Kashmir

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Cresce la tensione tra India e Pakistan a proposito del Kashmir, il territorio all’estremo Nord-Ovest del Subcontinente indiano conteso dalle due potenze atomiche. È una guerra di parole e di artiglierie. I due Paesi si accusano reciprocamente di terrorismo, spionaggio, violazioni dei diritti umani. In una escalation retorica, nel febbraio 2018 il premier pachistano Shahid Khaqan Abbasi ha dichiarato al parlamento di Islamabad che “il Kashmir diventerà Pakistan”. Sul piano militare, negli ultimi due anni si sono moltiplicati gli scambi di fuoco tra i due eserciti sia lungo la “Linea di Controllo” (Loc), la frontiera di fatto tra il Kashmir sotto sovranità indiana e quello controllato dal Pakistan, sia anche lungo la frontiera internazionale tra i due Paesi nel Jammu. Nel febbraio 2018 l’esercito indiano ha denunciato che le sue postazioni sono state colpite con granate e perfino piccoli razzi, e ha promesso una “risposta appropriata”.

La prima vittima dell’escalation è la popolazione civile: per tutto l’inverno 2017-18 parecchie centinaia di persone sul lato indiano della Linea di Controllo sono sfollate dai loro villaggi. Anche l’infiltrazione di guerriglieri “jihadisti” dal territorio sotto controllo pachistano a quello governato dall’India è ripresa negli ultimi tre anni.

In questa “non guerra e non pace”, il conto delle vittime ha ripreso a salire. Il South Asia Terrorism Portal (Satp, centro di studi sulla sicurezza con sede a New Delhi) nel 2016 ha registrato 267 morti dovuti al conflitto, di cui 14 civili, 88 uomini delle forze di sicurezza indiane e 165 insorti. I dati per il 2017 sono ancora parziali, ma sembrano in aumento. La Jammu&Kashmir Coalition of Civil Society (federazione di gruppi per i diritti umani nel Kashmir sotto sovranità indiana) fa un computo decisamente più alto: 451 morti nel 2017 tra civili, militari e ribelli. Resta ancora lontano il picco di 4.500 morti nel 2001, ma il trend è allarmante.

Il 2017 ha visto intensificarsi le proteste di studenti nella capitale Srinagar e in altre città della valle (cioè del Jammu&Kashmir sotto sovranità indiana). Coinvolgono principalmente giovanissimi, le generazioni cresciute nel conflitto, armati per lo più di sassi. La polizia ha risposto con brutalità, spesso con proiettili di gomma. Un’ondata di proteste, spesso violente, era cominciata nel luglio del 2016 dopo i funerali di Burhan Muzaffar Wani, comandante della milizia jihadista Hizb-ul Mojaheddin ucciso dalle forze di sicurezza; le autorità militari hanno risposto con il coprifuoco e centinaia di arresti. Intanto il dialogo politico segna un’impasse. Nel 2017 il Governo di New Delhi ha nominato un “interlocutore” incaricato di avviare colloqui con le forze nazionaliste del Kashmir, la Conferenza per la libertà (Hurriyat Conference) e la Conferenza nazionale (più moderata). In novembre però il primo Ministro indiano Narendra Modi ha escluso anche solo l’ipotesi di ripristinare la piena autonomia del Kashmir nel quadro della Costituzione indiana: il dialogo sembra finito prima di cominciare.

Pochi giorni dopo la Hurriyet Conference ha declinato l’invito ai colloqui. Anche se le forze moderate di ogni parte ripetono che la pace verrà solo con il dialogo, le premesse non sono incoraggianti.

