Libano

Situazione attuale e ultimi sviluppi

A determinare il delicato momento politico che il Libano ha vissuto nell’autunno 2017 sono state le dimissioni annunciate del premier Saad Hariri, mentre si trovava in Arabia Saudita. Era stato convocato con urgenza dal Governo di Riad e Hariri è andato in Arabia Saudita senza scorta e senza collaboratori. Aleggiò il sospetto che fosse stato sequestrato dai sauditi, poi sono stati in molti a credere che Hariri sia stato costretto al gesto dal principe saudita Mohammed in Salman e dal ministro degli Affari del Golfo. Se non l’avesse fatto sarebbe stato arrestato. Le dimissioni in seguito sono state ritirate, ma hanno fatto temere il peggio per il Paese dei Cedri.

A essere considerato da più parti il garante dell’unità nazionale del Paese è il Presidente Michel Aoun, che gode dell’appoggio sia degli esponenti delle chiese cristiane presenti in Libano, sia della componente musulmana del Paese grazie al fatto di considerare Hazbollah come un “attore positivo” in questa fase storica del Libano. È lui, infatti, ad aver evitato il peggio e il ritorno dei fantasmi della guerra civile, rifiutando le dimissioni di Hariri poiché presentate – caso unico nella storia – fuori dai confini nazionali. Ma la situazione di rischio è tutt’altro che rientrata, dal momento che a innalzare la tensione in Libano ci ha pensato Israele, che non tollera ormai più il filoiraniano Hezbollah e il suo sempre maggiore consenso, cresciuto anche a causa della debolezza politica di Hariri. Il 10 febbraio un caccia israeliano è stato abbattuto dai sistemi di difesa siriani – con alcuni frammenti di missile caduti nel villaggio libanese di Kaoukaba – dopo aver bombardato 12 obiettivi militari in Siria, violando lo spazio aereo libanese. Primo caso dal 1982.

Questo ha determinato la condanna da parte di Beirut, che va ad aggiungersi alle crescenti tensioni al confine Meridionale del Paese. A ciò si unisca il fatto che Hezbollah, che Israele vede come il fumo negli occhi, ha accresciuto anche la sua potenza militare ed è sempre più ammassato al confine. Tel Aviv stima che il Partito di Dio sia in possesso di 150mila razzi a corto, medio e lungo raggio, e sarebbe in grado di lanciare tra i 1500 e i 200 missili nel corso di una guerra, oltre a poter contare su 50mila uomini pronti a combattere. Se il Libano diventasse il teatro delle operazioni belliche tra Israele e Iran sarebbe una situazione preoccupante anche per l’Italia, poiché il conflitto si combatterebbe a Sud del fiume Litani, dove l’Italia ha schierato i caschi blu che compongono la missione dell’Onu in Libano Meridionale.

Per cosa si combatte

La presenza di basi operative della resistenza palestinese ha fatto da sempre del Libano uno degli obiettivi di Israele. Le tensioni tra i due Paesi sono poi costantemente cresciute a causa della contrapposizione tra Israele e il movimento sciita degli Hezbollah, che ha stabilito nel Sud del Paese le sue basi operative. Secondo Israele è l’Iran a sostenere economicamente il movimento di Hezbollah fiancheggiato anche dal Governo siriano, in conflitto con Israele per la sovranità sulle Alture del Golan. Ma un nuovo fronte più caldo si è aperto in Libano. Dopo Siria ed Iraq infatti, il Paese dei Cedri sembra essere diventato il terzo fronte della nuova conquista islamica, guidata dal sedicente Califfo Al Baghdadi, più volte dato per morto. Il fragile Paese dei Cedri che, secondo le ipotesi più pessimistiche circolanti tra gli analisti di Beirut, oltre a rappresentare un “soft target” a causa delle ben note divisioni settarie che lo attraversano e ne minano la sopravvivenza, offrirebbe allo Stato Islamico uno sbocco sul Mediterraneo che ancora non possiede. I gruppi jihadisti hanno scatenato l’offensiva nel Nord del Libano avendo due obbiettivi ben precisi: rompere l’accerchiamento della Provincia di Arsal, la più colpita dallo sconfinamento del conflitto siriano in Libano e seminare la discordia nei ranghi dell’esercito libanese composto da sciiti e sunniti. Nell’estate 2017 l’esercito libanese ha lanciato un’offensiva militare con l’appoggio degli Stati Uniti, per liberare la frontiera con la Siria dai miliziani dell’Isis.

