Sahara Occidentale

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Nuovi colloqui di pace in terra neutra, piccoli successi diplomatici per il Fronte Polisario e una forte determinazione del Popolo Saharawi. Questi gli aspetti innovativi di una questione in stallo da oltre quarant’anni. Nel mese di febbraio 2018 sono iniziati a Berlino i nuovi colloqui di pace tra Marocco e la Repubblica Araba Democratica Saharawi.

L’invito ai colloqui è arrivato ai rappresentanti della diplomazia marocchina, algerina, mauritana e della Rasd, da Horst Koehler, inviato speciale dell’Onu per il Sahara.I nuovi colloqui in Germania, terra da sempre neutrale rispetto al conflitto, arrivano dopo un periodo di alta tensione tre le due fazioni.

Lo stesso Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, si era dichiarato “preoccupato per la crescita di ostilità” e aveva invitato le parti a “evitare una pericolosa escalation della tensione con conseguenze irreversibili”.

Come si nota almeno dal 2014, infatti, una parte dei Saharawi non è più disposta ad aspettare inerme lo sblocco della situazione.

“L’esercito Saharawi è pronto a combattere – ha dichiarato Abdullahi Lehbib, ministro della Difesa del Fronte Polisario in una lettera alla comunità internazionale – per il diritto all’indipendenza e all’autodeterminazione, visto che viviamo sotto occupazione o come rifugiati da oltre 42 anni”. Dopo anni di stasi, le tensioni tra le due fazioni, avevano avuto un picco nel gennaio 2018, quando il Polisario aveva rioccupato alcune postazioni nella zona di Guerguerat, nel Sud Ovest del Sahara Occidentale.

La mossa del Fronte sanciva la protesta Saharawi contro l’utilizzo di una strada da parte del Marocco, in violazione dell’accordo per il cessate il fuoco, e contestava l’immobilismo delle Nazioni Unite. I colloqui (gli ultimi diretti tra le due parti in conflitto risalgono al 1997) puntano alla ripresa dell’attività diplomatica per scongiurare lo scontro armato. A sancirne l’importanza anche Brahim Ghali, neopresidente della Rasd che li ha definiti come l’ultima possibilità per una soluzione pacifica del conflitto.

Tra i passi che portano alla fine dello stallo si inseriscono anche due vittorie diplomatiche Saharawi: dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Ue (Cjue) in merito all’accordo di pesca tra Unione Europea e Marocco, all’invio di una delegazione di pace a Laayoune e l’istituzione di una missione di sorveglianza dei diritti civili e umani nei territori del Sahara Occidentale, stabilita dall’Unione Africana durante il meeting di Addis Abeba.

Un riconoscimento importante quello dell’Alleanza Africana e forse inaspettato. Il 31 gennaio 2017, infatti, l’Unione aveva riammesso il Marocco tra i sui membri, uscito nel 1984 a causa proprio della questione del Sahara Occidentale.

Per cosa si combatte

Dal 1975 il popolo Saharawi attende di beneficiare del diritto fondamentale, internazionalmente riconosciuto, dell’autodeterminazione. Nonostante le numerose risoluzioni di condanna delle Nazioni Unite, la terra non è stata ancora liberata dal Governo del Marocco, che l’ ha occupata illegalmente da quando gli spagnoli hanno lasciato la vecchia colonia.

Per questo il Sahara Occidentale si può considerare l’ultima colonia africana ancora in attesa dell’indipendenza.

Dal 6 settembre 1991 è attiva la missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, Minurso, incaricata di sorvegliare il rispetto del cessate il fuoco e organizzare il referendum di autodeterminazione, che però non si è ancora realizzato. Oggi la popolazione è ancora divisa tra chi vive nei campi profughi nel deserto algerino e chi abita nei cosiddetti ‘Territori Occupati’. Entrambe le condizioni sono drammatiche. Nel deserto per le condizioni climatiche, l’isolamento e per gli aiuti umanitari che diminuiscono ogni anno di più. Nei Territori Occupati, invece il problema è la violenza, la discriminazione subita dal popolo Saharawi, la disoccupazione, la censura. Le due popolazioni, inoltre, sono divise da un muro lungo oltre duemila chilometri, costruito dal Marocco a partire dal 1980. La terrificante opera militare si compone di bunker, postazioni fortificate, campi minati. La recinzione, elettrificata e alta cinque metri, è fatta di sassi e sabbia.

