Somalia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La Somalia rimane ancora a fondo scala in tutti i rapporti e gli indici sullo “stato di salute” dei Paesi del Pianeta. Continua, dal lontano 1991, la guerra civile, che in questi ultimi anni non vede più contrapporsi i signori della guerra ma oppone il Governo federale di transizione agli al-Shabab, l’organizzazione degli estremisti islamici. Non si ferma, poi, l’esodo di profughi all’estero e i movimenti di popolazione all’interno del Paese. Inoltre, nel corso del 2017, una nuova carestia ha portato il Paese a una situazione di emergenza quale non conosceva da molti anni.

Reduce dalla crisi umanitaria del 2011, che aveva ucciso 250 mila persone, la siccità del 2017 ha fatto crescere a 6,2milioni di persone – su una popolazione totale di 12,3milioni di abitanti – il numero di coloro che necessitano di aiuto umanitario, di cui circa la metà ha bisogno di un intervento d’emergenza a causa della situazione di insicurezza alimentare. I bambini, come sempre, pagano il prezzo più alto: i malnutriti sono 388.000 e il tasso di mortalità infantile sotto i 5 anni è salito al 13,7% (è il terzo Paese nella classifica mondiale). Secondo i dati della Fao, in Somalia le enormi perdite di bestiame causate dalla siccità hanno comportato, fra il 2016 e il 2017 un impatto negativo, specie nelle Regioni Settentrionali e Centrali del Paese, che ha fatto impennare dal 3 a quasi il 30% della popolazione di queste aree (circa 1,8 milioni) in grave insicurezza alimentare. La situazione all’inizio del 2018 è migliorata: la percentuale si è dimezzata. Ma rimane comunque molto grave. Dal dicembre 2017 è scoppiata una nuova epidemia di colera (la precedente era avvenuta nei primi mesi dello stesso anno) in quattro delle Regioni Centro-Meridionali della Somalia: in tre mesi ha colpito poco meno di duemila persone.

La Somalia è il tipico caso di Paese dove la sinergia perniciosa di guerra e cambiamenti climatici produce i suoi effetti più devastanti.

Sul versante politico, le elezioni del febbraio 2017 hanno portato alla guida del Paese Mohamed Abdullahi Mohamed, detto Farmajo. Il nuovo Presidente si trova a gestire la pesante eredità di un Paese che non ha risolto nessuno dei gravi problemi che lo attanagliano: oltre alla grave crisi umanitaria, deve fronteggiare una guerra civile che perdura da quasi trent’anni. Nonostante le vittorie ottenute dalle truppe dell’Amisom (la missione militare dell’Unione Africana) insieme a quelle dell’esercito regolare somalo, ampie zone del territorio sono ancora sotto il controllo degli al-Shabab, e si susseguono, specie a Mogadiscio, gli attentati terroristici del gruppo estremista islamico.

Per cosa si combatte

Controllo del potere, a danno degli altri clan: le ragioni che hanno scatenato la guerra pluridecennale in Somalia è questa. Lo scontro, nel tempo, si è poi trasformato progressivamente in conflitto a matrice religiosa: dapprima, all’inizio degli anni 2000, con la nascita delle Corti islamiche e poi con l’affermarsi del gruppo degli al-Shabab.

È dal 2012 che la formazione estremista islamica (affiliata ad al-Qaeda) è la realtà paramilitare e terroristica più potente e attiva in Somalia. Loro obiettivo principale è instaurare nel Paese la shari’a, la legge islamica. Le sconfitte subite dagli scontri con la missione dell’Unione Africana (UA) Amisom e con l’esercito regolare come pure dagli attacchi dei droni americani hanno indebolito ma non fermato il movimento che controlla ancora vaste zone rurali nel Sud del Paese (dove viene applicata la shari’a: proseguono le lapidazioni per le adultere, le amputazioni delle mani ai ladri e le fustigazioni in pubblico). Di fronte alle sconfitte militari, peraltro, gli al-Shabab adottano da tempo la tattica di ritirarsi in aree più remote del Paese, infiltrando i propri miliziani tra la popolazione civile e nelle città, e intensificando le azioni terroristiche.

Nel novembre del 2017 è stato annunciato il progressivo disimpegno dei 22mila militari dell’Amisom presenti nel Paese: è previsto che entro il 2020 la missione dell’UA (iniziata nel 2007) abbia termine. Se così fosse, gli osservatori temono che la guerra civile possa riprendere in tutta la sua violenza e il Paese torni fuori controllo.