Quadro generale

Esempio di democrazia confessionale che riesce a reggere delicati equilibri in maniera esemplare per l’area il Libano è tornato sulla scena internazionale, a causa del riacutizzarsi delle tensioni tra Israele e Iran. Ma per capire cosa sta accadendo bisogna guardare alla genesi del Paese dei Cedri. Con la dissoluzione dell’Impero Ottomano, la Società delle Nazioni affidò alla Francia il controllo della Grande Siria, incluse le cinque Provincie che oggi formano il Libano. La Conferenza di Sanremo, dell’aprile del 1920, ne definirà i compiti e i limiti. Già nel 1920 la Francia dichiarò lo Stato del Grande Libano indipendente. Uno Stato composito, con un’enclave in Siria a maggioranza cristiano maronita e una a maggioranza musulmana e drusa con capitale Beirut. Solo 6 anni dopo il Libano diventerà una Repubblica, definitivamente separata dalla Siria, anche se ancora sotto il comune mandato francese. Nel 1943 il Governo libanese abolirà il mandato francese dichiarando la propria indipendenza. Bisognerà aspettare la fine della seconda guerra mondiale per assistere al ritiro definitivo delle truppe francesi dal nuovo Stato indipendente. Nel 1948, dopo la risoluzione dell’Onu 181 con la quale si “ripartiva” il territorio palestinese in seguito alla nascita dello Stato ebraico, anche il Libano aderì alla guerra della Lega Araba contro Israele non invadendo però mai il neonato Stato. Dopo la sconfitta araba, Israele e Libano stipularono un armistizio ma, a tutt’oggi, mai un trattato di pace. Conseguenza di questa guerra, furono 100mila profughi palestinesi ai quali se ne aggiunsero altri dopo il conflitto arabo-israeliano del 1967. Profughi che decenni più tardi saranno la causa, secondo il Governo israeliano, dell’invasione del Libano. L’operazione militare “Pace in Galilea” parte il 6 giugno del 1982 ed è finalizzata a sradicare dal Sud del Libano la presenza armata palestinese. In realtà, quella che si può chiamare prima guerra israelo-libanese, arrivò fino a Beirut dove aveva sede l’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Per impedire la prosecuzione di spargimento di sangue, intervenne la diplomazia internazionale che sgomberò la dirigenza dell’Olp (rifugiatasi a Tunisi) e riversò nei Paesi limitrofi molte unità armate palestinesi. Una situazione che lasciò la popolazione civile nei campi profughi priva di protezione. Questo porterà al drammatico massacro nei campi-profughi di Sabra e Shatila, da parte di unità cristiane guidate da Elie Hobeika, lasciate agire dalle truppe israeliane, comandate da Ariel Sharon, di stanza nell’area coinvolta. Negli anni a seguire, il Libano affronterà problemi di equilibri interni, con gli Hezbollah, musulmani sciiti vicini a Damasco e Teheran, determinanti. È il 12 luglio del 2006 quando miliziani di Hezbollah attaccano una pattuglia dell’esercito israeliano nel Sud del Libano, uccidendo tre soldati e rapendone due. Israele reagisce con la forza, avviando un’offensiva contro il Libano per “neutralizzare l’apparato militare di Hezbollah”. Al massiccio attacco aereo non corrisponderà però un successo a terra, con l’esercito israeliano in grado di avanzare solo di pochi chilometri in un mese. La resistenza di Hezbollah, infatti, dimostrerà la propria efficacia, contrattaccando il territorio israeliano con lanci di migliaia di missili. L’11 agosto, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite interverrà con una risoluzione (la 1701), che troverà il voto unanime dei Paesi Membri, chiedendo l’immediata cessazione delle ostilità, il ritiro di Israele dal Libano Meridionale e l’interposizione delle truppe regolari libanesi e dell’Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon) in una zona cuscinetto “libera – come si legge – da ogni personale armato che non sia quello delle Nazioni Unite e delle forze armate regolari libanesi”.

Sul fronte interno intanto si riaccende lo scontro religioso. Per quindici anni, fino al 1990, Beirut aveva assistito allo scontro tra musulmani e cristiani. Dal maggio del 2008 lo scontro è tra sunniti e sciiti, e la contrapposizione è tra uno schieramento filo-saudita, guidato da Hariri, e uno filo-iraniano capeggiato da Hezbollah. A ciò si aggiunga che l’esplodere delle rivolte in Siria ha acuito la preoccupazione e la tensione nel Paese dei Cedri che ha dovuto guardarsi dai pericoli che vengono da oltreconfine. Intanto nel 2018 sono previste le prime elezioni legislative dal 2009, continuamente rimandate per via delle tensioni tra i vari schieramenti politico confessionali aggravatisi con la guerra civile siriana.