Libia

Situazione attuale e ultimi sviluppi

La fragilità del Paese, manifestatasi dopo la caduta del regime di Muhammar Gheddafi e la sua uccisione il 20 ottobre 2011, si è aggravata nel corso della guerra civile, che ormai perdura dalla primavera del 2011. I governi post-Gheddafi non sono stati in grado di disarmare le milizie, regionali, locali, tribali, utilissime nella lotta contro le truppe lealiste.

La situazione politica e istituzionale è in stallo: a Tripoli c’è il debole Governo di transizione guidato da Fayez al Sarraj (riconosciuto da Europa e Stati Uniti); nell’Est c’è l’altro Governo, con sede a Tobruk, che controlla di fatto la parte Orientale del Paese (grosso modo la Cirenaica), avvalendosi soprattutto della forza militare fedele al generale Khalifa Haftar, già dissidente anti-Gheddafi fuggito negli Usa nel 1987 e rientrato in Libia allo scoppio delle rivolte del 2011. Ma la Libia oggi non è solo questo: in molte aree il territorio è controllato dalla galassia delle milizie armate e dai gruppi dell’estremismo islamico, fra cui l’Isis.

In questo fosco quadro, il nuovo inviato speciale dell’Onu (da agosto 2017) Ghassan Salamé, ha presentato appena insediato nell’incarico un nuovo piano per pacificare il Paese, in vista della fine del mandato di al Serraj a dicembre 2017. Il piano prevede di avviare un tavolo nazionale di dialogo e di trattative fra le diverse forze e fazioni del Paese per arrivare entro il 2018 a un referendum costituzionale e alle elezioni.Nel marzo 2018, un’ulteriore novità (e complicazione della già complicata realtà libica): l’annuncio che al voto intende presentarsi Saif al Islam Gheddafi, uno dei figli di Muhammar, già alla guida del movimento Libya al Ghad durante l’ultima fase del regime del padre. Gheddafi junior ufficialmente è detenuto dal novembre 2011 dalla Brigata Abu Bakr al Siddiq di Zintan, nell’Ovest del Paese, ma in realtà vi sono notizie di contatti con Haftar in vista di un’alleanza politica che potrebbe cambiare profondamente il quadro politico. Sul versante sociale e umanitario, infine, la Libia versa in situazioni sempre più difficili. Da un lato si assiste al drammatico impoverimento della popolazione (il dinaro ha ormai dimezzato il suo valore), dall’altro c’è la situazione dei migranti – che rappresentano il 12% degli abitanti del Paese – sottoposti a violazioni e abusi di ogni genere.

L’ultimo Rapporto dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’Onu, pubblicato ai primi di aprile 2018, parla di persone ridotte in schiavitù e di condizioni di violenza estrema, di totale impunità delle milizie armate e di ricorso sistematico alla tortura, come pure di detenzioni illegali e arbitrarie che colpiscono migliaia di persone, sia libici che migranti.

Per cosa si combatte

La rivolta scoppiata il 17 febbraio 2011, dopo la repressione della manifestazione di protesta contro le “magliette blasfeme”, è diventata in poco tempo una rivoluzione contro il quarantennale regime di Gheddafi che si stava preparando a cedere il Governo a uno dei suoi figli.

Archiviata la rivoluzione, con l’intervento internazionale a sostegno dei ribelli, la lotta oggi è per la spartizione del Paese e soprattutto dei proventi petroliferi. La Libia infatti, fino al 2011, era stata il decimo Paese al mondo per riserve provate di petrolio, e il primo in Africa.

Tuttavia, sottotraccia, c’è il conflitto tra le diverse componenti della società libica, “congelata” dal regime che ne ha saputo usare le divisioni per mantenersi in sella per quattro decenni. La divisione tra islamisti e anti-islamisti, infatti, non è tanto (o solo) ideologica, quanto piuttosto attinente alle storiche rivalità regionali, tribali e sociali di un Paese bloccato nel suo cammino post-coloniale dalla peculiare forma di governo che Gheddafi aveva escogitato e teorizzato nel suo Libro Verde.

L’uomo forte, al momento, continua a essere il settantacinquenne generale Khalifa Haftar, sia sul piano militare che su quello delle alleanze. A livello internazionale, Haftar può contare sul solido appoggio di Mosca e su quello del Presidente egiziano Al Sisi, mentre all’interno della Libia il generale – che pure agisce sotto l’egida del Governo (non riconosciuto dall’Occidente) di Tobruk – ha saputo attuare una serie di alleanze con diverse delle tribù più rilevanti, compresa quella dei Warfalla, la più numerosa nel Paese.

