Filippine

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nelle Filippine del Sud vige la legge marziale: a dicembre 2017 il Congresso ne ha approvato l’estensione, nella Regione di Mindanao, fino alla fine del 2018, come richiesto dal Presidente Rodrigo Duterte. La legge marziale era stata dichiarata il 23 maggio 2017, giorno in cui il gruppo “Maute”, affiliato al cosidetto Stato Islamico aveva preso con le armi la città di Marawi nel Nord dell’isola di Mindanao. Il periodo iniziale di legge marziale, limitato a 60 giorni come previsto dalla Costituzione del Paese, è stato prorogato prima fino alla fine del 2017, poi per tutto l’anno successivo. Le Forze armate filippine hanno liberato la città di Marawi dopo cinque mesi di assedio, che ha fatto più di 1100 morti e provocato un’estesa distruzione nella città che, prima del conflitto, aveva una popolazione di circa 200mila abitanti, tutti sfollati da ricollocare. L’attacco a Marawi ha messo a nudo le falle nell’intelligence filippina, su un’isola da anni fortemente militarizzata. L’azione dei terroristi, infatti, è stata pianificata nei minimi dettagli, ammassando munizioni e viveri per una lunga resistenza, perfino scavando cunicoli sotterranei. Dopo tale clamoroso scacco, il Governo ha promosso l’estensione della legge marziale, sostenendo che la situazione di crisi non è finita e che l’esercito ha bisogno di tempo per debellare i gruppi militanti terroristi.

Occorre una piena inclusione delle comunità islamiche nella società filippina, strappandole al circolo vizioso dell’emarginazione e della povertà, che le consegnano nelle mani dei jihadisti. In questo momento storico un passo determinante può essere l’approvazione della Bangsamoro Basic Law, la legge che istituisce una nuova Regione autonoma musulmana. Il Congresso filippino è chiamato a riesaminarla, dopo la bocciatura subita in passato, nell’ultimo tratto della presidenza di Benigno Aquino jr, a dicembre del 2015. Da allora la pace a Mindanao è sembrata allontanarsi e il tessuto sociale sfibrarsi. Dopo la liberazione di Marawi è iniziata una sorta di “battaglia delle idee” nelle Filippine del Sud: estremismo violento contro la costruzione della pace; il radicalismo islamico contro il dialogo e la convivenza. Secondo gli osservatori, per vincere questa competizione, urge che, soprattutto nelle aree a maggioranza musulmana, le più povere della nazione, il Governo lavori alacremente per l’istruzione, l’occupazione, lo sviluppo economico, lo sradicamento della povertà, la costruzione di strade e ospedali. Solo così sarà possibile indebolire l’influenza dei gruppi radicali sulla popolazione musulmana di Mindanao.

Per cosa si combatte

Sono due i fronti di conflitto aperti da decenni nelle Filippine: il primo vede l’esercito governativo impegnato con i movimenti islamici, il secondo con la guerriglia di ispirazione maoista. Sul primo versante, a partire dagli anni Settanta del secolo scorso si è attivato sull’isola di Mindanao, nelle Filippine Meridionali, il Fronte Nazionale di Liberazione Moro (Mnlf), ben presto affiancato dal Fronte Islamico di Liberazione Moro (Milf), staccatosi dal Mnlf, entrambi combattenti per l’autonomia (o a volte per la secessione). In un conflitto che in 50 anni ha fatto oltre 150mila morti, accanto a gruppi guerriglieri che negli anni sono scesi a patti con Manila, negoziando la creazione della Regione Autonoma di Mindanao Musulmana, sono nati altri gruppi fondamentalisti islamici come Abu Sayyaf (“Il brando di Dio”) che ha scelto metodi terroristici per rivendicare l’indipendenza. Su questo terreno già fervido di violenza, si è innestata negli ultimi anni la presenza del sedicente Stato Islamico, balzata agli onori della cronaca nel 2017 con la presa della città di Marawi, organizzata dal gruppo filippino “Maute”, proclamatosi fedele al califfato.

Sul versante della guerriglia comunista, a partire dagli anni Novanta, il “Nuovo Esercito Popolare” (Npa), collegato al Partito Comunista delle Filippine, ha promosso una ribellione armata nell’area Centrale e Meridionale dell’arcipelago, portando avanti una ideologia di stampo marxista. Il conflitto con l’esercito regolare ha fatto oltre 40mila vittime.

