Somalia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

Dalla caduta del dittatore Siad Barre il Paese è vittima di una guerra continua.

Attacchi bomba e attentati di varia natura sono quasi all’ordine del giorno, in particolare nei pressi della capitale Mogadiscio.

Principali attori il gruppo jihadista Al Shabaab, che nel gennaio 2017 ha attaccato una base militare keniana nel sud della Somalia e ha fatto esplodere due autobombe vicino a un hotel di Mogadiscio.

I rapporti con il Kenya continuano infatti ad essere più che tesi. La Corte internazionale di giustizia delle Nazioni Unite ha rivendicato il diritto di giudicare la controversia relativa al confine tra la Somalia e il Kenya. La disputa riguarda un triangolo d’acqua che si estende per più di 100 mila chilometri quadrati ed è ricco di giacimenti petroliferi. Il Kenya, che dispiega le sue truppe nel sud della Somalia dal 2011, rivendica la propria autorità sulla zona marittima, reclamata però anche da Mogadiscio.

Intanto nel mese di dicembre 2016 sono stati completati i primi tre chilometri della barriera difensiva keniota per contenere l’ingresso di Al-Shabaab nel Paese. Il progetto finale prevede che la recinzione si estenda lungo l’intero confine che divide i due Paesi.

Altro fronte di guerra è quello tra i due governi semiautonomi del Puntland e Galmudug. Formalmente esiste una tregua, ma è continuamente è continuamente violata. Particolarmente difficile la situazione del villaggio di Galkayo, al confine tra le aree controllate dai due governi, sotto il controllo di due milizie rivali.

In questo contesto tutti pagano dazio e anche l’infanzia non esiste. Sarebbero infatti 6.200 i bambini soldato, registrati negli ultimi sei anni in Somalia. In un rapporto del Consiglio di sicurezza dell’Onu è emerso che il gruppo Al Shabaab utilizza in larga parte di minori di nove anni per trasportare esplosivo e munizioni.

Per cosa si combatte

Controllo del potere, a danno degli altri clan: la ragione della guerra pluridecennale in Somalia è questa. Lo scontro si è poi trasformato in guerra al terrorismo internazionale e islamico. Dal 2012 gli al-Shabaab, “i Giovani”, sono il gruppo islamico più potente e attivo in Somalia. Loro obiettivo principale instaurare nel Paese la sharia, la legge islamica. Le pesanti sconfitte subite nell’agosto del 2011 con la cacciata da Mogadiscio, e nel settembre 2012 dal porto di Kismayo, non hanno fermato il movimento che controlla ancora gran parte delle zone rurali nel Sud del Paese, dove proseguono le lapidazioni per le adultere e ai ladri vengono amputate le mani. Obiettivo numero due è l’espulsione dalla Somalia dei soldati stranieri, in primis etiopi e kenyoti. Anche per questo motivo sono numerosi gli attentati fuori dai confini, come la strage di Nairobi del centro commerciale Westgate, del 21 settembre 2013 che ha provocato decine di morti e centinaia di feriti.

Una guerra civile, quella somala, in atto da oltre 22 anni, trasformata appunto in una lotta al terrorismo e mantenuta viva dallo scontro fra clan. Con l’incapacità delle missioni Onu di tenere sotto controllo il territorio.

Quadro generale

È il 26 gennaio 1991, con la caduta del dittatore Siad Barre che incomincia il periodo forse più buio della storia della Somalia. Doveva essere la fine di una dittatura, si è trasformata in una guerra di tutti contro tutti, signori della guerra, clan, bande rivali. Il territorio è stato a poco a poco conteso e suddiviso in settori sotto il dominio di tribù senza scrupoli a colpi di Kalashnicov e di Tecniche, l’arma somala per eccellenza, il mitragliatore montato sul cassone aperto del Toyota Pick-Up. Dopo quasi 22 anni però le elezioni del nuovo Presidente hanno aperto uno spiraglio di luce sul futuro di questa terra. Un Paese che fino a ieri di fatto era ancora senza istituzioni, un popolo senza diritti. In realtà non è che prima del 1991 la Somalia avesse conosciuto lunghi periodi di pace. Dalla proclamazione dell’indipendenza del primo luglio 1960, che vede l’unificazione della Somalia, dell’amministrazione fiduciaria italiana (1950-1960) e del Somaliland protettorato britannico, per nove anni aveva visto un Governo della repubblica somala legittimamente eletto.