Quadro generale

La Libia italiana fu una colonia del Regno d’Italia nell’Africa Settentrionale, dal 1912 al 1947. Il primo Ministro italiano Giovanni Giolitti iniziò la conquista della Tripolitania e della Cirenaica il 4 ottobre 1911, inviando a Tripoli contro l’Impero Ottomano 1.732 marinai al comando del capitano Umberto Cagni. Oltre centomila soldati italiani riuscirono a ottenere dalla Turchia quelle Regioni attualmente definibili libiche nel Trattato di Losanna del 18 ottobre 1912, ma solo la Tripolitania fu effettivamente controllata dal Regio esercito italiano sotto la ferrea guida del governatore Giovanni Ameglio. Nell’interno dell’attuale Libia (principalmente nel Fezzan) la guerriglia indigena continuò per anni, a opera dei turchi e degli arabi di Enver Pascia e di Aziz Bey. L’ascesa al potere del fascismo determinò un inasprirsi della politica italiana nei confronti dei ribelli libici. La lotta proseguiva solo in Cirenaica, dove resisteva ancora il capo senussita della guerriglia, Omar al-Mukhtar. Dotato di un’eccellente visione strategica, con il sostegno delle popolazioni locali, ha impedito per molto tempo agli italiani di riprendere il controllo della Provincia. Ma fu ferito e catturato l’11 settembre 1931 durante la battaglia di Uadi Bu Taga in uno scontro a fuoco con collaborazionisti libici. Fu trasferito via mare a Bengasi, dove subì una parvenza di processo ed ebbe un breve colloquio con Graziani. Il 16 settembre venne impiccato in catene nel campo di concentramento di Soluch, davanti a ventimila libici fatti affluire dai vicini lager. La morte di Omar Al-Mukhtar segnò la fine della resistenza libica e la riunificazione delle tre Province sotto il comando italiano.  Nel 1934 venne proclamato il Governatorato Generale della Libia (coll’unione della Tripolitania e della Cirenaica) e successivamente i cittadini africani potettero godere dello status di “cittadini italiani libici” con tutti i diritti che ne conseguirono. Mussolini dopo il 1934 iniziò una politica favorevole agli arabi libici, chiamandoli “Musulmani Italiani della Quarta Sponda d’Italia” e costruendo villaggi (con moschee, scuole e ospedali) a essi destinati. Il primo governatore fu Italo Balbo, a cui si deve la creazione della Libia attuale sul modello di quella dell’imperatore romano Settimio Severo (nato in Libia). Balbo divise nel 1937 la Libia italiana in quattro Province (nel 1939 annesse al Regno d’Italia) e un territorio sahariano. Il Regno d’Italia dopo la Prima guerra mondiale avviò una colonizzazione che ebbe il culmine soprattutto verso la metà degli anni Trenta con un afflusso di coloni provenienti in particolare da Veneto, Sicilia, Calabria e Basilicata. Nel 1939 gli italiani erano il 13% della popolazione, concentrati nella costa intorno a Tripoli e Bengasi. La Seconda guerra mondiale devastò la Libia italiana e costrinse i coloni a lasciare in massa le loro proprietà, specialmente nella seconda metà degli anni Quaranta. Nel Trattato di Pace del 1947 l’Italia fu costretta a rinunciare a tutte le sue colonie, compreso il Paese Nordafricano. Il territorio venne diviso in due amministrazioni: Tripolitania e Cirenaica sotto gli inglesi e Fezzan alla Francia. Nel 1951 l’indipendenza. La Libia è il primo Paese africano a liberarsi dal giogo colonialista. Re Idriss I sale al potere. Sarà il primo e unico re di Libia. Nel 1969, in settembre, il giovane ufficiale Muhammar Gheddafi attua un incruento colpo di Stato, insieme ad altri ufficiali. Nel 1975 Gheddafi (abbandonato l’appellativo di colonnello per un più democratico “fratello leader”) pubblica il Libro Verde, il suo pensiero politico alternativo tra comunismo e liberalismo, una sorta di mix tra socialismo reale e democrazia ateniese, mescolato con gli interessi tribali, gestito dai “Comitati popolari”, una forma di organizzazione per esprimere la volontà della base. Nel frattempo, Gheddafi viene accusato di finanziare i gruppi terroristici internazionali e gli Stati Uniti lo dichiarano nemico numero uno, tentando più volte di ucciderlo, con bombardamenti aerei (1986) e attentati. Negli anni ‘90, dopo la prima guerra del Golfo (1991), inizia un lento avvicinamento all’Europa e agli Stati Uniti, operazione che sfocia nella ripresa delle relazioni diplomatiche con Washington e con la ripresa degli affari con il Vecchio Continente, mentre nel contempo il dittatore veste sempre più di frequente il ruolo di interprete e difensore dei diritti e dello sviluppo del continente africano. Nulla sembra turbare il regime, sino alla primavera del 2011, quando le rivolte nel Maghreb danno fiato a una opposizione interna che sembrava sconfitta.