Quadro generale

Le Filippine sono una nazione segnata oggi, nel bene e nel male, dalla ingombrante presenza del suo nuovo leader, il Presidente Rodrigo Duterte. Eletto a maggio 2016, dopo due anni di Governo il Presidente si è guadagnato la notorietà internazionale soprattutto grazie a una campagna generale di “guerra contro la droga” da lui avviata e condotta dalla polizia con metodi poco ortodossi, grazie all’ausilio di veri e propri “squadroni della morte” che hanno promosso omicidi in massa di spacciatori di droga e tossicodipendenti. In un rapporto del gennaio 2017 intitolato “Se sei povero vieni ucciso”, Amnesty International aveva denunciato come la polizia filippina avesse ucciso, o avesse pagato per uccidere, migliaia di presunti autori di crimini di droga in un’ondata di esecuzioni extragiudiziali equiparabili a crimini contro l’umanità. La campagna di esecuzioni extragiudiziali, che ha oltrepassato 10mila vittime, ha generato clamore e indignazione a livello internazionale, denunciata dalle Ong che tutelano i diritti umani. Anche nelle Filippine un forum di organizzazioni della società civile filippina ha lanciato l’allarme sull’urgenza di “difendere la democrazia e i diritti umani, contro le migliaia di assassini extragiudiziali, l’impunità e segni incombenti di ascesa dell’autoritarismo”. Il problema della diffusione della droga nella nazione, si nota, più che un problema criminale, “è una questione di salute pubblica ed è frutto anche della povertà”. Il forum, che include molte associazioni cristiane, chiede “indagini imparziali sulle uccisioni ed il perseguimento dei killer, garantendo così lo stato di diritto”, ritenendo il Presidente Duterte responsabile per le migliaia di esecuzioni, che includono l’omicidio di oltre 60 minorenni. Proprio l’esecuzione del 17enne Kian de los Santos, registrata da una telecamera, ha fatto sì che Duterte fosse denunciato davanti alla Corte Penale Internazionale: “Le responsabilità non ricadono solo su chi preme il grilletto ma anche su chi ordina o incoraggia uccisioni e altri crimini contro l’umanità”, ha scritto Amnesty International. Quando la Corte dell’Aja ha annunciato l’avvio di indagini preliminari per crimini contro l’umanità nei confronti del Presidente Rodrigo Duterte, per “esecuzioni extragiudiziarie e omicidi di massa” compiuti almeno dal primo luglio 2016, Duterte ha annunciato il ritiro delle Filippine dal trattato istitutivo della Corte Penale Internazionale.

Se le questioni di sicurezza e legalità hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica, non di meno in questo campo ha destato preoccupazione il risveglio del jihadismo nelle Filippine del Sud, rinnovato dalla presenza del cosidetto Stato Islamico. L’intenzione di organizzare una presenza stabile e un mini-califfato a Mindanao è il disegno del cosidetto Stato Islamico apparso chiaro al Governo di Manila con la clamorosa occupazione della città di Marawi, a maggio del 2017. Era evidente che l’attacco sferrato alla città non è stata un’azione improvvisata, bensì frutto di una preparazione avviata da circa quattro anni, con il reclutamento e l’addestramento militare di giovani musulmani filippini. Quello presente oggi nell’arcipelago, è dunque un mix di vecchi e nuovi jihadisti, difficile da contrastare sia per il loro capillare radicamento nelle piccole comunità locali (che ha sempre costituito un fattore di protezione e difesa), sia per la configurazione del territorio, caratterizzato da fitte foreste o piccole isole dove spostarsi continuamente. Il fenomeno dei nuovi teenagers ammaliati dalle sirene del califfato infatti, si innesta sull’irredentismo islamico storicamente presente nelle Filippine Meridionali. In quest’area la comunità musulmana rivendica un “diritto di precedenza”, esistendo fin dal secolo XIII, quando l’islam giunse nel Sudest asiatico sulle rotte dei mercanti arabi, due secoli prima dell’arrivo dei colonizzatori spagnoli che cristianizzarono le isole.

A livello economico, invece, per affrontare il nodo della povertà e dell’indigenza, nell’ottica di dare una spinta allo sviluppo, il Governo ha avviato un programma di grandi progetti infrastrutturali. In una Nazione con un’economia pienamente immersa nel boom asiatico, con tassi di crescita sempre intorno al 6% annuo (6.7% nel 2017) e un’inflazione inferiore al 4%, gli investimenti pubblici e l’innalzamento del tetto di spesa statale – nel segno delle promesse populiste della campagna elettorale – potrebbe far esplodere il debito nazionale incrementando la corruzione di vasta scala.