Filippine

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Filippine in preda agli scontri provocati dalla formazione Maute, il gruppo ribelle che nel 2014  ha dichiarato fedeltà al cosiddetto Stato islamico, attivo in particolare sull’isola di Mindanao, nel Sud del Paese.

Il governo guidato dal presidente Rodrigo Duterte stava lavorando da mesi ad una legge rappresentativa dei gruppi islamici, delle popolazioni indigene, dei cristiani e dei clan presenti a Mindanao che probabilmente non è bastata.

Il gruppo di miliziani ha attaccato tra maggio e giugno 2017 alcune la città di Marawi ed è il responsabile dell’attentato in un resort di Manila che ha provocato 36 morti. Sull’isola gli scontri tra truppe governative e gruppi armati erano iniziati nel gennaio 2016 e avevano già costretto migliaia di persone a lasciare le proprie abitazioni.

L’esercito ha risposto con attacchi aerei partiti da elicotteri militari e con uno schieramento massiccio di soldati per le strade.

Durissime le condizioni dei civili costretti dall’esercito ad abbandonare le proprie case: almeno 85mila persone si sono rifugiate in centri temporanei. Il presidente Rodrigo Duterte ha inoltre imposto la legge marziale per sessanta giorni. Le autorità statali sono state schierate anche nella città di Illigan, a circa 38 chilometri da Marawi, per impedire ai ribelli di occuparla.

L’ingerenza del gruppo Stato Islamico nel Paese asiatico preoccupa gli osservatori internazionali.

Con ogni probabilità nelle Filippine, dove solo il 5% della popolazione è di fede musulmana, i gruppi che già operavano nel sud con la guerriglia autonomista e islamista, si sono fatti attrarre dalla propaganda dello Stato Islamico.

Sono infatti anni che gruppi islamisti ed indipendentisti infiammano il Paese nel quale, oltre alla formazione Maute, è attivo il Fronte moro di Liberazione islamica e il Fronte moro di Liberazione nazionale.

Passi in avanti, invece, per il processo di pace tra il governo filippino e i ribelli maiosti. Le parti hanno concordato un cessate il fuoco temporaneo e la liberazione di alcuni prigionieri. I colloqui tra i guerriglieri del Nuovo esercito del popolo, che combattono da quasi cinquant’anni contro Manila, e il governo sono ripresi nei Paesi Bassi con la mediazione della Norvegia.

Per cosa si combatte

È il controllo del territorio, cioè delle sue ricchezze, la ragione vera delle guerre che tormentano le Filippine. La prima guerra, ormai da cinquant’anni, è tra maggioranza cristiana e minoranza musulmana, che reclama l’indipendenza. Ad alimentarla c’è la storica, pessima, distribuzione della ricchezza. Il Nord e il Centro dell’Arcipelago sono le aree ricche, a maggioranza cristiana. Il Sud è povero e lì prevalgono i musulmani – sono il 5% della popolazione complessiva – che da sempre accusano la maggioranza cristiana di non aver fatto abbastanza per distribuire le risorse equamente. La medesima accusa è all’origine del secondo fronte: quello con i gruppi di origine marxista. Una cattiva distribuzione che è ben rappresentata dalla diffusione della popolazione sul territorio: il 60% degli 85milioni di Filippini, infatti, vive in una sola isola, Luzon, dove c’è la capitale. A tutto questo si somma la tensione internazionale, con le frequenti crisi con la Cina, per il controllo di isole ritenute fondamentali sia per il controllo dei traffici via mare, sia per le risorse minerali e petrolifere.

Quadro generale

Qualche speranza nel 2014 si è finalmente accesa, dopo le delusioni degli anni precedenti. Già nel 2011 c’era stata l’illusione di una soluzione, con Manila e indipendentisti islamici che sembravano avviati a trovare un’intesa che prevedesse, per i territori a Sud del Paese, una sovranità condivisa e garantita da Hong Kong e Cina. Niente da fare, i negoziati erano saltati, così come erano fallite le trattative con i gruppi marxisti. E la guerra è ripresa.

