Siria

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Sei anni di guerra, oltre 300mila morti, 11 milioni di sfollati. Questi alcuni numeri per descrivere la drammatica vicenda siriana.

Nel mese di gennaio 2017 si sono tenuti i colloqui ad Astana per stabilire un accordo di pace.

A dialogare la Russia, da settembre 2015 intervenuta militarmente a sostegno di Bashar al Assad, la Turchia, sostenitrice dei gruppi ribelli e l’Iran, alleato del governo siriano.

Al tavolo anche i curdi, in lotta contro il cosiddetto Stato islamico, ma anche per l’indipendenza dell’area tra Turchia, Siria e Iraq e alcuni gruppi ribelli siriani, tra cui rappresentanti dell’Esercito siriano libero e dell’Alto comitato per i negoziati, un’organizzazione politica e armata appoggiata dall’Arabia Saudita.

È stato dichiarato un cessate il fuoco e i tre Paesi hanno trovato un accordo per monitorarne il rispetto. Il documento però non è stato sottoscritto dai ribelli.

Intanto l’emergenza umanitaria nel Paese non si ferma: a Damasco manca l’acqua e la crisi idrica ha colpito circa 5,5 milioni di persone. Nel 2016 il cosiddetto Stato islamico nel suo complesso ha perso circa un quarto dei territori che teneva sotto controllo. Militarmente sono almeno tre i fronti significativi, quello di Raqqa, di Aleppo e di Palmira.

Proprio a Palmira nel dicembre 2016 i miliziani del cosiddetto Stato islamico hanno distrutto l’anfiteatro romano. La direttrice generale dell’Unesco, Irina Bokova, ha definito la distruzione “un nuovo crimine di guerra”.

Per cosa si combatte

Quella che oggi insanguina il territorio siriano è una guerra del “tutti contro tutti”. Negli ultimi due anni lo scenario sul campo di battaglia è mutato più volte: l’Esercito libero siriano è ormai disintegrato in tante sigle diverse ed ha generato nel tempo due dei gruppi di opposizione ad Assad più forti e pericolosi: Jabhat al-Nusra legato ad al-Qaeda e l’Isis che oggi combatte con l’unico scopo di creare un califfato islamico nella Regione.

I curdi continuano a combattere per il territorio nel Nord della Siria che hanno cominciato a gestire in semi-autonomia nel corso degli ultimi tre anni, mentre il Presidente Bashar al-Asad non sembra intenzionato a fare alcun passo indietro.

Sullo sfondo resta la forte ingerenza di grandi potenze: Usa, Qatar, Arabia Saudita e Turchia, anti-Assad e, seppur con molte ambiguità, anti-Isis; Iran, Russia e Cina a sostegno del regime. Nel mezzo, come sempre, la stremata popolazione civile siriana.

Quadro generale

La conosciamo come Siria, un tempo era anche Soria, parola scomparsa: ne resta traccia nel gatto soriano.

Per secoli terra d’imperi, l’ultimo quello turco sino al 1918, poi protettorato francese, il Paese è indipendente dal maggio del 1945. Per dieci giorni, quell’anno, il popolo siriano manifestò a Damasco per chiedere la libertà.

I francesi reagirono bombardando, poi, su pressione inglese, la comunità internazionale riconobbe l’indipendenza, ufficializzata l’1 gennaio 1946.

È l’inizio di un periodo di instabilità politica. Nel 1948 la sconfitta nella Prima Guerra arabo-israeliana dà il via al primo di 13 colpi di stato. Nel mezzo c’è la fallimentare esperienza dell’unione con l’Egitto nella Repubblica Araba Unita (1958). Nel 1963 l’ennesimo golpe porta al potere il partito laico Ba’th. Il partito gestisce tutto, da subito.

Continuano, però i colpi di stato, accompagnati dalle sconfitte militari: nella terza Guerra arabo-israeliana, quella dei Sei Giorni, nel 1967, la Siria perde il controllo delle Alture del Golan, occupate da allora da Israele. Nel 1970 la “Rivoluzione Correttiva Siriana” mette sulla poltrona di capo dello Stato Hafiz al-Assad. Governerà per trent’anni, con mano durissima, reprimendo ogni forma di opposizione e – per i servizi segreti di molti Paesi – alimentando il terrorismo internazionale.

Nel 1982, al culmine di un’insurrezione islamica, Assad bombarda la città di Hama per reprimere la rivolta della comunità musulmana sunnita.

Il New York Times parla di almeno 10mila cittadini siriani uccisi, 40mila, di cui 1000 soldati, i morti invece per il Comitato Siriano per i Diritti Umani.

Negli stessi anni, alimentando la guerra civile, Damasco arriva a fare del Libano un protettorato. Assad controlla tutto, governa con mano dura.

La sua famiglia fa parte della minoranza alauita, propaggine sciita in un Paese che è a grande maggioranza di Islam sunnita – ¾ della popolazione – e in parte curdo. Questo genera continui contrasti, soffocati dalla macchina statale: Assad controlla i servizi segreti, l’esercito, la polizia. Non esistono partiti d’opposizione e la stampa non è libera.

L’apice si raggiunge con il passaggio “ereditario” del potere: nel 2000 Hafiz muore e gli succede il figlio Bashar. Le speranze di una apertura democratica dello stato siriano cadono rapidamente: il neo Presidente nomina nei posti che contano i famigliari. Il fratello minore, Maher al-Assad, è al comando della IV Divisione dell’Esercito, mentre il cognato Assef Shawkat, è Capo di Stato maggiore.

Ruoli chiave, che si rivelano essenziali al Presidente con l’avvio della rivolta del 2011, destinata a trasformarsi in guerra civile. In febbraio, sull’onda delle tante proteste nei Paesi musulmani, anche in Siria iniziano timide proteste. Chiedono maggiore libertà e una distribuzione più equa della ricchezza. La repressione è immediata e subito ci sono centinaia di morti e migliaia di arresti. L’opposizione si organizza, crea un Governo provvisorio che raggruppa tutte le fazioni.

Nel giugno del 2011, Damasco mette in campo artiglieria e aviazione e la rivolta diventa guerra civile.

I rivoltosi possono contare sull’appoggio di Lega Araba, Unione Europea e Stati Uniti. Russia e Cina, invece, inviano armi al governo di Assad, opponendo il veto ad ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Uno scontro internazionale che, nei fatti, alimenta la guerra civile, causando migliaia di profughi in fuga verso Turchia, Giordania, Kurdistan Iracheno e Libano. Più di un milione e mezzo gli sfollati all’interno del Paese.

E così, in guerra, si arriva al 2012.