India

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Relegato dai media indiani a poche notizie di cronaca, e ignorato dal resto del mondo, un conflitto armato a bassa intensità coinvolge un’ampia Regione dell’India rurale.

Attraversa le zone montagnose più remote di sei o sette Stati Centro-Settentrionali (Bengala Occidentale, Bihar, Jharkhand, Odisha, Chhattisgarh e Andhra Pradesh, con propaggini in Madhya Pradesh); oppone la polizia e i corpi speciali delle forze di sicurezza indiane a diverse formazioni armate di ispirazione maoista, genericamente indicati come naxaliti. Ma rischia di fare terra bruciata di ogni attivismo della società civile.

Nel 2016 il conflitto ha fatto 430 morti, di cui 130 civili, 66 uomini delle forze di sicurezza e 244 militanti maoisti (sono dati del South Asia Terrorism Portal), e il 2017 registra una ulteriore recrudescenza.

Siamo lontano dal picco di 1180 morti del 2010; ma il numero delle vittime, sceso a 367 nel 2012, da allora ha ripreso a crescere in modo costante.

Il Governo indiano ha risposto in termini per lo più militari alla sfida del movimento naxalita, e ne parla come di una “guerra al terrorismo”; a farne le spese però è in primo luogo la popolazione civile, e soprattutto gli adivasi (nativi) che abitano quelle montagne.

Gruppi locali per i diritti umani denunciano da anni arresti arbitrari, abusi e torture nei confronti di persone accusate di sostenere i maoisti. Nella Regione Bastar del Chhattisgarh, cuore del conflitto, nel corso del 2016 diversi cronisti di giornali locali sono stati arrestati, sempre con l’accusa di fiancheggiare il movimento ribelle.

La giornalista Malini Subramaniam ha subito raid di polizia e interrogatori notturni; la ricercatrice e scrittrice Bela Bhatia, nota per il suo lavoro con le donne native, è stata costretta a lasciare la Regione.

Così anche la sociologa e attivista Nandini Sundar, che nel maggio 2016 aveva partecipato a un sopralluogo nella Regione Bastar con altri osservatori: nel loro rapporto descrivono una popolazione civile presa tra due fuochi.

Gli avvocati del Jagdalpur Legal Aid Group, che fornisce aiuto legale gratuito agli abitanti dei villaggi, hanno denunciato di essere stati attaccati da “vigilantes”.

La presenza di “vigilantes” è allarmante: ricorda il Salwa Judum, organizzazione paramilitare armata dalla polizia nel decennio scorso per contrastare i ribelli, e responsabile di violenze atroci.

Nei primi mesi del 2016 in effetti è comparsa nella Regione Bastar una nuova organizzazione che si pretende di “autodifesa”, sostenuta da imprenditori e notabili locali.

Nell’aprile 2016 il settimanale India Today ha raccolto dichiarazioni di dirigenti della polizia che ammettono di sostenere questo gruppo: un ufficiale l’ha candidamente definito “la guerriglia dello stato” contro i maoisti. Il circolo vizioso di repressione e rivolta continua, lasciando irrisolte le profonde ingiustizie che alimentano il conflitto.

Per cosa si combatte

I partiti della galassia naxalita affermano di battersi per i diritti delle masse rurali, per sviluppare “zone liberate”, e in ultima istanza per instaurare in India la dittatura del proletariato. Denunciano lo Stato che espropria terre e foreste togliendole ai nativi per darle in concessione a grandi multinazionali che sfruttano le risorse naturali. I giovani adivasi (nativi) che si uniscono alla guerriglia combattono per la terra, le foreste, e per avere giustizia e rispetto. La popolazione rurale dell’India, e in particolare adivasi e fuoricasta, è stata sistematicamente emarginata nell’India moderna e ha sempre avuto poco o nessun accesso a sanità, scuola, stato sociale, infrastrutture di sviluppo agricolo. Milioni di adivasi sono stati espropriati delle loro terre per realizzare grandi progetti, dighe, miniere, acciaierie: e l’esproprio si è intensificato negli ultimi due decenni. I maoisti dicono di difendere gli adivasi: è questo che dà loro tanta attrattiva agli occhi di popolazioni che dello Stato hanno visto solo il volto violento. Lo Stato lotta per riprendere il controllo di ampie zone rurali dove i ribelli hanno stabilito la propria influenza. In diverse occasioni le autorità hanno usato gruppi paramilitari non ufficiali per intimidire e controllare la popolazione. Le grandi imprese minerarie e industriali sono coinvolte, sia perché sono la spinta a espropriare e occupare terre e foreste; sia perché sono state spesso sospettate di pagare gruppi maoisti per proteggere le proprie attività. Intanto, la “lotta al terrorismo” interno è l’alibi per mantenere intere Regioni dell’India rurale ostaggio di un ciclo vizioso di esclusione, rivolta, repressione.

