque una spesa di circa 150 milioni di dollari l’anno. E’ possibile solo un monitoraggio a distanza che lascia libero Tatmadaw di controllare la situazione e la segregazione. Va aggiunto poi che, al di fuori di Sittwe, la regione è da oltre un anno isolata da Internet. Impossibile dunque persino comunicare, figurarsi controllare.

Ottenere i dati è complesso e la statistica non è di casa nel Rakhine. E’ difficile sapere con certezza le variazioni demografiche di Sittwe, l’unico posto che uno straniero possa raggiungere. In aereo. La città è sigillata e non si può uscire perché attorno si spara e “a volte in città scoppia qualche bomba”, confida una fonte locale. L’Arakan Army è più vicino di quanto non si pensi e nel primo quadrimestre del 2020 ha messo a bilancio oltre 80 azioni armate al mese. A inizio agosto ci sono stati scontri con vittime tra Tatmadaw e l’AA nelle città di Rathedaung e Buthidaung, a Nord di Sittwe e, a fine luglio, due raid aerei dell’esercito birmano hanno bombardato l’area tra Kyauktaw e Mrauk U – a circa 150 chilometri Est da Sittwe per rispondere a un attacco dell’AA. Il giorno dopo l’episodio, vediamo una colonna di camion trasporto truppe attraversare la capitale: una cinquantina di soldati per camion, usciti da una delle tante caserme di Sittwe. La zona degli scontro di luglio dista una sessantina di chilometri in linea d’aria dal territorio di Paletwa, nello Stato Chin, dove sono intrappolati dai continui scontri armati migliaia di civili. E’ il secondo fronte della guerra nei due “Stati caldi” dove il negoziato di pace tra Naypyidaw e gli eserciti armati degli Stati periferici birmani (l’ultimo vertice si è tenuto in agosto nella capitale) non funziona. Con le fazioni che hanno firmato o firmeranno l’accordo di cessate il fuoco (17 in totale) c’è tutt’al più qualche scaramuccia. Nel Chin e nel Rakhine non si discute. Si spara. Quotidianamente.

Una fonte locale confida che “la guerra è purtroppo una realtà quotidiana anche nelle aree di Myay Bon e di Min Bya”, sempre a Est di Sittwe, dove “si combatte tutti i giorni” A Nord della capitale è forse ancora peggio: a giugno “la situazione della sicurezza nelle aree settentrionali dello Stato Rakhine rimane instabile, con continui combattimenti e una maggiore presenza di forze di sicurezza nel distretto di Rathedaung – scrive un rapporto Onu – tuttavia i numeri sono difficili da verificare a causa della fluidità della crisi (e) l’accesso per valutare e rispondere ai bisogni rimane una sfida, in particolare nelle zone rurali”. Quasi 3mila persone avrebbero lasciato la zona. Se il controllo sugli aiuti è difficile, quello sulle attività di Tatmadaw lo è ancora di più: “Molto semplice: bruciano tutto, passano coi bulldozer e dopo qualche settimana la foresta ricopre tutto”, sostiene un’altra fonte a Yangon. Lo confermano le riprese satellitari che Amnesty o Human Right Watch fanno ciclicamente per monitorare, dal 2017, cosa succede da queste parti dove è facile sparire senza che se ne sappia più nulla.

