Afghanistan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La guerra continua e non è mai finita in Afghanistan. Gli attentati dei taliban e del gruppo autoproclamatosi Stato islamico (is), assieme ai bombardamenti con i droni e con gli aerei statunitensi, hanno causato nei primi sei mesi del 2016 più di cinquemila tra morti e persone mutilate. Dal 2001 al 2016 la guerra ha provocato la morte di oltre 110mila persone, tra cui 31mila civili. Sono 2,7 milioni, invece, le persone che negli ultimi quindici anni hanno lasciato il Paese, mentre i profughi interni sono circa un milione.

Dal gennaio del 2017 oltre diecimila militari – compresi soldati italiani – sono concentrati nel nord del Paese, alla frontiera con il Tagikistan. A riferire di una presenza alla frontiera afghano-tagika di militanti dei talebani afghani, del movimento islamico dell’Uzbkistan e del Jamaat Ansarullah tagiko è stato lo stesso ministro dell’Interno del Tagikistan.

Intanto la missione ‘Resolute Support’ della Nato (che conta oltre diecimila uomini, perlopiù statunitensi) prosegue nel proprio ruolo di addestramento, consulenza e assistenza alle forze di sicurezza afghane.

Le forze di sicurezza afghane hanno realizzato due operazioni contro gli insorti nelle province di Nimroz, a sud, e Badakhshan, a nord.

I talebani controllano ancora una buona fetta dei distretti afghani e a complicare la situazione c’è stata l’avanzata del cosiddetto Stato islamico, che ha creato un nuovo fronte tra le forze di opposizione al debole governo centrale.

Per cosa si combatte

Per cosa si combatte?

È una domanda che molto spesso è stata rivolta dall’opinione pubblica ai Governi dei Paesi impegnati in una guerra (l’ultima in ordine di tempo) che ha ormai superato il decennio e nata come una sorta di vendetta statunitense dopo l’11 settembre. Alcuni analisti hanno proposto la chiave delle risorse, ma l’Afghanistan non ha petrolio e riserve limitate di gas e può essere bypassato da oleodotti e gasdotti che provengono da altrove. Possiede un immenso giacimento di minerali già noto ai sovietici – dal rame al carbone – che resta però di difficile estrazione benché, negli ultimi anni, questo mercato sia in espansione e tenuto sotto controllo soprattutto dalla Cina. La chiave geopolitica continua a reggere (territorio di “profondità strategica” per il Pakistan in caso di guerra con l’India, snodo tra Asia centrale, Medio Oriente e subcontinente indiano) ma molte altre se ne aggiungono: quella ad esempio che un fallimento afgano sarebbe un fallimento per la Nato o il rischio di lasciare che l’Afghanistan diventi una nuova Somalia, buco nero per narcotrafficanti, integralisti, contrabbandieri. Quel che va considerato è che il Paese è in guerra da trent’anni e i motivi per continuare il conflitto continuano a cambiare favorendo la sopravvivenza di eserciti privati e un’abitudine mentale a risolvere i contenziosi con la spada. Non di meno il desiderio di pace è fortissimo tra gli afgani e forse un negoziato potrebbe, dopo sei lustri, trovare terreno fertile anche se si investe troppo poco sulla società civile.

Quadro generale

L’Afghanistan è una repubblica islamica presidenziale con una superficie di oltre 650mila km² e una popolazione stimata a circa 30milioni di abitanti. Le lingue ufficiali del Paese sono il Dari e il Pashto, con la presenza di molte lingue minori parlate dalle diverse comunità afgane (uzbeco, turcmeno etc). Dal momento che nel Paese non si effettuano più censimenti accurati da diversi decenni, non vi sono informazioni precise sulla composizione numerica delle varie componenti della popolazione, divisa tra Pashtun, Tagiki, Hazara, Uzbechi, Aimak, Turkmeni, Baluchi e altre minoranze tra cui i nomadi Kuchi. La religione ufficiale è l’Islam (sunniti 80%, sciiti 19%, altro l’1% ). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il tasso di mortalità infantile sotto i cinque anni è stimato a 147 morti ogni 1000 nati vivi (era di 209 nel 1990) e resta comunque tra i più elevati al mondo: la decrescita dei valori è avvenuta grazie all’attuazione del pacchetto base di servizi sanitari diffuso dal 2003. L’aspettativa di vita complessiva è cresciuta a 48 anni. Il divario città campagna resta enorme: in queste ultime ad esempio, l’accesso all’acqua potabile è del 39% mentre in zona urbana è del 78%. In compenso una persona su due possiede un telefono cellulare. Oltre 1milione e 200mila persone usano internet. L’economia afgana è largamente dominata dal settore primario, seguito da quello dei servizi e dell’industria ma l’Afghanistan è anche il maggior produttore mondiale di oppio, con circa il 90% della produzione totale del pianeta. Quella legata alla coltivazione del papavero da oppio è un’economia diffusa capillarmente in modo particolare nelle zone Sud-Orientali del Paese e, secondo alcune fonti, equivarrebbe a metà dei proventi derivati dell’export legale. L’economia è “drogata” anche da altri fattori: l’aiuto esterno è infatti pari al 90% del Pnl. Secondo l’Ufficio del lavoro di Ginevra (Ilo), gran parte della ricchezza nazionale proviene dal settore economico informale-tradizionale, largamente dominato dall’agricoltura (che occupa il 59% degli afgani) cui si è aggiunto un dinamico settore di nuovi servizi (che occupano il 24,6% degli afgani contro il 12,5% del settore manifatturiero) che è però in contrazione, essendo legato alla presenza straniera. Con un ingresso nel mercato del lavoro di circa 400mila giovani ogni anno, la maggior parte dell’occupazione che il Paese è in grado di offrire è comunque nel settore informale, quello cioè che non fornisce garanzie di futuro e protezioni assicurative. Se dunque il tasso di disoccupazione è relativamente basso (7,1%, ossia circa 823mila persone sopra i 15 anni su una stima di una massa di forza lavoro nel 2012 di 11,5milioni di afgani) la gran parte dei lavoratori è sotto-impiegata o impiegata in lavori precari e saltuari. Sei afgani su dieci, occupati nel settore primario, lavorano in condizioni di mera sussistenza. La forza lavoro del settore manifatturiero è stimata a solo mezzo milione di afgani e tutte le altre occasioni di occupazione, concentrate nelle aree urbane, dipendono sia dall’offerta di lavori precari o stagionali (come avviene nell’edilizia) o da servizi di vario tipo, molti dei quali – quelli che garantiscono un miglior salario – legati alla presenza straniera e alle diverse forme di aiuto che vengono progressivamente meno con la riduzione dell’impegno militare e della cooperazione internazionale.

Nonostante gli sforzi nel settore dell’istruzione, il tasso di alfabetizzazione è tra i più bassi del mondo (0,354 Education Index Undp 2011. Italia: 0,965) e colpisce in particolare le donne. L’Afghanistan è infatti ancora compreso nella categoria Least Developed Country (Ldc), Paesi che presentano i più bassi indicatori di sviluppo socio economico nella tabella sullo sviluppo umano dell’Undp.