Quadro generale

Il Sahara Occidentale confina con il Marocco, l’Algeria, la Mauritania e l’Oceano Atlantico ed è composto dalle Regioni di Saquia el Hamra al Nord e Rio de Oro al Sud. Ex colonia spagnola, si può considerare come l’ultimo territorio africano ancora in attesa dell’indipendenza: dopo la Spagna sono stati infatti Marocco e Mauritania ad invaderne il territorio. Dal 1975, anno dell’occupazione, in molti sono fuggiti nel deserto algerino, e lì vivono ancora oggi, organizzati in campi profughi, dipendenti dagli aiuti internazionali. Queste le tappe principali del conflitto. Il 6 ottobre 1975, il re del Marocco dà il via libera alla “marcia verde”, attraverso la quale 350mila marocchini avanzano verso il Sahara Occidentale con l’obiettivo di conquista del territorio. Il 31 ottobre 1975 inizia l’invasione marocchina nella zona Orientale del Sahara Occidentale. La Spagna intanto si ritira e il 2 novembre Madrid riafferma il proprio supporto all’autodeterminazione del popolo Saharawi, allineandosi agli impegni internazionali assunti.

Con il ritiro della Spagna, alla fine del 1975 il Fronte Polisario sembra sul punto di guadagnare l’indipendenza, ma con trattative separate e segrete, Madrid firma un accordo clandestino con il Marocco e la Mauritania. I tre Paesi decidono di spaccare il territorio del Sahara Occidentale fra il Marocco e la Mauritania, evitando di dare l’indipendenza ai Saharawi. Nel 1976 il Fronte Polisario proclama la Rasd, Repubblica Araba Saharawi Democratica, ma l’annessione illegale del territorio dà il via alla guerra fra Marocco e Mauritania, per il controllo del territorio. Decine di migliaia di Saharawi fuggono sotto i bombardamenti al napalm del Marocco. L’aggressione investì sia il Nord che il Sud del Paese facendo fuggire i Saharawi verso Est, in Algeria appunto, dove è stato concesso loro asilo politico. Il rientro nelle loro terre viene reso ancora più difficile dalla costruzione da parte del Marocco, a partire dal 1980, di un muro elettrificato. La fortificazione divide ancora oggi le famiglie che abitano i Territori Occupati, da quelle del deserto algerino. Alcune di queste hanno potuto incontrarsi in pochissime occasioni organizzate e scortate dalle Nazioni Unite. Nel 1984, l’Organizzazione degli Stati Africani ammette come Stato membro, la Rasd, espelle il Marocco, nega di fatto valore giuridico agli accordi fra Spagna, Mauritania e Marocco.

Nel 1991, dopo 18 anni di guerra, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu approva il Piano di Pace. Dal 6 settembre 1996 la Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale, Minurso, sorveglia il rispetto del cessate il fuoco e organizza il referendum di autodeterminazione che è rimasto solo sulla carta. Il referendum è stato costantemente bloccato e rinviato dal Marocco, che nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite può contare su un alleato di ferro come la Francia e del suo potere di veto. Intanto le violazioni dei diritti umani nel Sahara Occidentale sono sistematiche e ampiamente documentate da numerose organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International.

La situazione è particolarmente difficile anche nei campi del deserto algerino, che ospitano ad oggi circa 200mila Saharawi, in esilio dal 1975. I profughi Saharawi dipendono dagli aiuti internazionali e abitano in una delle aree più inospitali del pianeta. I campi, sotto il controllo e la gestione del Fronte Polisario, sono organizzati in wilaya (Regioni) e in daira (Province). Qui spesso manca l’acqua corrente e l’elettricità sia nelle tende che nelle più moderne case costruite con mattoni di sabbia, sempre esposte a crolli durante il periodo delle piogge. E proprio per questa inospitalità la popolazione Saharawi soffre di svariate malattie, dovute soprattutto al clima. Tra le principali si riscontrano asma e patologie respiratorie di varia natura e problemi agli occhi. Inoltre tra la popolazione locale si registra una delle percentuali di prevalenza di celiachia più alte al mondo: 5,6% contro la media dell’1% degli altri Paesi. La motivazione si può riscontrare propri negli aiuti internazionali: il popolo Saharawi non aveva infatti nella propria dieta il frumento, che invece ha iniziato ad assumente in quantità massiccia con gli arrivi dall’Occidente. Decisivo è stato ed è tuttora il contributo dell’Europa per il sostentamento dei Saharawi che vivono nei campi di Tindouf, anche se gli aiuti umanitari internazionali stanno diminuendo in maniera vistosa e preoccupante.