Repubblica Democratica del Congo

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Lo scontro più duro in atto è quello con i cattolici (che peraltro costituiscono la confessione religiosa più forte, 40% circa della popolazione). Nel corso del 2017 e anche nei primi mesi del 2018, lo scontro con la Chiesa è diventato sempre più palese e forte e l’arcivescovo di Kinshasa, Laurent Monsengwo Pasinya, è divenuto di fatto il più temibile oppositore di Kabila. Esercito e polizia, specie nei primi mesi del 2018, sono arrivati a fare irruzione nelle chiese durante le celebrazioni e hanno stroncato con la violenza diverse manifestazioni pacifiche. Senza contare alcuni episodi di sparizioni e uccisioni di preti che si erano distinti per le posizioni anti governative.

La repressione per altro non riguarda soltanto la Chiesa: anche i due maggiori movimenti della società civile, Lucha (sigla che sta per Lotta per il cambiamento) e Filimbi (che significa “fiammifero” in lingua lingala) ne hanno pagato pesanti conseguenze.

In questo quadro quanto mai difficile la missione delle Nazioni Unite, la Monusco, è stata prorogata – la decisione è del 27 marzo 2018 – per un altro anno.

Il quadro dei conflitti regionali non è meno fosco: nelle Regioni del Nord e Sud Kivu continuano i conflitti “tutti contro tutti” fra l’esercito e il centinaio di bande armate e gruppi ribelli; nella Regione di Kinshasa si ripetono gli scontri fra i soldati e i militanti della setta mistico-politica Bundu dia Kongo; nella nuova Provincia di Tanganyika e nell’Alto Katanga sono riprese le tensioni e le violenze fra le etnie luba e i twa (popolo pigmeo).

La situazione peggiore è quella del Kasai: il conflitto esploso a partire dall’estate del 2016 fra i militari governativi e le milizie del gruppo Kamwina Nsapu ha provocato centinaia di vittime e ha infiammato l’intera Regione.

L’emergenza umanitaria risultante da tutti questi focolai di conflitto è drammatica: la situazione, a marzo 2018, è di 2,2milioni di bambini gravemente malnutriti, 13,1milioni di persone bisognose di aiuti per sopravvivere e oltre 4milioni di civili sfollati a causa del conflitto. Nel solo Kasai il bilancio è di un milione e mezzo di profughi e di 400mila bambini esposti a grave rischio fame e malattie.

L’Unicef ha denunciato che nel corso del 2017 vi sono stati 800 casi di abuso sessuale e il reclutamento di circa 3mila bambini soldato da parte delle milizie. Nei soli primi tre mesi del 2018 60mila congolesi hanno passato il confine con l’Uganda per fuggire alle violenze.

Per cosa si combatte

La RD Congo è una ininterrotta serie di conflitti – nazionali, regionali, locali – che perdura dal 1994 in poi (ma anche prima, durante tutti gli anni del regime di Mobutu, dal 1965 al 1997, i focolai di scontri e i tentativi insurrezionali erano stati frequenti). Alla base pressoché di tutte le guerre intestine c’è l’accaparramento e il controllo delle ingentissime ricchezze del Paese, considerato “uno scandalo geologico” per la concentrazione di minerali preziosi nel sottosuolo e di risorse naturali del suolo. Diamanti, coltan, oro, cobalto, rame, niobio, ma anche legnami pregiati, la seconda foresta più estesa del Pianeta, la vastità delle terre coltivabili: un patrimonio immenso che da sempre scatena gli appetiti internazionali e le lotte di potere interne. Questa nuova fase di tensioni e conflitti vede protagonista da un lato un Presidente (Joseph Kabila) che non se ne vuole andare nonostante abbia concluso il secondo e ultimo (per la Costituzione congolese) mandato, dall’altro una serie di sanguinosi conflitti Regionali nelle aree Orientali (Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Tanganyika, Katanga) e nella vasta Regione del Kasai. Senza contare la repressione e le violenze delle tante bande armate e dell’esercito governativo, le più recenti delle quali contro le manifestazioni pacifiche dei cattolici che chiedono le elezioni, procrastinate dal dicembre del 2016. Focolai di guerriglia che, peraltro, si sono intensificati proprio da quando il voto è stato (più volte) rinviato. È tutt’altro che fantasioso ipotizzare che l’alta tensione creata in vaste zone del Paese sia parte di una strategia che ha proprio lo scopo di rendere impraticabili le condizioni per il voto.