Quadro generale

È il 26 gennaio 1991. Con la caduta del dittatore Siad Barre incomincia il periodo forse più buio della storia della Somalia. Doveva essere la fine di una dittatura, si è trasformata in una guerra di tutti contro tutti, signori della guerra, clan, bande rivali. Il Paese è stato a poco a poco conteso e suddiviso in fazzoletti di territorio sotto il dominio di tribù senza scrupoli a colpi di kalashnikov e di “tecniche”, l’arma somala per eccellenza, il mitragliatore montato sul cassone aperto del Toyota pick-up. Dopo 27 anni, però, le elezioni del nuovo Presidente Farmajo hanno aperto uno spiraglio di speranza sul futuro di questa terra. Un Paese che fino a ieri di fatto era ancora senza istituzioni, con un popolo senza diritti. In realtà, nemmeno prima del 1991 la Somalia aveva conosciuto lunghi periodi di pace. Dalla proclamazione dell’indipendenza del primo luglio 1960 (che costituisce il momento di unificazione della Somalia, prima divisa fra il Centro-Sud sotto l’amministrazione fiduciaria italiana – 1950-1960 – e, nel Nord, il Somaliland britannico) il Paese per nove anni aveva visto un Governo della Repubblica somala legittimamente eletto.

Nel 1969 Siad Barre con un colpo di Stato prende il potere e instaura il suo regime. Nel 1977 Barre muove guerra contro l’Etiopia per conquistare l’Ogaden, la Regione etiope con un’alta presenza di popolazione somala da sempre rivendicata dalla Somalia.

Il regime interno, sempre più dispotico, è poco tollerato, gli scontri aumentano e negli anni ‘80 assumono il profilo di una guerra civile. La Regione del Somaliland rivendica la propria autonomia fino ad arrivare all’auto proclamazione dell’indipendenza del 18 maggio 1991. Molti oppositori al regime di Siad Barre vengono arrestati e incarcerati, altri fuggono dal Paese.

Dopo la caduta del regime (1991) e lo scoppio degli scontri interni, la comunità internazionale decide di intervenire con l’invio di una missione Onu, chiamata Unosom. Obiettivo della missione, nota anche come “Restore Hope”, era quello di creare un margine di sicurezza per l’invio di aiuti umanitari per la popolazione civile vittima da sempre dei conflitti somali. Ma l’intricata situazione di controllo del territorio da parte dei signori della guerra, principalmente dei due grandi oppositori di quegli anni, Ali Mahdi da una parte e il generale Mohamed Farah Aidid dall’altra, conducono la missione internazionale a un totale fallimento. Unosom si ritira nei primi mesi del 1994 a meno di due anni dal suo primo invio. Anche l’Italia era presente in Somalia con la missione Ibis che si conclude il 20 marzo 1994, lo stesso giorno in cui vengono assassinati, a Mogadiscio, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Gli anni successivi sono caratterizzati da una progressiva frammentazione del territorio da parte dei sempre crescenti “lord war”. In questi anni la Somalia diventa la vera terra di nessuno, caratterizzata da inesistenza di controlli frontalieri, una frammentazione territoriale e clanica gestita dal solo controllo delle armi. Una situazione che consente lo svolgimento di traffici illeciti, rifiuti dispersi in mare e sotterrati nel deserto somalo in cambio di armi, traffico di droga e di esseri umani, fino alla formazione di veri campi di addestramento della milizia jihadista. Molte le trattative di pace messe in atto, ma concluse ogni volta con un nulla di fatto. Occorre attendere il 2004 per vedere, a conclusione della 14a Conferenza di pacificazione, la nomina di un Parlamento di transizione che elegge Presidente Abdullahi Yusuf Ahmed e un Governo Federale di Transizione (Tfg) che, dopo un primo periodo di attività da Nairobi, a giugno 2005 entra in Somalia. Mogadiscio però è considerata ancora troppo pericolosa e nelle mani dei diversi “lord war”, così il Governo di transizione risiede per un periodo a Johwar e poi a Baidoa.

Nell’estate 2006 gli scontri iniziati dentro Mogadiscio fra i lord war e l’Unione delle Corti Islamiche (le milizie jihadiste somale antesignane degli al-Shabab) portano queste ultime a scacciare i signori della guerra e a conquistare la capitale. Da Mogadiscio poco alla volta le Corti islamiche prendono il controllo di buona parte della zona Sud della Somalia fino ad arrivare alle porte di Baidoa, la città di residenza del Tfg, che nel frattempo aveva ottenuto la tutela dell’Onu e l’appoggio militare dell’Etiopia. Da Baidoa riparte l’offensiva governativa che con il determinante intervento dell’esercito etiope e il sostegno dei militari della Regione autonoma del Puntland, rispondono al tentativo delle Corti di conquistare Baidoa e con un attacco senza precedenti porta in pochissimo tempo alla riconquista di Mogadiscio da parte del Presidente Abdullahi Yusuf.