Quadro generale

La rivolta armata che serpeggia nell’India Centro Orientale si inscrive in un quadro economico e sociale di polarizzazione crescente. Le diseguaglianze sono cresciute più negli ultimi trent’anni di liberalizzazione economica che nel mezzo secolo precedente. Negli ultimi vent’anni l’India si è imposta tra le “economie emergenti”, con una crescita economica intorno al 9% annuo tra il 2002 e il 2012: questa si è fondata in buona parte sull’espansione dei servizi e sullo sfruttamento delle materie prime minerarie di cui il Paese è ricco. La crescita è drasticamente rallentata negli ultimi due anni. Ma soprattutto, non si è tradotta in un investimento pubblico nello sviluppo umano. Intanto l’investimento nell’agricoltura declina e milioni di persone abbandonano la terra per tentare la sorte nelle grandi città, andando a ingrossare gli slum urbani. Negli ultimi decenni l’India ha visto sorgere numerosi movimenti popolari: movimenti di resistenza pacifica come nella valle di Narmada, dove quasi mezzo milione di persone nell’arco di vent’anni è stato sloggiato da una serie di grandi dighe; movimenti contro l’esproprio di terre e contro le zone economiche speciali; movimenti di lavoratori dell’industria.

Il movimento maoista armato è un caso a sé (e non ha avuto grandi contatti con altri movimenti di resistenza popolare). È composto da diverse sigle, ma tutte chiamate naxaliti da una famosa rivolta avvenuta nel 1967 nel villaggio di Naxalbari, nel Bengala Occidentale, guidata da un partito maoista e schiantata dalla repressione negli anni ’70. Il movimento attuale, che ne riprende l’ispirazione, è emerso negli anni ’90 sulla spinta di alcune sigle eredi del vecchio partito: in Andhra Pradesh il People’s War Group (Gruppo della guerra di popolo), in Bihar il Maoist Coordination Centre, e alcuni altri. Nel 2004 queste sigle si sono fuse nel Cpi-maoist, Partito comunista indiano-maoista (subito messo fuorilegge), ed è allora che il conflitto è entrato nella fase calda. A differenza degli anni ’60, questa volta i militanti – foot soldiers – sono per lo più “tribali”, anche se la leadership sono persone istruite e di casta alta.

La carta geografica aiuta a spiegare. Oggi il Cpi-maoist è presente in una Regione rurale e montagnosa tra il Bengala Occidentale, il Bihar, il Jharkhand, l’Odisha e il Chhattisgarh nella Regione Centro-Orientale, con propaggini in Andhra Pradesh e Maharashtra. Ebbene: la mappa delle “zone affette da estremismo di sinistra”, secondo la definizione ufficiale, coincide largamente con la Regione chiamata “tribal belt”, dove prevale la popolazione indigena (“tribali”, o adivasi, gli “abitanti originari”): una minoranza di oltre 90milioni di persone e la parte più povera e marginale della società. Questa mappa coincide anche con la “mineral belt”, dove si trova buona parte degli ingenti giacimenti di minerali dell’India: il 70% del carbone del Paese, il 56% del ferro, il 60% della bauxite, oltre a uranio, rame, oro e altri minerali. L’espansione di miniere, poli siderurgici e zone industriali speciali ha esasperato la pressione su terre e foreste abitate dalle popolazioni ai margini. In questo senso, la rivolta armata nelle remote montagne dell’India è un lato oscuro dell’economia globalizzata. Lo Stato ha dato una risposta principalmente militare al movimento naxalita. Da inizio millennio i successivi Governi hanno creato scuole di anti-guerriglia e mobilitato i corpi paramilitari: la Central Reserve Police Force (che ha creato i corpi speciali CoBra), la Border Security Force, oltre a decine i migliaia di poliziotti dei singoli Stati coinvolti. Le zone più sensibili sono di fatto militarizzate; le forze di sicurezza hanno esteso l’uso di mezzi elettronici di sorveglianza. Hanno anche fomentato una guerra sporca condotta da milizie irregolari sostenute e armate dallo Stato: il caso più noto è quello del Salwa Judum, creato nel 2005 in Chhattisgarh, dove ha seminato il terrore nei villaggi nativi. Tra il 2005 e il 2008 più di 600 villaggi erano rasi al suolo e almeno 350mila persone costrette a sfollare. Dopo le denunce di attivisti per i diritti umani, nel 2008 una sentenza della Corte Suprema ha dichiarato illegale il Salwa Judum. Nel 2014 l’amministrazione guidata dal primo Ministro Narendra Modi ha ulteriormente rafforzato gli effettivi delle forze di sicurezza. Il movimento naxalita però era già in declino: e più che alle azioni militari, ciò si deve alle operazioni di intelligence che in quegli anni hanno portato all’uccisione o all’arresto di molti suoi dirigenti. Nel 2011 l’uccisione di uno dei più noti membri del Politburo maoista, Koteswara Rao alias Kishenji, aveva messo fine all’ultimo tentativo di dialogo politico, avviato dal Governo del Bengala Occidentale. Tra il 2010 e il 2016 almeno 84 quadri dirigenti maoisti sono stati uccisi, 391 arrestati, e circa 200 si sono arresi (secondo il South Asia Terrorism Portal). Molti militanti hanno accettato gli incentivi a deporre le armi.