Kashmir

Situazione attuale e ultimi sviluppi

E’ cresciuta la tensione nella zona del Kashmir nel corso del 2016. L’area contesa da India e Pakistan dal 1947 sta attraversando uno dei peggiori periodi di violenza dagli anni novanta. In tutti questi anni fra i due Paesi la distensione si alterna allo scontro aperto.

A riaccendere lo scontro, nel settembre 2016, un attacco contro la base militare di Uri, che ha causato la morte di diciotto soldati indiani.

Gli scontri sono poi proseguiti e nel mese di novembre dello stesso anno, con decine di morti. Nel corso del 2016 l’esercito di New Delhi ha condotto attacchi contro gruppi militanti pachistani, che secondo le autorità indiane si preparavano a infiltrarsi nel Kashmir controllato dall’India.

Nel Paese è attivo anche il gruppo jihadista Jaish-e-Mohammed, organizzazione con base in Pakistan.

Per cosa si combatte

Le parti in causa sono almeno tre: l’India, il Pakistan, e gli abitanti del Kashmir. Per India e Pakistan si tratta di una contesa territoriale: per il Kashmir hanno combattuto due guerre dichiarate (nel 1948-49 e nel 1965) e una non dichiarata (nell’estate del 1999), oltre a una lunga “proxy war” condotta da guerriglieri infiltrati dal Pakistan nel territorio sotto controllo indiano (Islamabad dichiara di dare ai musulmani del Kashmir solo “sostegno morale e politico”). Dall’inizio di questo secolo si sono alternati momenti di escalation e di relativa calma. Nel 2002 le due potenze atomiche hanno schierato i rispettivi eserciti in stato di massima allerta; tra il 2005 e il 2008 hanno avviato il ciclo di dialogo più promettente dal 1947. Nel dicembre 2008 l’attacco terroristico a Mumbai, organizzato dal gruppo jihadista Lashkar-e-Taiba (che ha base in Pakistan), ha riportato il gelo: e benché nell’agosto 2011 siano ripresi i contatti bilaterali, le relazioni restano fredde. L’India diffida del premier pakistano Nawaz Sharif, insediato nel giugno 2013; il Pakistan guarda con sospetto il governo insediato a New Delhi nel maggio 2014, guidato dal nazionalista hindu Narendra Modi.

Le forze nazionaliste del Kashmir restano divise su questioni strategiche fondamentali. Gli indipendentisti rivendicano il referendum per l’autodeterminazione raccomandato da una risoluzione dell’Onu nel 1948: ma per alcuni “autodeterminazione” significa scegliere tra India e Pakistan; per altri include l’opzione dell’indipendenza, rifiutata sia da New Delhi che da Islamabad. La prima rivendicazione comune però è revocare le leggi speciali, mettere fine alla militarizzazione della vita quotidiana e all’impunità delle forze di sicurezza, fare luce su esecuzioni extragiudiziarie, torture, stupri, o la scomparsa di migliaia di persone. Mentre una generazione cresciuta nel conflitto rivendica libertà ma non si aspetta nulla da un dialogo che si trascina da troppi anni: terreno fertile per nuovi cicli di rivolta.

Quadro generale

Il conflitto del Kashmir è una delle crisi regionali più prolungate del subcontinente indiano. È un conflitto allo stesso tempo interno (all’India) e tra stati (India e Pakistan): e questo fa del verdeggiante Kashmir, circondato da ghiacciai himalayani là dove si toccano India, Pakistan e Cina, una polveriera con implicazioni regionali.

Il Kashmir è una delle eredità irrisolte della Spartizione del 1947, quando dalla vecchia India britannica sono nate due nazioni separate, il Pakistan musulmano e l’India multireligiosa e secolare benché a maggioranza hindu. Il principato di Jammu e Kashmir (che includeva Jammu, Kashmir e Ladakh e i territori di Gilgit e Baltistan) fantasticò di restare indipendente ma infine optò per l’India, con un atto formale che ne fece uno stato dell’Unione indiana in un quadro di ampia autonomia. La decisione presa dal locale maharaja Hari Singh (hindu) con l’accordo dei notabili nazionalisti guidati da Sheikh Abdullah (musulmano) fu sgradita ai dirigenti pakistani, che rivendicavano il Kashmir. La disputa è sfociata nel 1948 nella prima guerra tra India e Pakistan. La linea di cessate-il-fuoco negoziata nel 1949 con la mediazione delle Nazioni Unite è diventata il confine di fatto (“Linea di Controllo”, Loc): a Ovest il settore sotto controllo pakistano (circa un terzo del territorio originario), a Est la parte sotto sovranità indiana (capitali Srinagar e Jammu). Una zona di ghiacciai all’estremo Nord (10% del territorio originario) è stata ceduta dal Pakistan alla Cina nel 1962.

Le risoluzioni delle Nazioni unite del 1948 e ‘49 chiesero al Pakistan di ritirare le proprie forze dal territorio occupato e sollecitavano un referendum perché i kashmiri potessero decidere il proprio futuro. Il Pakistan non si ritirò, e l’India se ne fece una scusa per non indire mai il plebiscito. Il periodo post indipendenza ha visto un crescente attrito tra le classi dirigenti kashmire e il Governo centrale dell’Unione indiana, che ha via via eroso il regime di autonomia del Jammu & Kashmir.

La disaffezione è esplosa nel 1989 in una protesta civile che ha coinvolto un ampio schieramento sociale e politico, dall’Università ai sindacati ai partiti nazionalisti. Alla fine di quell’anno risalgono anche le prime azioni armate contro obiettivi governativi a Srinagar: era l’inizio di una ribellione separatista ha raggiunto nei momenti peggiori l’intensità di una guerra civile.

La risposta dello stato centrale indiano è stata dura, e l’escalation inesorabile. Il primo gruppo armato, Jammu & Kashmir Liberation Front (Jklf), è stato presto sbaragliato: erano giovani con idee di lotta di popolo, il loro leader Yasin Malik fu arrestato e nel ‘94 il Jklf ha rinunciato alla lotta armata. Altri protagonisti avevano però preso il sopravvento: il Hizb-ul Mojaheddin, braccio armato del partito conservatore (e filopakistano) Jamiat Islami, a sua volta scavalcato da altre sigle (Jaish-e Mohammad, Lashkar-e-Taiba e altre). Erano i primi anni ‘90 e in Kashmir confluivano armi e combattenti provenienti dall’Afghanistan, formati alla jihad (“guerra santa”, in senso politico-militare) contro l’Unione sovietica, e sostenuti dal Isi, il servizio di intelligence militare pakistano. Con loro è arrivato in Kashmir un islam di stampo taleban estraneo alla tradizione sufi locale. È arrivato anche il terrore: attentati contro civili, bombe nei mercati, rappresaglie. Gli hindu del Kashmir, i pandit, sono in gran parte fuggiti. Il Governo centrale ha mandato esercito e corpi paramilitari a contrastare i ribelli, la valle è stata militarizzata.

È una guerra largamente manovrata da servizi segreti, ma è la popolazione del Kashmir che ha pagato il prezzo più alto: tra 50 e 80mila persone sono morte dal 1989, in gran parte civili. Senza contare migliaia di desaparecidos e una scia di ingiustizie e abusi che hanno travolto le forze sociali, sindacati, forze politiche, gruppi per i diritti umani. Per questo, la pace in Kashmir dipende sia dalle relazioni tra India e Pakistan, sia dalla capacità dell’India di trovare un assetto democratico condiviso con le forze sociali e politiche di questo territorio.