Quadro generale

Una certezza c’è. Joseph Kabila, 46 anni, ha tutta l’intenzione di perpetuare lo stile dei suoi predecessori congolesi e di tanti altri colleghi africani: rimanere al potere a tutti i costi. Mobutu Sese Seko ha tenuto la Presidenza per 32 anni, ed è stato scalzato solo con la forza delle armi da Desiré Laurent Kabila, padre di Joseph, il quale a sua volta è uscito di scena solo per una congiura (mai chiarita) che lo ha ucciso. Kabila junior, così, si è trovato nel 2001 Presidente a neanche 30 anni. Lui perlomeno per due volte si è sottoposto al giudizio del voto: ha vinto la tornata elettorale del 2006 e poi quella del 2011. Ma ora che la Costituzione congolese gli vieta il terzo mandato, ha fatto e continua a fare di tutto per non lasciare il potere.

Nel gennaio 2015 Kabila aveva fatto presentare dal Governo una legge per subordinare il voto a un censimento completo della popolazione che per le dimensioni del territorio e la complessità dell’operazione avrebbe richiesto tempi lunghissimi, incompatibili con la scadenza prevista per le elezioni. La norma era stata approvata dal Parlamento a larghissima maggioranza (337 a favore, 8 contrari e 24 astenuti), ma vi fu la reazione popolare e delle opposizioni: giorni di manifestazioni, repressione e decine di vittime. Nel novembre 2015, poi, all’approssimarsi della fine del suo secondo mandato, ha rinviato le elezioni locali e provinciali per aprire un tavolo di “dialogo politico nazionale” con lo scopo – a suo dire – di mettere a punto un nuovo calendario elettorale e di aggiornare le liste degli aventi diritto. Poi ha provato a modificare la Costituzione in modo da potersi candidare ancora. Le nuove proteste popolari (ancora duramente represse), la forte opposizione interna e il “no” della comunità internazionale lo hanno costretto alla trattativa, al termine della quale avrebbe dovuto rimanere al potere, in regime di transizione, per un altro anno, fissando il voto alla fine del 2017. Ma anche questo termine è passato. La Commissione elettorale nazionale indipendente (Ceni), che indipendente sembra sempre meno, il 5 novembre 2017 ha annunciato la fissazione del voto per il 23 dicembre 2018, con un ulteriore slittamento di un anno.

La tensione cresce di pari passo con la repressione. La Chiesa cattolica sembra ormai essere la principale forza di protesta contro le tattiche dilatorie del Presidente uscente. Ma nel contempo si moltiplicano i focolai di guerra interna al Paese e vi sono ormai intere aree fuori controllo e in piena emergenza umanitaria. Secondo diversi osservatori (ma la prima a lanciare l’accusa è la stessa Chiesa congolese) sarebbe questa la nuova strategia per impedire le elezioni: renderle impraticabili per lo stato di tensione e la situazione di disordini e violenze generalizzate.

Uno schema che in passato è stato ampiamente utilizzato dal dittatore Mobutu che, quando non riusciva a comprare gli oppositori, manovrava i moti di ribellione e le sommosse per far intervenire l’esercito o per evitare il voto.

D’altro canto, la RD Congo deve molto del suo attuale sfacelo al vecchio dittatore, fuggito dal Paese nel novembre del 1997: per oltre trent’anni Mobutu ha depredato sistematicamente le risorse del Paese e le casse dello Stato, ha accumulato una immensa fortuna personale, lasciando andare alla totale distruzione le infrastrutture, il sistema scolastico e sanitario. Nel 1997, il popolo congolese usciva dal mobutismo profondamente impoverito, e non solo dal punto di vista economico. Gli anni seguenti sono stati ancora peggiori. L’arrivo di Kabila padre al potere ha significato un solo anno di pace. Poi, la rottura dell’alleanza con il Ruanda e l’Uganda ha innescato il conflitto congolese (1998-2003), considerato la prima “guerra mondiale” africana, per il coinvolgimento di otto diversi eserciti e le interferenze di molti Paesi e multinazionali occidentali. La RD Congo è rimasta a lungo divisa in quattro macroregioni, riunificate solo con la fine del conflitto. Costato – secondo le stime – da 4 a 5,5milioni di vittime.

Da allora, per la verità, e per tutto il periodo della presidenza di Kabila figlio, la pace vera e propria non è mai tornata: a fasi alterne nel Katanga, nelle Regioni dell’Alto e Basso Kivu e nell’Ituri, nelle quattro Province del Kasai (cioè, di fatto in tutti i territori più ricchi di materie prime), gli scontri, la violenza indiscriminata, i cosiddetti conflitti “a bassa tensione” e su scala locali sono stati una costante.