Per cosa si combatte

Le parti in causa sono tre: l’India, il Pakistan, e gli abitanti del Kashmir. Per India e Pakistan si tratta di una contesa territoriale: per il Kashmir hanno combattuto due guerre dichiarate (nel 1948-49 e nel 1965) e una non dichiarata (nell’estate del 1999), oltre a una lunga “guerra per procura” condotta da guerriglieri infiltrati dal territorio sotto controllo pachistano, detto Azad (“libero”) Kashmir, a quello sotto controllo indiano. Non è un mistero che questi guerriglieri siano sostenuti, armati e finanziati dai servizi di intelligence del Pakistan, anche se Islamabad dichiara di dare ai musulmani del Kashmir solo “sostegno morale e politico”. Dal punto di vista del Pakistan, in Kashmir una potenza occupante (l’India) nega libertà e autodeterminazione alla popolazione musulmana occupata, che si rivolgerebbe “naturalmente” al Pakistan per protezione. Dal punto di vista dell’India invece una potenza straniera (il Pakistan) foraggia una ribellione e infiltra terroristi armati per destabilizzare il territorio. Dall’inizio di questo secolo tra India e Pakistan si sono alternati momenti di escalation e di relativa calma. Nel 2002 le due potenze atomiche hanno schierato i rispettivi eserciti in stato di massima allerta; tra il 2005 e il 2008 hanno avviato il più promettente ciclo di negoziati dal 1947, e per la prima volta sono state aperte alcune vie di comunicazione attraverso la “linea di controllo”, frontiera di fatto tra i rispettivi territori. Nel dicembre 2008 l’attacco terroristico organizzato a Mumbai dal gruppo jihadista Lashkar-e-Taiba (che ha base in Pakistan) ha bruscamente riportato il gelo. Benché nell’agosto 2011 siano ripresi i contatti bilaterali, le relazioni restano fredde, mentre sul terreno dal 2014 si registrano frequenti scontri di frontiera tra i due eserciti. Da parte loro, le forze nazionaliste del Kashmir restano divise su questioni strategiche. Per alcuni “autodeterminazione” significa optare per l’unione al Pakistan; per altri significa invece l’opzione dell’indipendenza, rifiutata però sia da New Delhi che da Islamabad. Dopo vent’anni di conflitto, gran parte delle forze nazionaliste opterebbero più realisticamente per un regime di autonomia nel quadro della costituzione indiana. La prima rivendicazione comune a tutti i kashmiri però è revocare le leggi speciali che garantiscono impunità alle forze armate (Armed Forces Special Power Act, o Afspa, e Public Safety Act, Psa), mettere fine alla militarizzazione della vita quotidiana, e fare luce su esecuzioni extragiudiziarie, torture, stupri.

Quadro generale

Il conflitto del Kashmir è una delle crisi regionali più prolungate del Subcontinente indiano. È un conflitto allo stesso tempo interno (all’India) e tra Stati (India e Pakistan): e questo fa della verdeggiante vallata del Kashmir, tra i ghiacciai himalayani all’incrocio tra India, Pakistan e Cina, una polveriera con implicazioni regionali.

La questione del Kashmir è una delle eredità della Spartizione del 1947, quando dalla vecchia India britannica sono nate due Nazioni, il Pakistan musulmano e l’India multireligiosa benché a maggioranza hindu. Il principato di Jammu e Kashmir (che includeva Jammu, Kashmir, Ladakh e i territori di Gilgit e Baltistan) fantasticò di restare indipendente ma infine optò per l’India, con un atto formale che ne fece uno Stato dell’Unione indiana con ampia autonomia. La decisione del locale maharaja Hari Singh (hindu) con l’accordo dei notabili nazionalisti guidati da Sheikh Abdullah (musulmano) fu sgradita ai dirigenti pachistani, che cercarono di annettere il Kashmir: ne è risultata la prima guerra tra India e Pakistan, 1948-49. La linea di cessate-il-fuoco negoziata con la mediazione delle Nazioni Unite è diventata il confine di fatto (Linea di Controllo, Loc): a Ovest il settore sotto controllo pachistano (circa un terzo del territorio originario), a Est la parte sotto sovranità indiana (con doppia capitale a Srinagar e Jammu). Una zona di ghiacciai all’estremo Nord è stata ceduta dal Pakistan alla Cina nel 1962.

