Ciad

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Situazione estremamente delicata in Ciad sotto più punti di vista. Il Paese è accerchiato da svariate formazioni islamiste. Boko Haram al sud, il cosiddetto Stato islamico al confine con la Libia e le sigle dell’internazionalismo del Sahel a Est. In questo contesto sta la decisione del primo ministro Albert Pahimi di chiudere la frontiera con la Libia e di dichiarare le regioni confinanti zone di operazioni militari.

Un monito sulla situazione generale del Paese è arrivato dai Vescovi del Ciad nel loro messaggio di Natale, giunto tramite l’Agenzia Fides. Nel testo si afferma che il Ciad sta attraversando un momento molto difficile a causa “delle controversie sulla gestione delle elezioni presidenziali, il mancato versamento dei salari e le misure d’austerità prese dal governo per far fronte alla crisi economica e finanziaria”.

Il Paese sta infatti affrontando una grave crisi economica, provocata in particolare dal crollo dei prezzi del petrolio sui mercati internazionali. Secondo un rapporto del Fondo monetario internazionale (Fmi) il governo del Ciad ha ottenuto un prestito di circa 48 milioni di dollari dal Camerun.

Nel settembre 2016 l’esecutivo di N’Djamena ha adottato misure di austerità con tagli al bilancio che hanno provocato molte proteste nel Paese. Dal punto di vista politico nel mese di agosto Idriss Deby ha giurato per la quinta volta fedeltà al suo Paese. Il presidente, al potere da 26 anni, è stato osteggiato da molti gruppi di opposizione e, durante un corteo che contestava la sua rielezione è stato ucciso un manifestante.

Nel gennaio 2017 è iniziato il processo in appello contro Hissène Habré, l’ex dittatore, condannato all’ergastolo dalle Camere africane straordinarie (un tribunale speciale creato dal Senegal e dall’Unione africana) per crimini di guerra, crimini contro l’umanità, torture e violenze sessuali.

Per cosa si combatte

Il Ciad è al 183° posto su 187 Paesi per l’indice di sviluppo umano. L’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, appena il 9% ha accesso a servizi sanitari adeguati mentre solo il 48% usufruisce dell’acqua potabile. Una situazione sociale esplosiva che con la proliferazione del passaggio di armi (soprattutto leggere) sul proprio territorio ha visto crescere in maniera esponenziale la violenza tra le comunità locali. Il Ciad è una tappa essenziale per l’esportazione di armi verso i Paesi vicini, in particolar modo nella Regione sudanese del Darfur. Resta ancora gravissimo il problema di un milione di mine in circolazione e dei due milioni di ordigni inesplosi che minacciano la vita dei civili.

I conflitti tra le oltre 200 etnie che popolano il Paese sono all’ordine del giorno, una instabilità che torna utile al Governo centrale che sulla filosofia del “divide et impera” basa il suo potere. I confini (specialmente quelli orientali) restano caldi. Qui rapimenti ed attacchi contro i civili sono portati a segno dalle centinaia di milizie stanziate nel Darfur e che facilmente attraversano le frontiere – groviera che separano il Sudan dal Ciad. Ed inoltre sono molto attivi i gruppi interni di resistenza armata che si oppongono al Presidente Déby. E spesso, troppo spesso, questi differenti tipi di violenza si sovrappongono, si uniscono, e si separano alla velocità della luce. A farne le spese la popolazione inerme.

Quadro generale

La Repubblica del Ciad, situata nell’Africa Centrale e circondata dagli Stati confinanti della Libia, del Sudan, del Camerun, della Nigeria, del Niger e della Repubblica Centraficana è considerata uno dei Paesi più poveri del mondo, attraversato da forti instabilità interne e da conflitti ancora irrisolti.

Proprio la vicinanza con molti Paesi dove si combattono guerre violente e sanguinose ha aggravato la crisi interna del Ciad, guidato da un Governo che fatica a gestire i forti flussi di rifugiati in fuga dai conflitti e dalle tensioni interne. Dopo una lunga storia da ex colonia francese, il Ciad è diventato indipendente nel 1960. Una transizione pacifica che sembrava presagire un futuro di stabilità per il Paese che nello stesso anno, il 20 settembre, è entrato ufficialmente a far parte dell’Onu. Il primo Presidente del Ciad, eletto l’11 agosto del 1960, è stato François Tombalbaye che nel dopoguerra aveva fondato uno dei principali partiti ciadiani, il Partito Progressista del Ciad (Ppt).