Nel 1969 Siad Barre con un colpo di stato prende il potere ed instaura il suo regime. Nel 1977 Barre muove guerra contro l’Etiopia per la Regione dell’Ogaden, Regione etiope con alta presenza di popolazione somala da sempre rivendicata dalla Somalia. Il regime interno è poco tollerato, gli scontri aumentano e dal 1980 assumono il profilo di una vera e propria guerra civile. La Regione del Somaliland (ex Somalia britannica unificata nel 1960 nella Repubblica Somala) rivendica una propria autonomia fino ad arrivare alla auto proclamazione d’indipendenza del 18 maggio 1991. Molti oppositori al regime di Siad Barre vengono arrestati ed incarcerati, altri esiliati ed altri scappano di propria iniziativa.

Dopo la caduta del regime di Siad Barre e lo scoppio degli scontri interni, la comunità internazionale decise di intervenire con l’invio di una missione Onu, la Unosom. Obiettivo della missione, nota anche come “Restore Hope”, era quello di creare un margine di sicurezza per l’invio di aiuti umanitari per la popolazione civile vittima da sempre dei conflitti somali. Ma la intricata situazione di controllo del territorio da parte dei signori della guerra, principalmente dei due grandi oppositori di quegli anni Ali Madi da una parte e il generale Aidid dall’altra, conducono la missione Onu ad un fallimento simbolicamente identificato con la battaglia di Mogadiscio e l’abbattimento dell’elicottero americano Black Hawk. La Unosom si ritira nei primi mesi del 1994 a due anni dal suo primo invio. Anche l’Italia era presente in Somalia con la missione Ibis che si ritira il 20 marzo 1994, lo stesso giorno in cui vengono assassinati Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Gli anni successivi sono caratterizzati da una sempre maggiore frammentazione del territorio da parte dei sempre crescenti “lord war”. In questi anni la Somalia è anche la vera terra di nessuno, inesistenza di controlli frontalieri, una frammentazione territoriale e clanica gestita dal solo controllo delle armi. Questa situazione consente lo svolgimento di traffici illeciti, rifiuti dispersi in mare e sotterrati nel deserto somalo in cambio di armi, fino alla formazione di veri campi di addestramento della milizia jihadista.

Molte le Conferenze di pace messe in atto, ma ogni volta si concludono con un nulla di fatto. Bisogna aspettare il 2004 per vedere, a conclusione della quattordicesima Conferenza di pacificazione, la nomina di un Parlamento di transizione che elegge Presidente Abdullahi Yusuf Ahmed e un Governo Federale di Transizione (Tfg) che dopo un primo periodo di attività da Nairobi, a giugno 2005 entra in Somalia. Mogadiscio però è considerata ancora troppo pericolosa e nelle mani dei diversi “lord war” così il Governo di transizione risiede per un periodo a Johwar e poi a Baidoa.

Nell’estate 2006 gli scontri iniziati dentro Mogadiscio fra i lord war e le milizie jihadiste somale portano queste ultime, controllate dalle Corti islamiche, a scacciare i signori della guerra e a prendere il controllo della città.

Da Mogadiscio poco alla volta le Corti islamiche prendono il controllo di buona parte della zona sud della Somalia fino ad arrivare alle porte di Baidoa, la città di residenza e controllo del Tfg che nel frattempo aveva ottenuto la tutela dell’Onu e l’appoggio militare dell’Etiopia. Da Baidoa riparte l’offensiva governativa che con il determinante intervento dell’esercito etiope e il sostegno dei militari della Regione del Puntland, rispondono al tentativo delle Corti di conquistare Baidoa, con un attacco senza precedenti porta in pochissimo tempo alla conquista di Mogadiscio.