Afghanistan

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Il 2018 è iniziato con due attacchi violentissimi in gennaio nella capitale rivendicati dai talebani: il primo all’Hotel Intercontinental, residenza di molti stranieri in visita, che si è concluso dopo 15 ore di assedio con un bilancio di 22 morti. Il secondo, l’esplosione di un’ambulanza che portava esplosivo e che ha ucciso oltre 100 persone nel pieno centro della città. Questi fatti sembrano segnare un’escalation già iniziata con numerosi attacchi stragisti nel 2017, la maggior parte dei quali era però stata rivendicata dal sedicente Stato Islamico (in agosto, 77 vittime in due attentati a moschee sciite a Kabul ed Herat; in ottobre 67 vittime in due attentati a moschee sciite a Kabul e nella Provincia di Ghor; in dicembre 41 morti in un attentato a un centro culturale sciita nella capitale), la cui presenza in Afghanistan data ormai da anni anche se la sua forza militare è ostacolata non solo da esercito afgano e alleati ma dagli stessi talebani. L’incidente più grave del 2017 (150 morti) è avvenuto nella capitale ma non è stato invece mai rivendicato. L’aumento degli attentati e soprattutto l’aumento delle vittime civili sembra indicare una rincorsa tra i gruppi guerriglieri per dimostrare qual è il più forte ma le stragi vengono messe in relazione anche con motivazioni diverse: da una parte la messa in mora del Pakistan da parte dell’amministrazione Trump, che ha usato parole durissime contro Islamabad e ha cancellato due terzi degli aiuti finanziari alla Difesa del Paese dei Puri.

Dall’altra potrebbe trattarsi di una dimostrazione di forza (in pieno inverno e cioè non nel momento più propizio ai combattimenti per via di freddo e neve) proprio per rispondere alla nuova strategia americana delineata da Trump nel 2017. Trump, favorevole al ritiro dei soldati Usa in campagna elettorale, ha invece aumentato il loro numero (portandolo da 11 a 15mila unità), dato luce verde a maggiori attività di bombardamento da parte della Cia (che prima era autorizzata a farlo solo in Pakistan), richiesto un aumento delle truppe Nato e aumentato i raid aerei che, secondo dati del Pentagono, nel 2017 sono più che triplicati rispetto agli anni precedenti. Nel febbraio 2017 i talebani hanno scritto una lettera aperta ai cittadini americani proponendo colloqui a due con gli Usa. A seguito della lettera – che ha però visto un rifiuto dell’Amministrazione – il Governo afgano ha fatto alla guerriglia aperture senza precedenti riconoscendole un ruolo politico, concedendo l’apertura di un loro ufficio a Kabul, e proponendo colloqui diretti interafgani.

Per cosa si combatte

È una domanda che molto spesso è stata rivolta dall’opinione pubblica ai Governi dei Paesi impegnati in una guerra afgana (l’ultima in ordine di tempo) che ha ormai superato tre lustri e nata come una sorta di vendetta statunitense dopo l’11 settembre 2001. Alcuni analisti hanno proposto la chiave delle risorse, ma l’Afghanistan non ha petrolio e riserve limitate di gas e può essere bypassato da oleodotti e gasdotti che provengono da altrove. Possiede un immenso giacimento di minerali già noto ai sovietici – dal rame al carbone – che resta però di difficile estrazione benché, negli ultimi anni, questo mercato sia in espansione e tenuto sotto controllo soprattutto dalla Cina. La chiave geopolitica continua a reggere (territorio di “profondità strategica” per il Pakistan in caso di guerra con l’India, snodo tra Asia centrale, Medio Oriente e Subcontinente indiano) ma molte altre se ne aggiungono: quella ad esempio secondo cui gli americani, il vero dominus della politica afgana, non intendano mollare il controllo sulle basi aeree afgane per poter controllare l’Iran e il confine Sud dell’ex Urss. Karzai si era opposto all’accordo sulle basi poi accettato dal Governo Ghani-Abdullah. Non di meno il desiderio di pace è fortissimo tra gli afgani e un negoziato – per ora in stallo – potrebbe, dopo tanti anni, trovare terreno fertile anche se attualmente i segnali restano negativi. L’Italia nel 2017 era, con 1000 soldati, il secondo contingente Nato più numeroso.