Le speranze del Paese furono presto deluse dal Governo di Tombalbaye, che si trasformò in una guida autoritaria. Solo due anni dopo la sua elezione, il Presidente aveva messo al bando tutti gli altri partiti politici attivi in Ciad e cominciato una forte repressione contro quelli che considerava oppositori politici. Il malcontento nel Paese cresceva e in più di una occasione il Governo dovette sedare rivolte interne. Tensioni si registravano nel Nord del Paese, abitato da popoli di fede islamica ma anche al Sud dove le popolazioni erano cristiane e animiste.

Nel 1966, nel confinante Sudan, venne fondato il Fronte Nazionale per la Liberazione del Ciad (Frolinat). Il gruppo di ribelli imbracciò le armi contro il Governo dando inizio ad una sanguinosa guerra civile, proseguita anche dopo il colpo di stato militare del 13 aprile del 1975, quando Tombalbaye venne ucciso e il generale Félix Malloum, capo della giunta militare, divenne il nuovo capo di Governo.

Nell’impossibilità di annientare la guerriglia del Frolinat, nel 1978, Malloum decise di nominare primo Ministro il leader dei ribelli Hissène Habré. La convivenza dei due ai vertici del Paese durò poco. L’anno successivo le forze ribelli del Frolinat e l’esercito di Malloum si scontrarono apertamente nella capitale N’Djamena. Il generale golpista Malloum fu costretto alla fuga ma il Paese scivolò in una crisi interna ancora più profonda. La guerra civile coinvolgeva, oltre al Frolinat, numerose fazioni di ribelli e la situazione nel Paese era ormai fuori controllo.

L’Onu intervenne e traghettò il Paese alla firma, nell’agosto del 1979, di un trattato di pace – l’Accordo di Lagos – che permetteva la formazione di un Governo di transizione che avrebbe dovuto guidare il Paese alle elezioni politiche. A capo di questo Governo il Presidente Goukouni Oueddei, mentre Habré fu nominato ministro della Difesa. Dopo 18 di mesi la situazione era però immutata e gli scontri continuavano ad imperversare. Oueddei riuscì a conquistare il controllo della capitale ma per farlo chiese aiuto alla Libia che inviò le proprie truppe. Ancora grazie alla Libia nel 1983, l’esercito governativo sferrò un nuovo attacco contro le forze di Habré, che ottenne il sostegno delle forze francesi già presenti sul territorio. Nel 1984 la Francia e la Libia siglarono un accordo per ritirare le proprie truppe dal Ciad. Accordo che non fu però rispettato dalla Libia che mantenne i propri soldati nella striscia di Aouzou. Solo nel 1987 Ciad e Libia firmarono un cessate il fuoco, che rimase in vigore fino al 1988.

Negli anni Ottanta la stabilità interna del Ciad è minata da una serie di colpi di stato. Nel 1990 un disertore dell’esercito di Habré, Idriss Déby riuscì con un golpe ad instaurare un nuovo Governo, di cui egli stesso divenne Presidente.

Negli anni successivi altri tentativi di colpo di stato furono sferrati contro il Governo di Déby che è però tuttora in carica.

Il Paese è ancora attraversato da violenti scontri tra le varie anime della guerriglia ciadiana, e l’instabilità è costantemente in aumento nonostante i tentativi del Presidente Déby di siglare trattati di pace con le fazioni ribelli. La situazione si è poi ulteriormente aggravata dal 2003, quando centinaia di rifugiati in fuga dalla Regione sudanese del Darfur, martoriata da un conflitto civile, hanno iniziato ad entrare in Ciad per sfuggire alle violenze.

Il 23 dicembre del 2005, il Governo del Ciad ha dichiarato ufficialmente lo stato di guerra contro il Sudan. Alla base della decisione una lunga serie di violenti scontri lungo il confine tra i due Paesi ai danni delle popolazioni che abitano la frontiera. Nel 2010 i due Paesi hanno firmato un accordo di pace.