L’elezione nel 2010 di un altro Aquino alla presidenza, Benigno, figlio dell’icona della democrazia, Cory Aquino, aveva dato fiato al Paese asiatico, storicamente travagliato. Prima colonia della Spagna, poi degli Usa, dopo l’indipendenza il Paese venne guidato con mano dittatoriale da Marcos sino al 1986, anno della svolta democratica, con l’elezione della Presidente Cory Aquino. L’arrivo della nuova Presidente portò ad un accordo con i movimenti separatisti musulmani di Mindanao, attivi nel Sud del Paese sin dagli anni ‘50. Venne concessa loro ampia autonomia amministrativa. Questo fermò il conflitto armato con i separatisti. Continuò invece la guerra con il Nuovo esercito del popolo (Npa): nel 1990, la guerriglia riprese, dopo la denuncia della scomparsa di attivisti politici e sindacali della sinistra. Il 26 novembre 1991 un altro pezzo del passato coloniale se ne andò: gli Usa si ritirarono dalla base di Clark – una delle due esistenti nelle Filippine, l’altra è Subic Bay -, insieme a 6mila effettivi americani. Nel maggio dell’anno dopo, venne eletto alla presidenza Fidel Ramos, ex ministro della Difesa. Nel 1996 parve risolto il problema con i separatisti islamici. Il 30 settembre venne firmato un accordo di pace e Nul Misauri, capo del Fronte di liberazione nazionale moro, diventò Governatore di Mindanao, Regione autonoma enorme. Fu una pace di breve durata. Già nel 2000 i musulmani chiedevano un referendum per l’autodeterminazione, mentre la maggioranza cattolica protestava contro l’accordo non accettandolo. Intanto una serie di scandali per tangenti e corruzione travolgeva la politica. Nell’aprile del 2002 a General Santos, nel Sud del Mindanao, venne dichiarato la stato d’allerta, per l’esplosione di parecchie bombe, con 14 morti, a opera del Milf, il Fronte Islamico di liberazione moro. Era la ripresa della guerra. L’obiettivo dichiarato era creare uno stato musulmano. Lo scontro con i gruppi islamici divenne sempre più duro, ma restava alta la tensione anche con i gruppi guerriglieri di origine marxista, che riprendevano vigore.

Nel 2003, Amnesty International denunciò l’uso della tortura su prigionieri politici, membri di gruppi armati e criminali comuni. Accusa che venne respinta dal Governo. Nel marzo del 2004, fu sventato un attentato simile a quello che aveva colpito Madrid l’11 marzo. Vennero arrestati quattro membri di Abu Sayyaf con 36 chili di esplosivo confiscati. Uno di loro si dichiarò responsabile dell’attentato che il 27 febbraio di quell’anno costò la vita a 100 persone sul SuperFerry 14. Gli arrestati, che svelarono di essere stati addestrati dalla rete terroristica Jemaah Islamiah, legata ad al-Qaeda, progettavano attentati contro treni e negozi a Manila, città con dieci milioni di abitanti.

Nel 2004, la Norvegia mediò un accordo fra Nuovo esercito del popolo e Governo. L’anno successivo, dopo negoziati di pace in Malaysia, indipendentisti musulmani e Governo annunciarono un accordo sulle terre ancestrali di cui i ribelli rivendicavano la proprietà da trent’anni.

Tregue che non durarono. Nel 2010 sono ripresi i combattimenti. Si calcola che dal 1971 ad oggi siano stati più di 150mila i filippini morti tra Mindanao e l’arcipelago di Sulu, nello scontro per l’indipendenza e oltre 50mila gli sfollati. Il conflitto con la guerriglia del Npa, invece, avrebbe procurato almeno 40mila morti, a partire dal 1969. Nel Nord del Paese, gli attacchi a convogli e postazioni militari sono continui, nonostante la crisi vissuta dal movimento negli ultimi anni. I combattenti sono stimati attorno ai 4mila, numero ridotto rispetto ai 20mila che si stimavano negli anni ’80, ma comunque considerevole. Un tentativo di negoziato è fallito nel 2011, interrotto dal rifiuto del Governo di liberare i militanti detenuti. E se la tensione resta alta anche dal punto di vista sociale, con le fasce deboli della popolazione che chiedono una migliore distribuzione della ricchezza, il doppio fronte della guerra interna delle Filippine è costato caro, in termini di vite umane e di possibilità di sviluppo. Ora si spera le cose cambino, ma sono i “falchi” di tutte le fazioni a preoccupare.