All’ingresso di Aung Mingalar o “Ambala”, com’è conosciuto il quartiere musulmano di Sittwe, i gabbiotti azzurri della polizia presidiano mucchi di spazzatura e impediscono che ci si avvicini a un’area in cui non è permesso entrare e da cui non è permesso uscire. Se ti avvicini sbuca un poliziotto: “Via, via. Chiuso!”. In questo lager a cielo aperto col titolo di quartiere “vivono circa 4mila persone”, sostiene Nay San Lwin, cofondatore della Free Rohingya Coalition: “Solo pochi di loro – dice – possono uscire dal quartiere per fare spesa ogni due settimane. Sorvegliati dalla polizia”. Molte case musulmane sono semplicemente abbandonate, altre sono diventate caserme o aree di rispetto interdette. Le moschee sono chiuse. In una settimana a Sittwe incontriamo non più di tre quattro donne con l’hijab e quando ci imbattiamo in un gruppetto di ragazzi dai tratti somatici indiani, specificano subito di essere “indostani”, vale a dire non rohingya. Nel Nord Rakhine tre abitanti su dieci erano fedeli del Profeta ma adesso la bilancia etnico-religiosa è cambiata. Con la fuga di quasi un milione di rohingya negli ultimi anni, i pochi che restano sono praticamente prigionieri. A Sittwe o nei campi sfollati. Chi non ci vive si sente comunque in pericolo. Se l’è cavata meglio la piccola minoranza musulmana del Rakhine nota come Kaman, riconosciuta tra le 135 nazionalità ufficiali (da cui i Rohingya sono esclusi). Ma quando molti di loro sono partiti per Yangon, un ex ministro vicino ai militari si è opposto al provvedimento che consentiva il trasferimento sostenendo che così si esportava il “cancro nella parte sana del Paese”. Questo è il clima. E se per contare i musulmani rimasti nel Rakhine l’operazione è incerta, qualche dato comunque illumina quantomeno la loro discriminazione: il numero di trattamenti all’ospedale generale di Sittwe nel periodo settembre-dicembre 2019, segna a bilancio 26.046 interventi per “razze nazionali” contro 814 per “musulmani”. Con una divisione razziale dei pazienti che, da sola, messa nero su bianco, mette i brividi.

Il Myanmar – ha scritto International Crisis Group nel suo ultimo rapporto sul Rakhine (giugno 2020) – “ha sviluppato una strategia legale per difendersi dalle accuse di genocidio (per il dossier rohingya ndr) alla Corte internazionale di giustizia. Ma sembra non avere una più ampia strategia per risolvere la crisi di fondo… dovrà riconoscere che il conflitto con l’AA e la crisi dei Rohingya sono collegati, ed entrambi devono essere affrontati per stabilizzare il Rakhine…Senza fine al conflitto con l’AA, il rimpatrio volontario dei Rohingya (dal Bangladesh ndr) è inconcepibile. Inoltre, qualsiasi progresso sostenibile nel miglioramento della vita dei Rohingya richiede una consultazione con la popolazione del Rakhine per ottenere il suo via libera. Eppure nel contesto attuale, l’impegno a livello politico tra il governo e il popolo del Rakhine – conclude Ics – è del tutto assente”.

A Sittwe, mentre sul lungomare si gustano calamari e gamberoni, si consuma in sostanza un genocidio silenzioso dove i killer nei lager a cielo aperto sono anonimi: fame, malattie, depressione, prigionia. E il tempo. Lo sterminio attraverso un lento, silenzioso stillicidio di quel che rimane di una comunità.

Biografia

Svetva Portecali ed Emanuele Giordana si conoscono da diversi anni, da quando hanno condiviso il lavoro in Afghanistan negli anni seguiti alla cacciata dei Talebani e segnati dall’intervento internazionale. Svetva è una fotoreporter free lance ed Emanuele è il direttore editoriale di questo sito per cui svolge anche la mansione di corrispondente regionale dal Sudest asiatico dove passa diversi mesi all’anno. Si sono reincontrati a Yangon quasi per caso l’anno scorso ed entrambi volevano raggiungere Sittwe per rendersi conto della situazione in cui vive la minoranza rohingya o quanto rimane di lei. Pur con tutte le limitazioni, Svetva è riuscita a documentare l’ultimo pezzo di storia della città mentre Emanuele – a fronte di una diffusa reticenza dei suoi interlocutori nell’affrontare l’argomento – ha cercato di capire come vivono i 4mila rohingya rinchiusi a Sittwe e le altre decine di migliaia costrette a sopravvivere nei campi allestiti alla periferia della città: a dieci chilometri dalle loro case, templi, giardini a cui non potranno forse far mai più far ritorno.