Le risoluzioni delle Nazioni unite del 1948 e ‘49 chiedevano al Pakistan di ritirare le proprie forze dal territorio occupato e sollecitavano un referendum perché i kashmiri decidessero del proprio futuro. Il Pakistan non si ritirò, e l’India se ne fece una scusa per non indire mai il plebiscito. La Linea di Controllo è diventata così un confine di fatto, sancito nel 1972 dagli Accordi di Simla (al termine di una nuova guerra tra India e Pakistan, che segnò la nascita del Bangladesh). Il periodo post indipendenza ha visto un crescente attrito tra le classi dirigenti kashmire e il Governo centrale dell’Unione indiana, che ha eroso il regime di autonomia del Jammu & Kashmir. La disaffezione è esplosa nel 1989 in una protesta civile che ha coinvolto un ampio fronte sociale e politico, dall’Università ai sindacati ai partiti nazionalisti. Alla fine di quell’anno le prime azioni armate hanno segnato l’inizio di una ribellione separatista.

L’escalation è stata inesorabile. Il primo gruppo armato, Jammu & Kashmir Liberation Front (Jklf), ispirato a idee di lotta di popolo, è stato presto sbaragliato e il suo leader Yasin Malik arrestato; nel ‘94 il Jklf ha rinunciato alla lotta armata. Intanto però erano entrati in scena gruppi più agguerriti: il Hizb-ul Mojaheddin, braccio armato del partito conservatore (e filopachistano) Jamiat Islami, a sua volta scavalcato da altre sigle (Jaish-e Mohammad, Lashkar-e-Taiba e altre). Erano i primi anni Novanta: in Kashmir confluivano armi e combattenti dall’Afghanistan, formati al jihad (guerra santa, in senso politico-militare) contro l’Unione Sovietica e sostenuti dal Isi, il servizio di intelligence militare pachistano. Con loro è arrivato in Kashmir un islam ultraortodosso estraneo alla tradizione locale. È arrivato anche il terrore: attentati contro civili, bombe nei mercati, rappresaglie. Gli hindu del Kashmir sono in gran parte fuggiti. Il Governo centrale ha mandato esercito e corpi paramilitari a contrastare i ribelli, la valle è stata militarizzata. È stata una guerra largamente manovrata dai servizi segreti, ma è la popolazione del Kashmir che ha pagato il prezzo più alto. Tra il 1988 e il 2016 sono morte tra 45mila e centomila persone (la più bassa è la stima del South Asia Terrorism Portal, l’altra è della Conferenza per la libertà, la All Parties Hurriyat Conference, cartello di forze nazionaliste); gran parte dei morti sono civili. Il conflitto inoltre ha travolto forze sociali e politiche, sindacati, gruppi per i diritti umani.

Dai primi anni Duemila la violenza è andata calando. Ma il conflitto ha lasciato una scia di ingiustizie e abusi mai riparati. Nel 2010 il Kashmir ha visto un’ondata di proteste inedita, una intifada urbana che ha coinvolto giovanissimi armati di sassi: chiedevano la revoca delle leggi speciali che garantiscono impunità all’esercito.

Le forze di sicurezza hanno risposto sparando; un centinaio di giovani sono rimasti uccisi, centinaia arrestati. Nel 2012 il Governo ha concesso un’amnistia. Quell’anno è stato in assoluto il meno sanguinoso da un ventennio, con 117 morti relativi al conflitto. Poi però la tendenza si è invertita. Nel 2013 ha suscitato rabbia e proteste in Kashmir l’impiccagione di Afzal Guru, esponente kashmiro condannato a morte per l’attacco del 2001 al parlamento indiano (dopo un processo molto contestato da intellettuali e attivisti per i diritti umani). Gruppi armati come il Hizb-ul Mojaheddin hanno ripreso a reclutare; l’infiltrazione di guerriglieri e armi dal territorio pachistano è ripresa. Nella valle del Kashmir la disillusione è palpabile. Le promesse di pace e benessere non si sono realizzate o non per tutti. Le leggi speciali restano in vigore, e New Delhi non sembra disposta a ripristinare l’autonomia del Jammu&Kashmir. La pace nella valle del Kashmir dipende sia dalle relazioni tra India e Pakistan, sia dalla capacità dell’India di trovare un assetto democratico condiviso con le forze sociali e politiche di questo territorio. Ma senza garantire giustizia e revocare le leggi d’eccezione questo sarà molto difficile.