Quadro generale

L’ultima guerra afgana iniziata dopo l’attacco alle Torri gemelle di New York nel 2001 ha conosciuto alti e bassi e un diverso tasso di intensità ma è ancora in corso e sta anzi conoscendo una escalation militare che si traduce, ogni anno, in un costante aumento delle vittime civili. Il piccolo Paese chiamato anche il “crocevia dell’Asia” è praticamente il centro di un conflitto locale, regionale e internazionale dall’invasione sovietica del 1979 conclusasi dieci anni dopo, nel 1989, e diventata il manifesto dell’ultimo grande conflitto della Guerra fredda tra Usa e Urss in un Paese che, nell’Ottocento, era stato il centro del Grande Gioco (Great Game) tra Russia zarista e Impero britannico per il controllo dell’Asia Centrale e dei valichi che portano nel Subcontinente indiano. Da ormai più di 17 anni l’ultimo conflitto vede contrapposto il Governo di Kabul e il movimento dei talebani, di ispirazione islamica e fedeli alla scuola di pensiero deobandi, un gruppo guidato da mullah Omar e, attualmente, da mullah Akhundzada. Il movimento talebano, di ispirazione nazionalista e che combatte per l’istituzione di un emirato islamico, è in parte sostenuto dal Pakistan e finanziato da attori molto diversi e variabili: dai pachistani agli iraniani, dai cinesi ai sauditi. Il Governo di Kabul, retto dal Presidente Ashraf Ghani, è invece appoggiato dagli Stati Uniti, presenti nel Paese con circa 15mila soldati, e dalla Nato che, oltre a parte del contingente americano (6.941 soldati), ha una forza di 13.576 uomini (maggio 2017), inquadrati dal 2015 nella missione Resolute support che ha sostituito la missione Isaf, conclusasi nel 2014. Il Governo afgano, nato da contestate elezioni nel 2014, può contare su una forza di circa 175mila soldati inquadrati nel Afghan National Army (Ana) e circa 150mila uomini nelle forze di polizia. Il budget delle forze armate è garantito da fondi internazionali. Il livello di scontro tra guerriglia, forze di sicurezza e alleati Nato è elevato in quasi tutte le aree del Paese ma soprattutto nell’area Sudorientale e, più recentemente, anche nel Nord. La guerriglia è attiva soprattutto nelle campagne e, secondo un’inchiesta della Bbc, vedrebbe i talebani controllare completamente solo il 3% del territorio (contro il 30% dell’esercito) che avrebbero comunque una notevole influenza in vaste aree del Paese dove la presenza militare governativa resta sotto schiaffo. A partire dal 2015 si è iniziata a far sentire anche la presenza del sedicente Stato islamico che vorrebbe fare dell’Afghanistan una parte del progetto del “Grande Khorasan”, un’area amministrativa che dovrebbe comprendere anche parti dell’Iran e del Pakistan. Il sedicente Stato islamico – come anche i talebani – è presente soprattutto con attentati stragisti nelle città (soprattutto contro la comunità sciita) ma non è in grado di controllare se non una minima parte del territorio. Il 13 aprile del 2017 gli Stati Uniti hanno sganciato una bomba da 11 tonnellate di esplosivo, la Gbu-43/B, o Moab – “mother of all bombs”-, nella Provincia del Nangarhar proprio per colpire i santuari del sedicente Stato islamico. Un ulteriore elemento di destabilizzazione si deve al rientro forzato dall’Europa e dal Pakistan di migranti e richiedenti asilo rimpatriati spesso obtorto collo. Dal punto di vista del negoziato di pace le bocce sono completamente ferme. I talebani continuano a ribadire che non negozieranno finché le truppe straniere resteranno in Afghanistan e continuano a rifiutare le proposte di pace avanzate dall’Alto consiglio di pace, istituito dal Governo. Il Presidente Trump, nel gennaio del 2018, dopo i grandi attentati avvenuti a Kabul, ha detto che gli americani non intendono più negoziare con la guerriglia anche se il Governo, pur usando toni duri, ha lasciato aperto uno spiraglio. I talebani hanno un ufficio politico a Doha, in Qatar, e sono stati invitati da 200 religiosi afgani ad aprirne uno anche a Kabul.