Repubblica Democratica del Congo

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nuova tornata elettorale e scontri etnici: è sempre instabile la situazione della Repubblica Democratica del Congo. Entro marzo 2017 dovrebbe instaurarsi un governo di transizione, che porterà a nuove elezioni entro l’anno, dopo il termine del mandato del presidente Joseph Kabila, che non potrà candidarsi. Il mandato era scaduto il 20 dicembre 2016 ma Kabila era rimasto al potere rimandando le presidenziali all’aprile del 2018. La decisione aveva scatenato violente proteste in tutto il Paese.

Continuano anche gli scontri su base etnica. Pesanti combattimenti sono avvenuti nel Nord Kivu, nell’Est della Repubblica Democratica del Congo tra milizie hutu e milizie nande, che hanno visto anche il coinvolgimento dell’esercito nazionale.

Sempre nel Nord Kivu, nell’Est della Rdc, la milizia nande aveva poi attaccato un campo profughi uccidendo 34 civili hutu, confermando la spirale di violenza tra i due gruppi etnici, che si contendono il possesso della terra. Oltre ai morti ci sono stati una ventina di feriti.

Per cosa si combatte

Nel Kivu è concentrata tutta la enorme ricchezza del sottosuolo. Per questo banditi, esercito regolare corrotto, gruppi di ribelli dai nomi altisonanti ma dallo scarsissimo rispetto per le popolazioni inermi, si scontrano senza pietà per il controllo dell’estrazione dei preziosi minerali. Rwanda, Burundi e Uganda (Paesi confinanti o che hanno forte influenza politico-economica) hanno dati di export molto superiori alle reali risorse minerarie, grazie al contrabbando che aumenta di mese in mese diretto verso i loro confini. Ovvio che queste nazioni non stanno a guardare né auspicano la pace ma si sono ritagliate un ruolo attivo per rendere instabile la Regione, come dimostra il loro intervento diretto in quella che fu definita la “guerra mondiale africana” che tra il 1998 ed il 2003 coinvolse in Congo 8 nazioni africane causando quasi 5milioni e mezzo di vittime. Nel 2011 il Presidente Kabila dispose il blocco dell’estrazione per coltan e cassiterite dopo il varo negli Stati Uniti di una legge sulla tracciabilità dei minerali, considerati “insanguinati” proprio come i diamanti perché i gruppi armati li hanno usati per finanziarsi. Ma ovviamente concretamente è rimasta solo una buona intenzione perché qui 12milioni di persone vivono con l’estrazione. Quindi tutto continua come prima, sotto lo sguardo attento dei soldati dell’esercito regolare che non percepiscono stipendio e di quelli ruandesi che qui sono di casa. Ed il contrabbando vola, arricchendo chi lo organizza.

Quadro generale

La certezza è che Joseph Kabila, 43 anni, Presidente della Repubblica Democratica del Congo dal 2001, non ha nessuna voglia di lasciare la guida del Paese.

Alle spalle pochi risultati concreti ma la sua ingordigia di potere rischia di far precipitare in una ulteriore crisi istituzionale e politica una nazione che storicamente naviga a vista sulle agitate acque dell’instabilità, pronta a cedere alla violenza. L’obiettivo è di allungare il suo secondo mandato presidenziale, l’ultimo consentito dalla costituzione.

Le elezioni sono fissate per il prossimo anno ma il Governo (a gennaio 2015) ha avanzato una proposta di legge che subordina il ricorso alle urne ad un censimento completo della popolazione che per le dimensioni del territorio e la complessità dell’operazione potrebbe richiedere mesi se non addirittura anni, allontanando così l’ipotesi delle elezioni.

La proposta di legge è stata approvata dal parlamento a larghissima maggioranza (337 a favore, 8 contrari e 24 astenuti) ma la gente è scesa in piazza accogliendo gli inviti della opposizione. E per cinque giorni è stato il caos. Nella capitale Kinshasa i cortei sono stati repressi con incredibile brutalità dalla polizia che non ha esitato a sparare ad altezza d’uomo.

Nel mirino specialmente gli studenti universitari che hanno bloccato con barricate l’ingresso alle facoltà. La protesta si è estesa in altre città: anche qui le forze dell’ordine si sono distinte per l’uso di armi da fuoco. Il bilancio (secondo una organizzazione per la difesa dei diritti umani) sarebbe di 42 morti e centinaia di feriti. Per il Governo invece le vittime sarebbero state solo 15, in maggioranza uccise da guardie private che si opponevano ai saccheggi di negozi e case.

“Smettete di uccidere il vostro popolo” ha tuonato l’arcivescovo di Kinshasa che ha puntato il dito contro “alcuni politici che con la polizia seminano desolazione e creano un clima di insicurezza generale”.

La Chiesa cattolica ha bocciato sonoramente la revisione della legge elettorale richiamando al rispetto della costituzione. Sulla stessa linea anche la Monusco, la missione delle Nazioni Unite in Congo, e l’Unione Europea. Va comunque sottolineato che il Presidente Joseph Kabila gode da sempre dell’appoggio incondizionato della comunità internazionale che gli ha consentito praticamente tutto, almeno fino ad oggi.

Queste forti prese di posizione e le proteste di piazza hanno fatto cambiare idea ai senatori che hanno approvato una versione modificata della proposta di legge. A decidere sarà una commissione.

È chiaro che il malessere è diffuso. La Repubblica Democratica del Congo è squassata al suo interno da conflitti di vecchia data che non trovano soluzione. Nella Regione del Katanga (una delle aree più ricche di pregiate risorse minerarie) alle tensioni etniche tra i Luba e i Twa, si sono aggiunti gli attacchi contro l’esercito governativo dei Mai Mai Bataka, un gruppo che si batte per la secessione dell’area. Le cifre sono impressionanti.

Almeno 600mila sfollati, migliaia di morti, con un indicibile corollario di saccheggi, case bruciate, torture, lavori forzati, reclutamento forzato nei vari gruppi armati, bambini soldato, violenze sessuali.

Risulta drammaticamente pleonastica la presenza dei caschi blu dell’Onu che dovrebbero difendere i civili dalle violenze.

Altro punto dolente è il Nord Kivu, nella parte Orientale del Paese, funestato da attacchi contro la popolazione civile che si distinguono per la incredibile ferocia.

Tutti puntano il dito contro le Forze Democratiche Alleate, un gruppo islamista ugandese attivo dal 1996. Ma spesso vengono loro attribuiti atrocità di cui sono responsabili in realtà una miriade di gruppi in guerra tra loro per il controllo delle risorse minerarie del sottosuolo, appoggiati secondo le convenienze da Uganda e Rwanda, nazioni confinanti.

Inutile ricordare ancora una volta la presenza dal 1999 della Monusco, apertamente accusata dai civili di non fare abbastanza per assicurare la protezione.